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Don Giuseppe Pes ha celebrato cinquant’anni di sacerdozio: “L’affetto dei fedeli mi ha davvero sorpreso”

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Don Giuseppe Pes, sanlurese come don Vitale Vacca, classe 1943, ha da poco festeggiato un traguardo di tutto rispetto: mezzo secolo di vita sacerdotale. La sua formazione comincia frequentando i primi anni delle elementari presso le Salesiane, poi nella scuola statale, superato l’esame di ammissione alle Medie presso gli Scolopi, prosegue nel seminario, prima a Dolianova, poi a Cagliari, sino a conseguire, nel 1963, nel Liceo Siotto la maturità. All’epoca del “boom” e delle nuove prospettive aperte dal Concilio Vaticano II, mentre nel mondo si manifesta la “fantasia al potere”, lui conclude la preparazione al sacerdozio e riceve il sacramento dell’Ordine.  La propria vocazione, maturata fin da bambino, si è sviluppata in un contesto caratterizzato dalla vita di fede, vicina al carisma dei frati Cappuccini e alla presenza dei padri Scolopi.  Ma il destino per lui è la missione diocesana, nella parrocchia, a stretto contatto con i fedeli.

Don Pes, cosa ricorda di quel 14 luglio 1968?

Le voglio raccontare un episodio avvenuto durante la cerimonia, anzi poco prima che effettivamente avesse inizio. Mentre saliva nel presbiterio – eravamo nella chiesa di San Lucifero – Monsignor Botto inciampò sugli scalini. Tememmo il peggio. Fortunatamente fu sorretto da monsignor Faraone e tutto andò bene.  L’atmosfera era carica di attesa. Monsignor Botto volle che durante la vigilia della notte precedente, ci si ritrovasse tutti insieme in seminario per smorzare le tensioni, condividere le aspettative e propositi per la nostra vita futura, fra compagni di corso. Sapevamo che ci avrebbero assegnato immediatamente l’impegno di apostolato e fra gli altri, io in particolare, speravo vivamente di non ricevere una destinazione in città.

E così fu ?

Esatto.  Venni assegnato come vice parroco a San Vito, in compagnia di don Vacca. Per tornare però al giorno dell’ordinazione, ricordo che oggi come allora, convive l’orgoglio per l’elezione alla missione di fede e la consapevolezza che di non essere mai completamente degno di averla ricevuta. Da un ricordo musicale, “Ecce altare Domini” sono le parole che forse meglio riassumono l’ingresso nel mistero sacramentale.

Quanti novizi eravate?

Eravamo sette sacerdoti diocesani con alcuni religiosi. Non sono pochi; magari avessimo attualmente sette ordinazioni l’anno!

Come mai la via diocesana in un contesto culturale come quello sanlurese che ha offerto diversi carismi regolari?

Infatti sono un frate cappuccino “mancato”. Mio papà faceva tanto volontariato in convento. Curava l’orto e la vigna. Mi avrebbe fatto sinceramente piacere diventare un francescano. Tuttavia, mentre mi trovavo in oratorio, una sera con altri amici, – giocavamo con i seminaristi – uno di noi disse “quasi quasi entro in seminario”. Subito dopo io dissi la stessa cosa, e quindi seguirono altri due. Ebbene in quattro entrammo in seminario, e in due siamo diventati sacerdoti.

Come ricorda l’epoca fra gli anni sessanta e settanta?

Erano gli anni del Concilio con tutto ciò che costituiva stimolo e rinnovamento; tante novità anche dal punto di vista teologico. Eravamo sollecitati al confronto generazionale, fra noi stessi sacerdoti soprattutto. Nel mio caso specifico – io considero una grande opportunità, una fortna, quella di aver avuto a che fare con don Vacca e di essere stato con lui viceparroco – fra me e il titolare della parrocchia durante il primo incarico vi erano oltre vent’anni di differenza anche nel modo di reagire alla ventata portata dal Concilio.  All’epoca nella zona costiera meridionale del Sarrabus esistevano tre parrocchie Muravera, Villaputzu e San Vito, nelle quali si trovavano altrettanti sacerdoti, notevolmente diversi fra loro ma che si compensavano a vicenda; don Cadoni con un carattere mistico, don Usai diplomatico e don Vacca uomo d’azione e sportivo. Lui ha realizzato il campo sportivo di San Vito. Ebbene, da giovane prete ho imparato da loro e questa scuola di “gestione parrocchiale” mi ha insegnato a confrontarmi e dialogare col prossimo. Ancora oggi porto con me quell’esperienza.

Tre parrocchie in cinquant’anni: San Vito, Monastir e oggi Serramanna. Nei primi due paesi ha conosciuto almeno due generazioni. Come considera questa sua esperienza?

Come diceva una volta la madre superiore di un ordine religioso, ci sono sacerdoti che nei loro incarichi conoscono la geografia, in ragione dei tanti posti in cui sono stati accolti. Io invece conosco la storia. Mi è capitato, a San Vito, di fare il battesimo della prima figlia avuta dalla prima bambina che io stesso battezzai ventidue anni prima.

E qui a Serramanna invece, destino ha voluto che si festeggiasse la ricorrenza per il cinquantennale di sacerdozio. Che impressioni ha avuto nel rapporto con i parrocchiani?

Devo dire che i serramannesi sono stati molto affettuosi e bravi nel preparare tutto – una festa con 800 persone – in modo discreto e coeso senza che io quasi mi accorgessi di nulla. Sapevo ad esempio che Luigi Lai, al quale mi lega un rapporto di vera amicizia, mi avrebbe accompagnato nella Messa che avevo programmato di celebrare a San Vito, ma non immaginavo che l’accordo per la sua partecipazione fosse stato preso fin dal mese di marzo affinchè potesse rimanere disponibile per tutte le giornate di festa. I parrocchiani si sono rivelati molto coesi e affiatati. Sono rimasto piacevolmente sorpreso.

Giovanni Contu



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