RUBRICA. IL DIS(CORSIVO)

Amnesia collettiva

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Ogni epoca ha le sue malattie che contribuiscono non soltanto alla sofferenza fisica di tante persone, ma anche a condizionare la mentalità e la cultura di una civiltà. La peste, raccontata da Tucidide, Boccaccio, poi Manzoni e Camus; la sifilide; l’epilessia e la follia, considerati “morbi sacri”; le tossicodipendenze, il cancro, l’Aids; le grandi epidemie, come la “spagnola”, fino al coronavirus, sono tutti mali che hanno creato isteria generalizzata rendendoci una fedele immagine dell’epoca in cui si sono diffusi.

Nonostante la psicosi di queste settimane per il coronavirus, il male che meglio descrive i nostri tempi è, però, l’Alzheimer. Oggetto di inchieste, statistiche, testimonianze – e spesso di confusione – è una malattia terribile che investe il senso della vita perché ruba il passato e il presente, divora i ricordi e gli affetti.

Accanto all’Alzheimer legato alla condizione fisica individuale, esiste anche un Alzheimer culturale, sempre più diffuso e portatore di un’amnesia collettiva, che può diventare mortale per la vita, la società, la politica e la nostra stessa intelligenza. Viviamo un’epoca che adora gli orologi, ma non conosce il tempo.

In settori sempre più ampi della società dilaga l’analfabetismo funzionale, e l’ignoranza è considerata un merito. Epoche e fatti, come Fascismo e Nazismo, la Shoah e le Guerre Mondiali, sono sconosciuti ai più. Personaggi, come Hitler e Mussolini, sono difficili da contestualizzare, anche nelle linee più generali, per molte persone. E, più vicino nel tempo e nello spazio, nomi come De Gasperi, Togliatti, Berlinguer e Moro non dicono nulla a molti.

Non è mera ignoranza – non si tratta di conoscere l’imperatore Adriano o Caravaggio – ma incoscienza, inconsapevolezza delle proprie radici, boriosa sprovvedutezza e dunque impossibilità a comprendere, e affrontare, il presente. Perché il tempo presente, individuale e collettivo, non è soltanto l’attimo che viviamo, o il minuto di quell’istante appena sfumato e passato; è il contesto generale che circonda, anticipa e continua le nostre esistenze. È, ad esempio, la ragione per cui siamo lavoratori o disoccupati, per cui siamo sfruttati o sottopagati, per cui viviamo una determinata condizione economica e sociale. Comprenderlo può, pertanto, diventare il motore per migliorare, se necessario, quella condizione.

Ignorare le proprie radici significa girovagare senza sapere dove ci si trova, come chi ha perso la memoria e non trova la strada di casa. L’incapacità di definire il tempo che viviamo, riduce la vita a pochi anni, rendendoci più deboli e vulnerabili. “O italiani, vi esorto alle storie”, diceva Foscolo; non invocava professori, ma cittadini consapevoli.

La memoria non è, però, la registrazione meccanica degli eventi, né, come spesso assistiamo, l’ossessivo e vendicativo ricordo che rinvanga i torti ricevuti per poterli restituire con gli interessi di un risentimento stratificato. La memoria autentica guarda avanti, perché guardare indietro è mortale. Orfeo perde Euridice perché si volta indietro verso di lei; la moglie di Lot diventa una statua di sale perché contravviene all’ordine divino e si gira a osservare il saccheggio della sua città. La cultura greca e quella romana, che molto avevano intuito della condizione umana, si sforzano di guardare sempre avanti, ma senza dimenticare il senso e il valore delle proprie radici, che poi è ciò che non muore mai: Enea fugge da Troia per andare a fondare Roma, ma porta con sé il padre Anchise. (w.t.)

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