RUBRICA. PSICOLOGA

Adolescenza un anno dopo

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della dottoressa Alice Bandino*

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Alice Bandino

Ci eravamo lasciati con la promessa di analizzare meglio la situazione degli adolescenti, soggetti fragili trascurati nella prima ondata e poi scoperti vulnerabili solo quando le loro gesta hanno dato voce a un malessere profondo, ormai incontenibile. Fatti di cronaca che ci parlano di minori che si sfidano prima sui Social e poi offline; adolescenti che hanno visto acuirsi con la pandemia le violenze fisiche o psicologiche subite o assistite; incremento delle dipendenze vecchie e nuove; abbandono scolastico; non rispetto delle regole; incremento delle patologie legate ad ansia e depressione; autolesionismo; nei casi che arrivano in questura, li troviamo responsabili di furti, violazione della normativa sugli stupefacenti, lesioni dolose e aggressioni, danneggiamenti, rapine, minacce  o ricettazione.

Ho avuto modo anni fa di osservare le conseguenze psicologiche in giovani fuggiti da guerre sanguinarie, attraverso i loro racconti e le loro testimonianze, emergeva un clima di paura, di tristezza e di rabbia, senso di impotenza, frustrazione, fame, povertà, ansia per il futuro, lutti continui, ritorsioni, prigionie, angosce, diritto all’istruzione negato, diritto alle cure (fisica e psicologica) negato, violenze e abusi fisici e psichici continui.

Guerre che si accompagnano sempre ad emergenze sanitarie che amplificano la disperazione; conflitti armati che rallentano il corretto sviluppo individuale e societario, che stoppano l’economia e minano la psiche della popolazione civile e militare.

La letteratura, la filmografia, le foto e le testimonianze dei sopravvissuti ci tramandano la certezza che universalmente i popoli in tempo di guerra, hanno teso verso la sopravvivenza mentale, provando fin che possibile a vivere, lavorare, studiare, sognare, sperare e ad amare anche se confinati in bunker o abitazioni fatiscenti o accampamenti; il susseguirsi dei mesi senza adeguate strategie collaterali amplifica i danni e aumenta la platea dei disagi.

Anche questa pandemia è una guerra invisibile che ci ha colti impreparati; pandemia che ogni Stato prova a combattere secondo proprie strategie.

La grande sorpresa, pare essere stata per tanti, scoprire che esistono (in un mondo globalizzato) non solo le attività più o meno essenziali ma intere categorie di persone che sono considerate più o meno essenziali: inizialmente la conta dei morti sembrava meno dura se le vittime erano “anziani fragili”, senza pensare che di qualcuno quegli anziani erano padri, madri, nonni, zii, mariti o mogli, fratelli, sorelle o amici, senza pensare ai danni psicologici, economici (e talvolta anche fisici), che avvengono in chi resta.

Di colpo la coscienza collettiva si è risvegliata e ha capito che per proteggere tutti, dovremmo vivere tutti considerando chiunque un soggetto fragile, rispettando le regole, perché così è: per un motivo o per un altro siamo tutti soggetti fragili dopo un anno di pandemia, dopo un anno “in guerra”.

Molte certezze son state scardinate, molti argomenti si son dimostrati “passioni”, ovvero importanti per chi li vive, ma non essenziali per tutti.

La psicologia delle emozioni ci insegna che son le passioni a rendere la vita più sopportabile contro la noia o la tristezza, che la resilienza per ripartire, se è coadiuvata dall’autostima, dall’ottimismo e dalla passione per i propri obiettivi, ottiene risultati soddisfacenti più duraturi.

Ascoltare le emozioni degli adolescenti, significa mettersi in gioco; gli adolescenti chiedono e vogliono sapere, pretendono di essere trattati alla pari, ma non sempre hanno le risorse emotive per un confronto e fuggono se non si sentono capiti.

Allora perché molti, troppi adulti ignorano gli appelli di psicologi, psichiatri, neurologi, docenti riguardo alla fragilità dei nostri minori? Perché le istituzioni fanno orecchie da mercante? Erroneamente si pensa che non parlare di un problema lo annulli magicamente, in realtà la storia ci insegna che tutte le emozioni represse, creano uno stato di tensione tale che nel momento in cui trovano uno spiraglio, esse vengono esperite e non sempre in modo funzionale al benessere nostro o di chi abbiamo accanto. Gli adolescenti prediligono l’agito per esprimersi, esprimersi con la fisicità, con le mode, con i filtri social, ma se ben accolti possono utilizzare anche il lessico emotivo per spiegare le loro emozioni tempestose, operazione più semplice se l’adolescente ha avuto un’adeguata educazione emotiva e socio emotiva, operazione più complicata se l’autostima è compromessa dalla vergogna, dal senso di colpa o dalla solitudine. Quando gli adolescenti non parlano? E’ molto più semplice di quanto pensiamo, solitamente non parlano se temono di non essere realmente accolti. L’accoglienza è più del semplice ascolto, l’accoglienza è l’accettazione dell’altro. Facciamo entrare nella nostra casa chi non ci trasmette fiducia? Probabilmente no, perché allora gli adolescenti dovrebbero affidare le loro emozioni a chi non solo non le accetta, ma non le vuole neanche conoscere? I Social son pieni di utenti adulti/anziani che danno lezioni di vita ai giovani criticandoli e paragonandoli a loro da giovani, visione spesso di parte, anacronistica e non verificabile, talora anche chi non ha figli pretende di parlare dell’educazione genitoriale, utilizzando come metodo di paragone solo la propria esperienza o quella di cugini/amici. Siamo tutti stanchi, chiunque ha risentito di questa pandemia, scendere e manifestare, distruggere, non è una soluzione costruttiva; contrapporci tra cittadini per priorità, per età, genere, lavoro, istruzione o ruoli sociali non sembra essere la via migliore; la vita di un uomo di 35 anni sano non vale meno di un anziano fragile o di un neonato indifeso, sia esso un padre di famiglia o no.

Cambia il diverso grado di protezione da attuare nei confronti dei più fragili, ma non la priorità di sopravvivenza, siamo tutti prioritari: tutte le vite valgono e vanno rispettate, a partire dalla nostra; insegnarlo agli adolescenti, con l’esempio, con coraggio e pazienza, li renderà adulti migliori, cittadini migliori e forse un domani attivi politicamente o socialmente per un mondo migliore, migliore per tutti. Come in ogni dopoguerra, per ripartire abbiamo bisogno di persone forti soprattutto psicologicamente, sul prossimo numero sentiremo qualche impressione dei ragazzi adolescenti da noi sentiti, non stanno tutti male e chi di loro aveva competenze socio emotive mature, sta reagendo con meno sofferenza e in modo proattivo alle nuove regole.

*psicologa

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