Appuntamenti Guspini

A Santa Maria tra fede, usi e consuetudini

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di Maurizio Onidi

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La festa di Santa Maria  “Sa Festa Manna” per i guspinesi, fatte salve le festività di Natale e Pasqua ha sempre rappresentato il momento di maggior devozione alla Madonna.
In coincidenza con tale festività, essendosi completata la fase della mietitura e del raccolto nei campi, la comunità agropastorale procedeva alla stipula e al rinnovo dei contratti per la nuova campagna agraria oltre a onorare e liquidare gli accordi presi l’anno precedente con i  proprietari terrieri, con i lavoranti e con i negozianti dove avevano acquistato a credito in attesa “de s’arregotta”.

Miranda Serci

Lo stesso trattamento era riservato alle persone, solitamente giovani ragazze che prestavano  la loro opera di collaboratrici a tempo pieno(s’accodranta,  nelle famiglie degli agricoltori benestanti. «A questa figura, le famiglie che potevano permetterselo», dichiara Miranda Serci, 83 anni,«”sa srebidora”  integravano con l’aiuto de “s’accostanti”. Una persona che saltuariamente,  a secondo dell’accordo stipulato, si occupava delle grandi pulizie in occasione delle feste più importanti “Pasca manna, paschiscedda, santa Maria e tottu i santusu”, faceva il pane una o due volte al mese e con la stessa cadenza  lavava i panni (sa lissia) al fiume».
«Avevo tredici anni», precisa la signora Serci «quando cominciai a fare questo tipo di lavoro presso diverse famiglie,  con ognuna delle quali si stipulava un accordo economico che tenesse  conto del numero dei componenti il nucleo familiare e della grandezza della casa. La retribuzione poteva comprendere oltre la parte in danaro anche uno o due carri a buoi di legna».
Tenuto conto della sua giovane età quale era fra quelli che ci ha elencato prima, il lavoro più pesante?
«Sicuramente “ fai sa lissia” (lavare i panni)» precisa Miranda Serci «oltre che il più pesante, era anche molto impegnativo. Fosse estate o inverno, le modalità erano identiche. Si portava la biancheria da lavare al fiume di Terramestusu dove per prima cosa si accendeva il fuoco per scaldare l’acqua “in su caddasciu” (recipiente capiente in rame). Si cominciava quindi il primo lavaggio, inginocchiate tante ore su una pietra molto larga, posizionata sulla sponda del fiume, inclinata verso l’acqua che scorreva che se d’estate era anche piacevole, d’inverno stare a contatto con l’acqua fredda non era proprio il massimo. Intanto nell’acqua calda contenuta nel recipiente in rame si mettevano delle foglie di alloro e si versava la cenere raccolta nel caminetto, passata precedentemente al  setaccio. Dopo alcune ore quest’acqua veniva filtrata e raccolta in un altro recipiente per essere successivamente utilizzata anche per altri usi quali ad esempio per lavarsi i capelli. A questo punto si mettevano i panni  nel recipiente in rame, posizionandoli  a ridosso delle pareti  affinché  restasse un buco al centro che veniva riempito con l’acqua preparata precedentemente. Si portava a ebollizione dopo di che i panni bianchi, lenzuola, tovaglie, camicie e biancheria intima, per renderli ancora più bianchi e splendenti si faceva “s’asulletta”, polvere azzurrina che veniva sciolta nell’acqua. Nella bella stagione i panni lavati e profumati venivano lungo il fiume stesso, per  rendere più leggero il rientro a casa perché  i panni venivano messi in un recipiente in alluminio e portato sul capo».
Sempre negli anni cinquanta/sessanta che altri tipi di lavori faceva “s’accostanti”?
«Ricordo che venivamo chiamate a ore quando si partoriva in casa, solitamente nei primi quindici giorni dall’arrivo del nascituro oppure  prima che l’acqua potabile venisse portata nelle case, alle giovani ragazze veniva commissionato il trasporto dell’acqua con le brocche in argilla dai rubinetti che si trovavano in alcuni punti del paese alle abitazioni. Nel paese erano ben identificati i rubinetti, ricordo ad esempio quello “de sa funtana de su seddaiu” via giardini, quello “de i sorrisi Loi”, vicinanze del molino di Emilio Pitzus, quello “de su strdoi de Arbus”, quello “de prazza de cresia” a fianco al negozio di Bruna Floris, quello di “Fruviu Coccu”, via Castoldi. Oltre ai rubinetti, dove per questioni di mancato rispetto della fila non erano rare le discussioni che ogni tanto degenerano con rottura “de i marigheddasa”,  si andava a prendere l’acqua  anche a “ sa mizza de santa Maria” e  quella “de zia Anna Arrù”. Le ragazze più brave riuscivano a fare un trasporto anche con due brocche “una in conca e una a s’anca”».
Questa descrizione ingentilisce ancora una volta il duro lavoro svolto dalle donne.

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