Cultura

27 gennaio: la Giornata della Memoria

Il muro della memoria
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di Sandro Renato Garau
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“Tutto ciò che sai, hai studiato, hai condiviso, hai difeso è un’inezia in confronto a ciò che anche sotto la neve puoi vedere e capire ad Auschwitz e Birchenau. Le parole non possono essere proferite, la lingua ed il palato si seccano, la mente non può contenere e la ragione riesce solo a chiedersi PERCHÉ? È difficile esprimere a parole le emozione e trovare una motivazione a quanto puoi vedere. Poi c’è la neve, come nella famosa canzone e la temperatura è a meno 16°, il silenzio è assordante, i 750 ragazzi delle scuole italiane che si aggirano nel campo di concentramento come ombre… Pensi solo che puoi ringraziare per il dono che ti è stato fatto, per aver capito e promettere a te stesso che continuerai a lottare con forza perché l’uomo non sia più carnefice all’altro uomo. Con un avvertimento: che non si azzardi nessuno a dire, amici, parenti, conoscenti e sconosciuti, che ad Auschwitz I e Auschwitz II – Birchenau non è successo niente”.

 AUSCHWITZ – il campo nazista della morte

Il campo di concentramento di Auschwitz

Il 1° settembre 1939 la Germania nazista invadendo la Polonia infrange tutti gli accordi stipulati sino ad allora con le altre nazioni europee.

La reazione non si fa attendere, il 3 settembre dello stesso anno, Francia e Gran Bretagna, che avevano garantito l’integrità territoriale della Polonia, dichiarano guerra alla Germania.

Il 17 settembre 1939 l’Unione Sovietica invade la zona orientale della Polonia.

Tra il 27 e il 29 settembre del 1939 il governo polacco fugge in esilio; Germania e Unione Sovietica si spartiscono la Polonia.

Nella parte occidentale della Polonia, quella occupata dai Tedeschi, si trova Auschwitz, nel distretto di Cracovia.

La guerra è iniziata e verso Auschwitz incominciano le deportazioni dalla Germania degli Zingari, successivamente è il turno dei prigionieri politici Polacchi; l’esodo dura sino alla fine del 1939.

Nei primi mesi del 1940, i tedeschi individuano Auschwitz come luogo ideale di deportazione, da allora sino alla metà del 1942 la maggior parte dei deportati sono però Polacchi, solo a partire dal 1942 iniziano a prevalere gli Ebrei. È l’inizio dell’annientamento.

Gli Ebrei alla fine saranno l’85% dei deportati e il 90% delle vittime.

La scelta di Auschwitz fu resa operativa e venne confermata non appena Hitler, nel 1941, ordinò di eliminare fisicamente tutti gli Ebrei che si trovavano nei territori tedeschi o invasi dalle armate del Fuhrer, perché pericolosi per la grande Germania.

Rudolf Höss, appena nominato comandante del campo di Auschwitz scrive: “… Il Führer ha ordinato la soluzione finale della questione Ebraica … I centri di sterminio attualmente esistenti a Occidente non sono assolutamente in condizioni di far fronte alle operazioni previste. Ho scelto perciò Auschwitz, sia per la sua ottima posizione dal punto di vista delle comunicazioni, sia perché il territorio … può essere facilmente isolato e camuffato.”

La data d’inizio dello sterminio degli Ebrei non la ricordava con precisione neanche Höss che, interrogato dal tribunale di Norimberga, accenna due date probabili, il dicembre 1941 o forse, il gennaio 1942.

È però documentato che il primo treno proveniente dalla Germania che trasportava 999 Ebrei, è giunto ad Auschwitz il 15 febbraio 1942.

Auschwitz, camera a gas

Da allora gli arrivi si sono moltiplicati e lo sterminio non ha avuto interruzioni sino allo sgombro dei campi e all’inizio delle “Marce della Morte” nel gennaio del 1945. I deportati ad Auschwitz, dei quali si ha certezza, secondo il Museo dell’Olocausto, sono 1.300.000, dei quali 1.100.000 furono uccisi.

I deportati per nazione ad Auschwitz I-II-III, secondo la fonte sono: Ungheresi 438.000, polacchi 300.000, francesi 69.114, dei Paesi Bassi 60.085, greci 55.000, belgi 24.906, boemi e della Moravia 46.099, svolacchi 26.661, belgi 24.906, tedeschi e austriaci insieme 23.000, slavi 10.000, italiani 7.422

Oltre 70.000 prigionieri politici erano polacchi, 23.000 zingari,10.000 i prigionieri russi, un numero imprecisato di testimoni di Geova, criminali comuni, omosessuali e altre categorie.

Sentendo parlare di Auschwitz, senza aver visto lo spazio si potrebbe pensare a un unico luogo fisico, niente di più ingannevole, attorno alla città di Oświęcim c’erano due campi, Auschwitz I e Auschwitz II a Brzezinka (Birkenau), un altro Auschwitz III era nel territorio della vicina Monowice.

Auschwitz I, o Oświęcim in polacco, era il campo di concentramento madre, quello del “IL LAVORO RENDE LIBERI”, costruito su circa 40 ettari e sul quale insisteva una caserma dell’esercito polacco della quale tedeschi utilizzarono i i caseggiati ridefinendoli “Blocchi”.

Auschwitz II – Birkenau, a tre chilometri dal I, era un campo di sterminio costruito per assolvere solo a tale scopo, esso si estende su un terreno paludoso di 175 ettari circa.

Auschwitz III a Monowice, sorto nei pressi degli stabilimenti Bun-Werke appartenenti all’IG Faberindustrie dove si costruiva del materiale bellico era il terzo campo.

L’opera di costruzione dei campi era importante e doveva essere molto urgente se dal 1942 al 1944 sorsero altri 40 campi di concentramento circa, tutte filiali di quello principale Auschwitz I.

Auschwitz I e Birkenau sono oggi conservati quali museo dell’Olocausto, un luogo per non dimenticare.

Altro aspetto da chiarire è quello relativo alla funzione dei tre campi.

Auschwitz, carrello e imbocco al forno crematorio

Franciszek Pipier, in un suo articolo, spiega qual è la differenza tra un campo di concentramento e un centro di sterminio: “I campi di concentramento, … si differenziano dai centri di sterminio soprattutto dalla tecnica adottata nel perseguire uno scopo identico, cioè l’eliminazione fisica delle vittime. Lo strumento principale di morte nei campi, era la fame unita allo sforzo fisico” … nei centri di sterminio, solitamente, le camere a gas e i forni crematori.

“Ad Auschwitz I, – come canta Francesco Guccini, a febbraio – c’era la neve”, mancava il fumo che era possibile immaginare, perché il forno crematorio era lì, adiacente alla camera a gas, alimentata dallo Zyklon, acido prussico in alta concentrazione, secondo il capo del campo Rudolf Höss bastavano quantità tra i 5 e i 7 chili ad uccidere 1.500 persone. Era un campo dove si lavorava tanto e si mangiava molto poco, dove il “Muro della Morte”, per le fucilazioni, era a disposizione di tutti i detenuti in ogni momento, e le SS non si lasciavano pregare. Il “Muro della Morte” si trova in un cortile, a fianco al Blocco della Morte dove si trovano i sotterranei del che ospitavano le carceri e le “stehbunker”, piccole celle in cui i prigionieri erano costretti anche a gruppi, a stare in piedi per alcuni giorni, senza mangiare e dalle quali, quasi sempre, venivano estratti senza vita. Uno strumento di tortura e di morte. Nel Blocco della Morte la cella n. 18 era occupata dal prigioniero Massimiliano Kolbe.

Auschwitz II – Birkenau era un’altra cosa, si entrava comodamente in treno stipati dentro i vagoni merci, chiusi o aperti non aveva importanza, si arrivava sino alle camere a gas, attigue ai forni crematori. I forni di Birkenau erano quattro. Il complesso era costituito da 300 baracche, alcune in legno, altre in mattoni. Nell’agosto del 1944 vi erano 100.000 deportati e un’emergenza sanitaria al limite della resistenza umana: scarseggiava l’acqua e le baracche erano infestate da una grande quantità di topi che attaccavano, come ricorda qualche reduce, anche i deportati, soprattutto se dormivano a contatto con il pavimento.

Un campo di sterminio doveva essere attrezzato e Birkenau lo era, assieme alle camere a gas e i forni crematori, c’erano:

– degli spazi dove i corpi delle persone che morivano di fame o freddo o perché uccisi dalle SS venivano bruciati;

– lo stagno dove, gli stessi internati scaricavano le ceneri provenienti dai crematori e dei roghi;

– un “blocco della morte”, come ad Auschwitz I dove si attendeva pazientemente il proprio turno;

– una sauna rigeneratrice e una sala per la disinfestazione prima del trattamento con il gas;

– le latrine e i gabinetti per i detenuti, in qualche settore erano all’aperto, in altri erano in baracca a fianco ai letti a castello.

Auschwitz III a Monowice era una fabbrica dove erano impiegati prigionieri di guerra inglesi e di altre nazioni assieme ad ebrei deportati, qui lavorava Primo Levi, alcuni ricordano, altri non ne sono sicuri, che sulla porta d’ingresso del campo era presente la stessa scritta che capeggiava sul portale del nel campo principale: “ARBEIT MACHT FREI” .

Ma la storia, anche se tragica, non si ferma … l’Armata Rossa, nel luglio-agosto 1944 arriva a 200 km da Auschwitz mettendo in agitazione le SS e tutti i soldati dei campi.

Nonostante ciò, i Tedeschi continuano a sterminare Ebrei, nelle camere a gas e con ogni altro mezzo, sino al novembre 1944.

A ottobre e novembre dello stesso anno sono eliminati i prigionieri adibiti alla manutenzione dei forni crematori e delle camere a gas.

Ingresso al campo di concentramento di Auschwitz

Tra agosto 1944 e gennaio 1945 iniziano le “Marce della Morte” e sono evacuati 65.000 detenuti.

Intorno al mese di giugno del 1944 il Comando delle SS decise di distruggere le prove dei crimini commessi ad Auschwitz e dopo il 24 luglio dello stesso anno da ordine di bruciare gli schedari e i registri dei detenuti con l’elenco degli Ebrei deportati.

A settembre 1944, a Birkenau, iniziò la bonifica degli stagni dove erano state depositate le ceneri dei crimini. Li ripulivano gli stessi deportati. Non si volevano lasciare tracce.

A fine ottobre 1944 fu smantellato uno dei forni, gli altri furono fatti saltare in aria il 20 gennaio del 1945.

Il 17 gennaio 1945 ad Auschwitz ci fu l’ultimo appello generale, erano presenti 67.012 detenuti; 31.894 a Birkenau e 35118 nei sottocampi di Monowitz.

Subito dopo fu impartito l’ordine di evacuazione, i detenuti che potevano camminare, in colonna sono costretti, a spostarsi a marce forzate, iniziano le “Marce della Morte”.

Chi resisteva ancora una volta aveva una piccola possibilità di farcela.

Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche che arrivano ad Auschwitz come liberatori troveranno circa 8000 sopravvissuti che non potevano camminare perché debilitati dalla fame, dalle malattie e dal freddo. Se le stagioni sono le stesse non è azzardato sostenere che la temperatura avrebbe potuto essere a meno sedici almeno.

La liberazione è arrivata, un’ex prigioniera scrive:

“Sentimmo la detonazione di una granata proveniente dal portone d’entrata. Ci affrettammo ad uscire dai blocchi e vedemmo venire dal portone, nella nostra direzione alcuni ricognitori sovietici. Appendemmo subito sulle aste lenzuola, con su fasce rosse a forma di croce. Alla nostra vista abbassarono le armi. Seguirono saluti spontanei. Poiché conoscevo il russo mi rivolsi a loro dicendo: ‘Salve vincitori e liberatori’. E in risposta udimmo dire: ‘Siete liberi!’”

FOTO DI SANDRO RENATO GARAU
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