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Agricoltura e ambiente: competitività o simbiosi?

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di Francesco Diana

L’ondata di proteste innescata dalla ragazzina svedese Greta Tumberg per sollecitare i Grandi del Mondo ad adottare le misure necessarie capaci di arginare il cambiamento climatico che minaccia il nostro pianeta,  impone una miriade di riflessioni.
Intanto, che si tratti di un’iniziativa frutto esclusivo della precoce maturazione di una ragazzina dotata di un grado d’intelligenza fuori dal normale o che, invece, come più probabile, la stessa sia stata immolata di proposito al fine di stimolare l’attenzione dei media per proporre l’iniziativa con l’enfasi che meritava, poco importa! Ciò che importa maggiormente è che i Grandi del mondo trovino finalmente l’accordo per intraprendere azioni condivise, capaci di arginare gli stravolgimenti in atto nel nostro pianeta che, a detta degli esperti, porterebbero in poco tempo far sparire  dalla terra ogni forma di vita. I nostri capelli bianchi ci autorizzano a pensare che la protesta giovanile, proprio perché ci ha visto interpreti tempi addietro, anche se per ben altri problemi, è sempre priva delle necessarie riflessioni sulle conseguenze che tale azione potrebbe determinare, specie se dovesse riportare alle condizioni di vita del passato, alle quali i giovani non sarebbero in grado di adeguarsi. Tuttavia la loro protesta è comunque utile, perché contribuisce a risvegliare noi tutti dal torpore che ci assale, indice di una rassegnazione che non porta sicuramente a ricercare le possibili soluzioni del problema.
La suddetta premessa ci consentirà di affrontare il problema che andremo a trattare, con la certezza di riuscire a esprimere alcuni concetti base nella misura giusta per consentire la perfetta ricezione del messaggio che proporremo.
Fin dal Neolitico l’uomo, che fino allora era sempre stato un utilizzatore passivo dei beni che la natura gli offriva, ivi compresa la fauna, dopo aver capito alcune funzioni proposte dalla stessa, ha cominciato a cimentarsi in forme di agricoltura primordiale, modificando di conseguenza la natura selvaggia che costituiva il suo habitat iniziale. In tempi immediatamente successivi, cominciò anche a cimentarsi nell’allevamento del bestiame per l’approvvigionamento del latte, delle carni e del pellame.
Queste sono state le primordiali ingerenze dell’uomo sulla natura che, proseguite più intensamente col trascorrere dei secoli, hanno portato alla situazione attuale. Con ciò non vogliamo assolutamente affermare che i mali di cui sanguina in questo periodo l’ambiente, siano da ascrivere unicamente alla metamorfosi dei vari sistemi di coltivazione via via adottati dall’uomo che, di fatto, incidono per una piccola percentuale. Tuttavia, restando nel campo dell’agricoltura e del suo rapporto con l’ambiente, non possiamo ignorare l’incidenza negativa che l’evolversi dei processi produttivi, sollecitati dalla necessità di soddisfare le sempre crescenti esigenze alimentari della popolazione mondiale, oltre che imposti dalle rigide regole del mercato globale, ha avuto nei confronti del nostro habitat.
Intanto per il conseguimento delle finalità suesposte, l’agricoltura ha dovuto sottrarre consistenti aree al bosco originario, con le conseguenze già descritte in altre occasioni, per quanto concerne l’importanza della fotosintesi clorofilliana per le funzioni vitali nel nostro pianeta. Ovviamente l’ingerenza operata dall’agricoltura, peraltro in parte controbilanciata dagli impianti arborei realizzati, ha prodotto effetti meno gravi di quelli ascrivibili allo sviluppo dei centri urbani, degli insediamenti produttivi e delle relative infrastrutture di supporto.
La principale ingerenza dell’agricoltura sull’ambiente e sulla sua biodiversità, è da ricercarsi nella continua evoluzione dei processi produttivi adottati in funzione delle accresciute esigenze della popolazione mondiale, sia in termini quantitativi sia qualitativi.
Il progressivo incremento della popolazione mondiale, specie in quelle aree caratterizzate da sufficiente benessere, ha portato a un incremento  delle produzioni alimentari, tali da generare anomale eccedenze che stridono paurosamente con la penosa situazione esistente in certe realtà del mondo dove si continua a morire di fame.
L’esigenza di soddisfare i gusti del consumatore, ha stimolato la ricerca che ha comportato l’abbandono di determinate varietà storicamente presenti nel territorio, forse meno appetibili ma certamente meno esigenti in termini di acqua e fertilizzanti di supporto. Sono stati recentemente pubblicati gli esiti di una ricerca effettuata su diverse cultivars da frutta, dalla quale si evince che delle centinaia di varietà di mele presenti nel mondo, solo poche decine si sono salvate.
In conseguenza di ciò si è arrivati alla coltivazione di varietà OGM di qualsiasi specie, sulle quali sussistono ancora riserve sulle eventuali ripercussioni negative per il consumatore.
Si è passati, in buona sostanza, da un’agricoltura tradizionale a un’altra spiccatamente intensiva, che ha comportato l’impiego d’ingenti quantità di fertilizzanti chimici, di erbicidi, di pesticidi, che hanno inquinato il suolo, l’acqua e in parte il cibo che consumiamo giornalmente. Tutto ciò non è successo per volontà esclusiva del coltivatore, bensì a causa delle costanti maggiori esigenze da parte del consumatore il quale, pur di appagare i propri gusti, ha sorvolato sulle conseguenze che ciò poteva portare per la propria salute e per l’ambiente in particolare.
Il soddisfacimento delle esigenze del consumatore in regime di libero mercato, ha imposto al produttore l’adozione di processi produttivi sofisticati con largo impiego di prodotti chimici, che hanno avuto un effetto negativo sulla biodiversità, causando l’alterazione fisico-chimica e biologica dei suoli, inquinando le acque e alterando l’equilibrio biologico del quale la natura stessa ci aveva gratificato.  Tutto ciò è avvenuto con la colpevole indifferenza delle istituzioni, che hanno tollerato processi palesemente dannosi per l’ambiente quale, ad esempio, il “reingrano pluriennale” tollerato dalle precedenti PAC, che hanno portato alla sterilità dei suoli interessati e all’inquinamento delle falde acquifere sottostanti.
È dunque l’agricoltura responsabile dei mali che affliggono l’ambiente, destando tante preoccupazioni fra gli abitanti del pianeta? Sicuramente no; perlomeno non in misura determinante, viste le concause di cui si è fatto cenno in precedenza. Tuttavia è indispensabile riconoscere che ciò che è successo non può che ricadere sulla responsabilità di ciascuno di noi consumatori, colpevoli di aver condizionato la ricerca e il mercato, richiedendo prodotti sempre più sofisticati, incuranti del fatto che ciò avrebbe portato all’adozione dei processi produttivi di cui si è detto.
Quanto descritto, anche che per effetto della globalizzazione, ha portato al progressivo abbandono dell’agricoltura “nostrana”, poiché incapace di competere sul mercato. Lo scenario che appare attualmente ai nostri occhi è veramente demoralizzante: gran parte delle tradizionali aree agricole, comprese quelle dotate di acqua per l’irrigazione, risulta abbandonata e i terreni ricoperti da infestanti mai viste prima d’ora, che hanno preso il sopravvento sulle essenze naturali che costituivano la caratteristica saliente dell’ambiente della Sardegna, come la sulla e il trifoglio subterraneo, tanto per citare qualche esempio.
Tale scenario costituisce l’ambiente ideale per il proliferare degli incendi estivi, specie riguardo ai mutamenti climatici che caratterizzano le attuali stagioni.
A questo punto è indispensabile che l’agricoltura torni a operare in simbiosi con l’ambiente, adottando sistemi più sostenibili che, pur tenendo conto delle esigenze del mercato, evitino di procurare  ulteriori stravolgimenti nell’ambiente. Spetta alla ricerca formulare proposte concrete in tal senso, all’agricoltura adottarle e al consumatore adeguarsi a tutto ciò che il mercato proporrà. Se è vero che in genere il “progresso” porta con sé “morti e feriti”, non si vede perché una Società progredita non possa sopportare, in cambio della sua stessa sopravvivenza, un parziale progressivo ritorno verso alcuni sistemi del recente passato. Ciò costituirebbe già di per se una forma di “Progresso”, inteso come capacità di capire per tempo la pericolosità della strada intrapresa e adottare le contromisure necessarie, e non “Regresso”, come il parziale ritorno alle strategie del passato potrebbe lasciar intendere.
Siamo certi che le nuove generazioni, con la stessa forza con la quale riescono a proporre all’appagato e svagato  mondo dei maggiorenni, le opportune riflessioni su temi di attualità che caratterizzano la vita di tutti noi, riusciranno altresì a metabolizzare nella giusta misura anche la rinuncia a determinati privilegi che la Società dei consumi ha finora messo  a loro disposizione.

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