Economia & Lavoro

Agricoltura: ricambio generazionale e non “giovani allo sbaraglio”

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Di questi tempi, perdurando la crisi economica che ha portato la disoccupazione giovanile a livelli preoccupanti e con l’agricoltura ridotta ai minimi termini anche per effetto della globalizzazione dei mercati, si assegna al ritorno dei giovani in agricoltura la duplice finalità di ovviare alle predette carenze.

Facciamo qualche riflessione in proposito.

Intanto bisogna tener presente che se si è arrivati all’abbandono quasi generalizzato dell’attività agricola da parte della vecchia imprenditoria, qualche motivo ci deve pur essere! Se le Istituzioni non sono state finora in grado di individuarne le cause e suggerire i necessari rimedi, pensiamo sia un fatto abbastanza sconsiderato assegnare solamente all’entusiasmo e alla sconfinata fantasia dei giovani la soluzione dei tanti problemi che affliggono una società gravemente ammalata. Non si può mandare allo sbaraglio tanti giovani inesperti che, disperati per il futuro, cercano di aggrapparsi a tutto ciò che reputano possa diventare un’occupazione. Si può mai pensare di rilanciare l’agricoltura contando esclusivamente sulla disperazione, sull’entusiasmo e sulla fantasia dei giovani, attraverso le loro singole iniziative, spesso avveniristiche e coraggiose, che nella migliore delle ipotesi possono risolvere i problemi di pochi disperati?

Tuttavia, si tratta sempre d’iniziative meritevoli di lode, anche se vengono in genere intraprese senza tener conto delle leggi di mercato, cosa che potrebbe portare alla saturazione dello stesso, nel momento in cui un eventuale successo parziale della singola iniziativa, venisse a essere emulata indiscriminatamente da numerosi altri operatori.

Già, è sempre il mercato a condizionare le scelte imprenditoriali di ciascuno, salvo che non si voglia praticare l’agricoltura a livello amatoriale o unicamente per soddisfare le esigenze alimentari della propria famiglia.

Per quanto sopra, fa riflettere quanto pubblicato da un’importante agenzia delle Nazioni Unite, secondo la quale l’agricoltura produce in generale alimenti in quantità tale da poter soddisfare le esigenze alimentari dell’intera popolazione mondiale ma che, purtroppo, a fronte di tale disponibilità circa ottocento milioni di persone vivono in condizioni di assoluta carenza alimentare.

Prescindendo momentaneamente da questioni di carattere umanitario, che esigono più approfondite valutazioni, non si può non prendere atto del fatto che, mentre giornalmente molte persone al mondo muoiono di fame, il mercato mondiale risulta invece saturo di alimenti. Ciò, ovviamente, giacché molti paesi sottosviluppati non dispongono delle risorse finanziarie per l’acquisto degli alimenti necessari, oltre che per le particolari condizioni pedo-climatiche di quei luoghi e le carenze socio-culturali delle popolazioni, che non consentono di produrli in quantità sufficiente a soddisfare le esigenze interne.

Quanto citato, imporrebbe una radicale diversificazione delle produzioni agricole, non più finalizzate alla produzione di alimenti, bensì allo sfruttamento industriale per la produzione di oli, cosmetici, resine, medicinali ecc., dei quali il mercato parrebbe momentaneamente deficitario. Ciò, ovviamente, avendo sempre presente l’obiettivo primario rappresentato dalle esigenze alimentari della popolazione mondiale, che in base ai recenti studi sarebbe destinata a crescere in misura considerevole.

La cosa che preoccupa maggiormente per tutto ciò è l’assoluta incapacità, o almeno il disinteresse, delle Istituzioni nell’affrontare una qualsiasi forma di programmazione fondata, come dovrebbe, sugli esiti della ricerca scientifica e della sperimentazione, in armonia con le risultanze di mercato, che costituisca una linea maestra per i giovani interessati a entrare nel complesso mondo dell’agricoltura, da molti indicato come il mestiere più antico del mondo ma anche il più pericoloso, poiché soggetto ai rischi propri d’impresa e contemporaneamente anche a quelli derivanti dalle bizze di “Madre Natura”, del tutto imprevedibili ma abbastanza ricorrenti di questi tempi.

Le suddette Istituzioni si limitano, invece, a erogare di volta in volta generici incentivi per favorire l’inserimento dei giovani in agricoltura, intesi genericamente come indispensabile stimolo per un ricambio generazionale, ma soprattutto come antidoto all’umiliante dilagare della disoccupazione giovanile.

Per giovani che intendono dedicarsi all’agricoltura, in genere in possesso di un elevato livello culturale che consente loro di fare le opportune valutazioni, disporre di uno strumento guida adeguato, sarebbe oltremodo importante per limitare al massimo i rischi che ogni scelta imprenditoriale comporta, più ancora degli incentivi di carattere finanziario che in genere attirano, ma che molto spesso sono causa di cocenti fallimenti, cosa che i giovani proprio non meritano.

Le esperienze del passato insegnano!

Francesco Diana

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