Cultura Villacidro

Al museo Magmma di Villacidro la mostra “Manet-incisore”

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di Walter Marchionni*

Nel 2018 il Museo Magmma ha ripreso la propria attività allestendo la mostra “Rembrandt – incisore”; uno degli eventi artistici dell’anno in Sardegna insieme a Toulouse Lautrec al Man di Nuoro e Tony Cragg al Museo Nivola di Oliena .
L’evento, realizzato con opere di altissimo pregio, è stato un tributo ad uno dei massimi artisti della storia dell’arte, ma anche l’occasione per riaprire un fertile dibattito sulla vitalità del linguaggio incisorio e della grafica che unì  plasticamente le due sedi  teatro dell’evento: il Museo di Ca’ La Ghironda di Bologna, con la sua pluriennale attività volta al connubio tra Arte e Natura, e il Museo MAGMMA che basa la sua attività nella promozione della grafica e che ha inserito la m
A questo proposito ci accingiamo a presentare un’altra importante mostra che riguarda uno dei più grandi artisti della storia dell’arte: Edouard Manet.
Come direttore del Museo Magmma ho il piacere di collaborare, nella direzione artistica , con Vittorio Spampinato,  direttore del Museo Cà La Ghironda; con questa illustre partnership, il Museo Magmma è stato inserito in un circuito di mostre di interesse nazionale.
Infatti le incisioni fanno parte dalla grande mostra allestita a Malta sotto il Patrocinio del Ministero della Cultura di Malta, e precedentemente ospitate nelle sale del  Museo  Raffaello di Urbino, entrambe nel 2018.
The Alfred Strölin Edition del 1905, così è conosciuta  la collezione,  comprende trenta opere che furono stampate postume da questo importante collezionista e commerciante tedesco a Parigi dalle tavole originali di Manet. Le lastre furono infine biffate dallo stesso Strölin per evitare ulteriori impressioni.
La produzione grafica sperimentale e innovativa di Manet è considerata fondamentale nello sviluppo del mezzo di stampa, in particolare l’incisione e la litografia. La maggior parte delle incisioni incluse in questa mostra furono prodotte nei primi anni del 1860 negli anni tremendamente importanti che portarono alla produzione di alcuni dei dipinti più famosi dell’artista.  Furono la ricerca di un’immediatezza espressiva, l’attenzione ai valori della materia, la sintesi delle forme, la verità pittorica degli oggetti a guidare Manet dritto sulla strada di una vera e propria rivoluzione figurativa; del “nostro Rinascimento”, come lo definì Cézanne, e di quel “meraviglioso quotidiano” che sedusse a tal punto Baudelaire da farne il suo più appassionato sostenitore e il compagno d’inesauste riflessioni sul metodo. Ed è proprio al maestro dello Spleen che si deve il debutto di Manet nel mondo dell’incisione. Allora aveva solo ventisette anni e già da tre si era allontanato dalla bottega di Couture per organizzarsi uno studio proprio, dove coltivare senza interferenze quel pressante bisogno di reale che, anche nel bianco e nero, trovò in lui un pioniere straordinario. Per questo Baudelaire lo notò fra i tanti autori che nei primissimi anni sessanta dell’Ottocento stavano riscoprendo la grafica come espressione autonoma. Acquistate nel 1905 da Alfred Strölin, per essere tirate in 100 esemplari, le 30 lastre pubblicate nel 1894 da Dumont – che comprendevano le 23 del portfolio curato da Suzanne Manet per Gennevilliers nel 1890 – rappresentano una raccolta esaustiva della produzione dell’artista. In un arco cronologico esteso fra i primi anni sessanta e il 1882, ecco succedersi i fogli più indicativi dei suoi vent’anni di ricerca sul mezzo. Fedele all’esigenza di naturalezza perseguita in pittura, Manet si diede alla grafica con l’impegno di uomo di scienza e la freschezza di chi guarda alla vita con inesauribile stupore. Alla “vita vera”, quella di tutti i giorni, che sta davanti agli occhi e diviene in ogni dettaglio pretesto per un racconto nuovo. Quando da bambino, sui banchi di scuola, annotò a margine di un testo di Diderot “bisogna essere del proprio tempo e fare ciò che si vede”, forse Manet non sospettava ancora che quella frase, stesa di getto, ne avrebbe influenzato tutta la carriera e che Baudelaire un giorno, pensando alle sue impressioni, potesse lodarne “il gusto deciso per la vita moderna”. Lo stesso gusto che torna, con sfumature diverse, in ogni soggetto del corpus incisorio (88 lastre in tutto, esclusi gli ex libris) e che nell’edizione Strölin è svelato per tappe, con inedite inflessioni e piccole scoperte. Fra i soggetti di riproduzione, quelli cioè ispirati ai suoi quadri o alle tele di altri maestri, e le immagini ideate ex novo, il concetto non cambia. Il suo straordinario senso per il reale aumenta, nel bianco e nero, d’immediatezza. Merito dell’uso istintivo del tratto, figlio di una lunga affezione al disegno, e merito anche di un approccio disinvolto alla tecnica, raramente viziato dalle consuetudini del mestiere ma aperto piuttosto a risorse libere e intuitive. Non stupisce, a questo proposito, che il rapporto col segno sia inizialmente più contratto, come accade in Silentium (n. 10) – una delle prime incisioni di Manet, che Rosenthal dice simile a un San Pietro Martire del Beato Angelico in San Marco a Firenze – dove l’inesperienza è rivelata dalla semplicità compositiva, dalle trame spaziate e dall’assenza quasi totale di effetti luministici. Un autocontrollo che con Il chitarrista spagnolo (n. 2), derivato dal suo olio oggi al Metropolitan di New York e, soprattutto, con i Piccoli cavalieri (n. 9), trascrizione di un dipinto di Velasquez al Louvre, sembra sciogliersi nella ricerca di soluzioni atmosferiche affidate al continuo infittirsi e rarefarsi degli intrecci segnici. Astuzie chiaroscurali acuite a ogni stato e che negli ultimi, talvolta realizzati a distanza di anni dai primi, raggiungono suggestivi esiti spaziali.
Diversamente dal metodo di Goya, suo amatissimo mentore, costantemente citato nelle tele come nelle acqueforti, Manet affrontava la matrice quasi si trattasse di u
Nella presa diretta di un’immagine quotidiana, emerge il gusto di Manet per l’impressione, resa qui con l’uso di segni nudi e leggerissimi (bastarono due soli stati a soddisfarne l’esigenza di spontaneità), memori certo della lezione di Whistler e del suo inimitabile “sesto senso” atmosferico.
Gli anni che vanno dal 1863 al 1870 rappresentano un periodo di consolidamento del rapporto fra Manet e il mondo della grafica. Con meno sperimentazioni e più cura per i temi sociali, l’artista traspose in lavori come Il filosofo (n. 19) o L’attore tragico (n. 25) il verbo realista della sua parallela attività pittorica. Fu però con Olympia (n. 22 e n. 23) che l’alchimia fra riflessione e perizia toccò un altro vertice di raffinatezza. Tratta dal quadro presentato al Salon del 1865 – fra l’indignazione e il biasimo di tutti – la versione calcografica riassume lo stesso mix di impianto classico, ispirazione tizianesca, ricordi di Goya e seduzioni giapponesi, che hanno fatto del dipinto un capolavoro di rottura nella storia dell’arte. Un po’ femme fatale, un po’ venere moderna, l’Olympia incisa è la conferma all’opinione di quanti, in passato, sostennero che Manet riuscisse a rendere in bianco e nero tutte le nuance delle sue immagini a colori. Le sfumature perlacee dei tessuti, quelle calde dei drappeggi, il livore della pelle, la profondità della stanza aperta sullo sfondo. C’è tutto questo nella trascrizione grafica, con un occhio di riguardo però a una maggior sintesi delle forme e a un effetto pulviscolare. Espedienti stilistici che di lì a poco distingueranno Il torero morto (n. 8) e Il ragazzo che fa bolle di sapone (n. 24). Anche in quest’occasione lo studio analitico della texture mira a una resa atmosferica della scena dai riflessi esistenziali, cui contribuisce l’impiego dell’acquatinta, nel primo caso, e dell’inchiostro applicato à la poupée, nel secondo. Accorgimenti preziosi che nel corso degli anni settanta verranno tralasciati in vista di un ritorno all’essenzialità iniziale.
La mostra sarà il focus per la realizzazione di numerosi laboratori didattici aperti alle scuole e alle famiglie. I visitatori scopriranno tutti gli aspetti dell’incisione e del percorso artistico e storico che ha caratterizzato l’artista.
Un’occasione unica per il territorio, come lo è stato con Rembrandt; un contributo allo sviluppo culturale e un ponte virtuale con quei  luoghi che l’hanno ospitata: Malta ,Urbino, Bologna , Bergamo. Ma anche un ponte  virtuale  con quei luoghi dove le incisioni sono state generate ; quei luoghi magici che hanno cambiato la storia dell’arte e che, per magia, si appaleseranno a Villacidro.
*Direttore Museo Magmma

 

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