La Sardegna nel Cuore

Alla Bit l’isola che c’è

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Se è vero che sono già stati venduti 8 milioni di biglietti (di cui 5 milioni all’estero) per l’Expo del maggio milanese, a cento giorni da che l’evento prenda il via, al di là delle polemiche che l’hanno fin qui funestato, ricordiamo per tutte le dimissioni a seguito di tangenti percepite da prestigiosi personaggi che ne avrebbero dovuto curare l’allestimento, sembra di capire che nel bene e nel male costituirà prestigiosa vetrina per un numero davvero notevole di turisti che nel periodo visiteranno il Belpaese che ci ospita. E sarà quindi strategico riuscire ad accaparrarsene una parte anche da quelle regioni più lontane da quella lombarda, facendo magari seguito a quella traccia che contraddistingue l’evento milanese, il cibo nelle sue mille articolazioni e contraddizioni, traccia che auspicano i responsabili del turismo sardo faccia sì che varcare il mar Tirreno non costituisca fastidio più grande del noleggio di una gondola sul Canal grande di Venezia.
In Sardegna per che cosa? L’assessore al turismo Francesco Morandi, uno dei nuovi “professori” che il presidente Pigliaru ha voluto nella sua giunta, è qui alla Bit 2015 e la scorsa settimana, sempre a Milano, era presente ad uno dei 42 tavoli tematici in cui 500 esperti hanno gettato le basi della cosiddetta “Carta di Milano” che seguivano quattro percorsi: le dimensioni dello sviluppo tra equità e sostenibilità, la cultura del cibo, l’agricoltura gli alimenti e la salute per un futuro sostenibile, la città umana e i futuri possibili tra smart e slow city. Tutte problematiche (magari la quarta no, e poi ci sono troppi inglesismi) che avrebbero fatto piangere di gioia l’ex presidente della provincia del Medio Campidano Fulvio Tocco, che su questi temi si era speso politicamente da sempre. Rilevando quanto spazio ci fosse nelle campagne della Marmilla e non solo, per un discorso che parlasse di qualità della vita, di filiere corte per prodotti autoctoni, per contadini che dovevano diventare dei veri e propri custodi di un territorio millenario, livellato dalla natura e dal lavoro degli uomini a quinta di un teatro unico nel suo genere.
Anche se molti dei miei amici sono tra quelli che sospettano questi eventi “epocali” servano in realtà perché le multinazionali del settore si mettano in tasca più soldi di quanto già facciano, non si può non sottolineare quanto l’evento sia mediamente (inteso come sistema delle comunicazioni) importante, unico, non c’è media mondiale che vi si possa sottrarre, dal New York Times che mette al primo posto Milano (e l’Expo) come città che si “deve visitare”, a papa Francesco che manda un suo messaggio perché non ci si scordi che troppo è il cibo che viene buttato via dai paesi che contano, con Lula che gli fa eco dal Brasile plaudendo perché finalmente ci si ricorda che la fame è ancora un problema che tocca troppe parti del mondo. Quindi l’Expo è lo specchietto per quelle allodole che, stregate dalle promesse degli operatori turistici sardi, voleranno sul mare (beate loro che hanno ali e non dovranno pagare il biglietto a Meridiana) o preferiranno fare la traversata acquattate sui ponti turistici di qualche nave Tirrenia. E qui casca l’asino, e scusate se oggi eccedo nella metafora animalista, che il busillis del caro trasporti dal continente all’isola ancora non è stato risolto, e pur ammettendo che tutti i turisti stranieri (ricchissimi sempre per statuto ontologico) possano considerarlo dettaglio trascurabile, così non è per quegli italiani che ne fanno giustamente punto affatto secondario, specie in una congiuntura economica come quella che stiamo vivendo, di vacche magrissime (e ridagli!).
Quest’anno la Bit è diversamente organizzata, si rivolge praticamente ai cosiddetti “buyer”, che sarebbero i compratori, i “tour operator”, le grandi agenzie di viaggi, purtuttavia è impossibile non notare che lo stand della regione Sardegna è davvero poco appariscente, specie se confrontato con quelli che sono i concorrenti diretti: la regione Puglia in confronto la batte cinque a zero, calcisticamente parlando. Per carità, le spiagge riprodotte in grandi pannelli sotto i quali si svolgono le contrattazioni ti fanno dispiacere di aver lasciato a casa il costume da bagno, ma gli spazi in cui si debbono muovere gli operatori turistici sardi sono davvero esigui, ideati senza un briciolo di originalità, asettici. Mettiamo pure che non sia l’abito che fa il monaco, l’anno scorso il turismo sardo è aumentato di un bel 9% e quest’anno sono 69 gli operatori sardi del settore che sono qui presenti, quasi il doppio del 2014, a conferma che il “marchio Sardegna” si fa pubblicità da sé, senza troppi “testimonial” che ne aiutino la sponsorizzazione. Eppure quando vado a parlare con quelli del Tartheshotel di Guspini e mi mostrano un volantino di “vivere una miniera” relativa a Montevecchio e alla Costa Verde che lo sottende davvero miserrimo, e i posti sono quelli in cui è situato anche il loro hotel a quattro stelle (una stella in più e sarebbe stato grillino ad honorem), un poco di scoramento mi prende nel dover constatare quanto ancora ci sia da lavorare perché le istituzioni locali (leggi i comuni di Arbus, di Guspini) si mettano in rete per non sprecare eventi di questo tipo per propagandare le bellezze del loro territorio, se non ora quando? L’assessore Morandi si è scelto come testimonianza che anche la Sardegna è terra di cultura (il 67% del turisti stranieri viene in Italia per visitare città d’arte, solo il 14% per il suo mare) i giganti di Monte’e Prama. Se ho ben capito vuole metterne copia negli scali aeroportuali di Cagliari e Olbia e Alghero, che diano il benvenuto agli ospiti. Addirittura Francesca Barracciu, che nel governo di Renzi Matteo è viceministro di Franceschini alla cultura, aveva adombrato la possibilità di trasportarne un paio di quelli veri, in arenaria chiara, proprio qui all’Expo. È di questi giorni la polemica che ha negato un analogo viaggio all’Annunciazione leonardesca e quindi chi vorrebbe ammirarsela in santa pace dovrà fare un salto agli Uffizi di Firenze, per i nostri giganti non so ancora se è stata detta l’ultima parola. È vero che hanno molto dormito in solide casse lignee da quando sono apparsi in pezzi nelle campagne di Cabras una quarantina d’anni fa, il 1975 o giù di lì, una delle loro teste dagli occhi a doppio cerchio era già venuta alla luce vicino a un nuraghe di Narbolia anni prima, e solo da poco si sono eretti nella loro statura di oltre due metri, pugilatori e arcieri, guerrieri insomma che dovevano vegliare sulle tombe dei nostri antenati di quasi due millenni fa, in quel monte delle palme che sarà poco più di cinquanta metri sulla pianura del Sinis, con Tharros che si intravvede sulla sinistra adagiata sul mare morto di capo san Marco, i fenici la fondarono intorno all’ottavo secolo e i giganti di Monte ‘e Prama certo li videro sbarcare con apprensione. Saprebbero narrarne delle belle questi giganti a chi venisse in Sardegna a rendere loro omaggio, i loro fratelli di bronzo da cui sembra abbiano attinto forma sono numerosi e altrettanto misteriosi, unici nella cultura mediterranea. Spesso sepolti presso torri di pietre ponderose: i Turrenòi i costruttori di torri erano quelli che li fondevano, li diffusero in tutto il mondo conosciuto, li troviamo nelle tombe etrusche di Volterra e Populonia e di Vulci e Arezzo e Cervetri e Cortona, di Sala Consilina e Pontecagnano in Campania, ma anche a Creta e nell’Attica. L’unica volta che sono stato a Luxor li ho visti, coi loro tipici elmi dalle lunghe corna, scolpiti sulle pareti che inneggiavano alle guerre vittoriose del grande Ramesse, quali sue guardie del corpo, invincibili come si conviene ai guerrieri del faraone-dio. E a voler dare ascolto a uno che di storie da narrare se ne intende, Sergio Frau giornalista e scrittore, è Strabone nel suo quinto libro a lasciar scritto che “i figli di Eracle, arrivati in Sardegna, coabitarono con i Barbari che possedevano l’isola e che questi erano Turrenòi, successivamente i fenici di Cartagine imposero il loro dominio”.
Vengano le genti anche a vedere il monte d’Ercole, l’Arquentu, sulla cui cima furono rinvenute anche monete romane, con la sua cresta di dinosauro a dominare le dune dorate di Piscinas, vengano le genti a visitare le miniere già scavate dai romani e che furono tra le maggiori d’Europa. È da poco che a un tiro di schioppo di Monte ‘e Prama, zona nuragica di “Sa Osa”, a Cabras, una squadra di archeobotanici ha scoperto dei pozzi che fungevano da “paleofrigoriferi” per alimenti, oltre 1.500 semi di vino tipo vernaccia e malvasia risalenti a circa tremila anni fa (col carbonio 14). Da quelle parti i costruttori di torri che scolpirono i giganti a guardia dei loro morti già coltivavano i vitigni di oggi, ne facevano bevande effervescenti di storie; venite genti in Sardegna a sentirle raccontare dai loro nipoti, ve ne offriranno più di un bicchiere

A cura di Sergio Portas

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