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STORIA DI CASA NOSTRA

Antonio Giovanni Carta, forgiatore dei guspinesi

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di Marino Melis
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Ricorre in questi giorni il duecentesimo anniversario della morte di Antonio Giovanni Carta, il sacerdote che ha lasciato una traccia indelebile nell’animo e nel carattere dei guspinesi. Nato a Santulussurgiu nel 1760 da un noto possidente del luogo Francesco Carta, e da Maria Ledda appartenente anche lei alla cerchia dei proprietari del paese. Il centro del Montiferru si distingueva allora per una vivace vita culturale animata da sacerdoti, religiosi di vari conventi, ma anche da laici letterati che trovavano impiego nelle amministrazioni sia feudali che statali.

Antonio Giovanni ricevette i primi rudimenti di grammatica sintassi e morale, avendo come precettori degli insegnanti religiosi del suo paese, e forse tra una lezione e i servizi da chierichetto nella parrocchiale di S. Pietro Apostolo, nacque la sua vocazione religiosa e l’intima idea di farsi prete. I genitori assecondarono il suo desiderio, e all’età di circa 14 anni lo iscrissero al seminario diocesano di Cagliari. Qui ebbe illustri insegnanti come ebbe a riconoscere lui stesso, che lo guidarono nel suo percorso di studi permettendogli di conseguire il bacelleriato nel 1783, e la laurea in Giurisprudenza il 26 ottobre 1785 con una tesi sull’indissolubilità del matrimonio, seguita a breve dall’ordinazione sacerdotale. Nel periodo cagliaritano conobbe il vescovo di Ales mons. Aymerich, che colpito dalla viva intelligenza e profonda preparazione teologica e giuridica del ragazzo lussurgese lo volle con sé quale segretario particolare. La tempesta rivoluzionaria francese, aveva intanto raggiunto anche la Sardegna, e quando si trattò di formare una commissione sarda da inviare a Torino con le famose cinque domande, proprio mons. Aymerich per il suo prestigio fu nominato capo della delegazione. Il vescovo di Ales si fece accompagnare dal brillante sacerdote di Santu Lussurgiu, che a Torino entrò in contatto con elementi giacobini ed ebbe l’opportunità di compiere diversi viaggi in Francia, dove apprese meglio gli ideali rivoluzionari.

Rientrato in Sardegna nel suo paese natìo che era una roccaforte di Giovan Maria Angioy, partecipò a un complotto contro il feudatario locale, sennonché scoperto riuscì miracolosamente a sfuggire all’arresto saltando da una finestra in compagnia del fratello. Inserito in una lista di persone pericolose da arrestare, grazie all’intervento di mons. Aymerich gli fu condonata la pena, ed esiliato a reggere la piccola parrocchia di Simala, dove rimase dieci anni. Intanto a Guspini moriva nel 1803 il rettore Juan Pablo Sirena uomo mite che aveva retto la parrocchia di S. Nicolò per 25 anni. Il concorso per succedergli si tenne in diverse fasi, finché il vescovo Aymerich convinse Antonio Giovanni Carta a parteciparvi. Don Carta vinse il concorso, ma le gelosie mosse da alcuni prelati della curia alerese, gli permisero di prendere possesso della parrocchia di Guspini solo nell’autunno del 1805. Subito il nostro sacerdote si rese conto della triste realtà del paese, dove una camarilla costituita da sacerdoti, notai e principali avevano occupato tutte le cariche pubbliche e stavano saccheggiando a proprio vantaggio i beni della chiesa e della comunità. Dall’altra parte una gran massa di popolazione fatta di piccoli contadini, braccianti, pastori e miserabili erano costretti a farsi servi dei proprietari senza scrupoli.

Dal pulpito di S. Nicolò don Carta con accalorati sermoni prese ad animare i poveri guspinesi, incitandoli a scuotersi dal loro stato servile, perché Dio aveva reso tutti gli uomini liberi e nessun sacerdote, proprietario o feudatario aveva il diritto di schiavizzare e sfruttare altri esseri umani. Con il lavoro, col sacrificio, con l’ingegno ogni villano poteva riscattare quello che sembrava un destino ineluttabile di miseria. Individuata una zona acquitrinosa e incolta alla periferia del paese, un tempo nota per la sua feracità, si mise alla testa di un nutrito gruppo di miserabili senza terra, e mise mano alla bonifica dell’area. Attraverso la realizzazione di canali di scolo, argini e altre opere irrigue, in poco tempo rese la piana di Urradili una delle zone più fertili di Guspini, e le terre suddivise in lotti furono assegnate ai bonificatori. Questo suscitò le ire dei potenti del paese che avanzavano pretese su quei terreni, e in un secondo momento del Real Patrimonio che avocava a sé il possesso delle terre paludose. Ferrato com’era in materie giuridiche don Carta rispose punto per punto alle pretese dei potenti, e Pramatiche spagnole alla mano dimostrò che il possesso spettava a chi sgherbiva e bonificava i terreni incolti. Insistendo il Real Patrimonio nei suoi presunti diritti, alla fine il rettore minacciò di mettersi alla testa del popolo per difendere la proprietà acquisita legalmente sui terreni bonificati.

Dominario che Antonio Giovanni Carta fece costruire a Santu Perdu

In regione Santu Perdu don Carta con le sue sostanze riuscì ad acquistare e accorpare una trentina di ettari di terreni, e in breve ad impiantare un modernissimo ed esteso oliveto di circa 2000 piante. Accanto realizzò un frantoio e locali per la conservazione dell’olio e delle olive, una fattoria con stalle per il bestiame bovino, una casa padronale, e vari edifici ad uso di una ventina di lavoranti. Sempre a sue spese fece costruire un lavatoio che mise a disposizione gratuitamente delle donne che si recavano al fiume per fare il bucato. L’intraprendenza del sacerdote suscitò i malumori del gruppo di potere guspinese che si vide bloccato nel progetto di appropriarsi dei beni della chiesa, e istigati soprattutto dal curato Giuseppe Murgia e dal notaio Vincenzo Caboni, fu messo a punto un articolato e diabolico piano per liberarsi dello scomodo rettore. Prezzolando diversi falsi testimoni fu costruito un castello di accuse infamanti che andavano dall’aver stuprato e messo incinte alcune donne, di atti impuri commessi in diverse occasioni, di aver usurpato beni di alcuni guspinesi all’atto della stesura del testamento, di aver combinato matrimoni solo per suo vantaggio, di aver commissionato l’omicidio di alcuni guspinesi e arburesi, fino all’accusa di voler applicare a Guspini le idee della rivoluzione francese. La denuncia partita direttamente dal Consiglio Comunitativo, trovò immediata accoglienza da parte del rancoroso vicario generale di Ales (era morto nel frattempo mons. Aymerich), che dispose l’immediato esilio del rettore. Confinato prima a Fonni, poi a Genoni, e infine a Cagliari, fu addirittura arrestato come un qualunque malfattore per ordine diretto di Carlo Felice.

L’oliveto di Santu Perdu

Antonio Giovanni Carta si difese energicamente con lettere e promemoria che ne esaltano l’alta figura morale, mettendo in evidenza come le sue opere fossero sempre tese ad onorare Dio e la religione e ad alleviare le pene e le sofferenze dei poveri e degli umili. Smontò ad una ad una le terribili accuse, dimostrando con nomi, fatti e circostanze inoppugnabili, che gli unici responsabili di tutti i delitti, furti, ruberie che si perpetravano in Guspini a danno del popolo erano opera della consorteria composta da preti, proprietari, notai, sindaco e consiglieri comunicativi. La sua opera risaltò in maniera particolare nel 1812 (l’anno tristemente noto come s’annu de su famini), quando in tutti i paesi si registrarono centinaia di morti per la fame provocata dalla carestia. Ebbene Guspini non ebbe un solo morto imputabile alla fame, perché don Carta aveva adibito la sua casa ad albergo, dove tre volte alla settimana a proprie spese offriva ai poveri del paese oltre cento pasti caldi per volta. Con le sue sostanze acquistò a Cagliari grossi quantitativi di grano, che poi rivendette sotto costo e in molti casi facendone omaggio alle famiglie meno abbienti. Ad altri prestava il proprio giogo per arare, e veniva in soccorso alle ragazze che si vedevano rifiutate dopo essere state ingravidate. Ma dove maggiormente eccelse la sua opera, fu il campo educativo sia religioso che civile; le sue lezioni di catechismo e di morale erano seguite da centinaia di bambini ammaliati da questo sacerdote che in una parlata a mezzo tra il campidanese e il logudorese insegnava che Dio voleva la loro felicità, ma che dovevano conquistarla difendendo con dignità, sacrifici e impegno i loro diritti contro ogni sopruso e ogni violenza.

Il frantoio delle olive a Santu Perdu

Il deciso intervento del nuovo vescovo di Ales mons. Paradiso convinto della buona fede del rettore di Guspini, non riuscì a riportarlo alla guida della parrocchia di S. Nicolò, ma per lo meno ad alleviare l’esilio destinandolo alla vicina Villacidro. Molti guspinesi andavano a trovarlo e ricevevano i sacramenti, e a tutti don Carta assicurava che presto sarebbe tornato a Guspini, perché nessuno poteva toglierli il titolo di rettore di S. Nicolò. Durante il soggiorno a Villacidro, per la sua solida preparazione e la conoscenza del territorio gli fu commissionato dall’Intendente Generale De Schotese uno studio sulla situazione socio economica della provincia di Villacidro. Nacque così La felicità della Sardegna, un agile volumetto dove in maniera semplice e scorrevole presentava la situazione della provincia allargando però gli orizzonti all’intera isola. In esso condanna l’anacronistico sistema feudale che impedisce qualsiasi sviluppo e il riscatto dei poveri, ricordando che Dio ha creato l’uomo libero e nessuno può renderlo schiavo, consiglia su come incentivare e migliorare il sistema agro pastorale, incoraggia anche le donne ad istruirsi e impiegarsi in lavori al di fuori della famiglia. Anticipa di un secolo e mezzo molti dei temi che furono alla base del Piano di Rinascita della Sardegna del secondo dopo guerra come le bonifiche, l’assegnazione ai contadini poveri delle terre incolte, e l’associazionismo per contrastare il potere dei grandi proprietari.

Sofferente già da alcuni anni di gotta, trovava sollievo solo quando poteva incontrare un guspinese che gli portava notizie dal paese, ma il suo esilio continuava per il tacito accordo intercorso tra la camarilla guspinese e la corte di Carlo Felice, timoroso che veramente se fosse tornato don Carta a Gùspini, sarebbe stato capace di accendere un pericoloso focolaio rivoluzionario. Proprio per evitare questo nel 1820 il vicerè decretò il definitivo esilio di Antonio Giovanni Carta nel suo paese natale di Santulussurgiu. A Gùspini si trasferì definitivamente suo fratello Pietro Paolo che si occupò dei suoi beni e della conduzione dell’oliveto di Santu Pedru.

Il rettore visse ancora tre anni nel suo paese angosciato dai suoi mali e dalla lontananza dai suoi fedeli guspinesi, finché morì nella sua casa il 9 settembre 1823. Prima di spirare dettando il testamento ricordò a suo fratello di beneficiare con opere e regalie tanti guspinesi, e, soprattutto, ispirò con la vendita dell’oliveto e di altri beni di Guspini, la realizzazione di un istituto a Santulussurgiu dove insegnare latinità, retorica e rudimenti d’agricoltura. Il collegio Carta Meloni gestito prima dagli scolopi, poi dai salesiani divenne un fulgido centro di formazione e cultura, che ha cresciuto migliaia di ragazzi sardi, tra cui diverse decine di giovani guspinesi.

Gli insegnamenti di Antonio Giovanni Carta si scolpirono profondamente nell’animo dei guspinesi, forgiando il carattere, modellando gli ideali e le più alte ispirazioni. Un innato spirito di ribellione contro ogni sopruso, ogni violenza, ogni soprafazione ha animato da allora i guspinesi, insieme all’amore per la libertà, per i sacrosanti diritti dei lavoratori e degli oppressi, manifestandosi sia in atti singoli che collettivi come la rivolta del 1848, gli scioperi e le lotte sindacali dei lavoratori delle miniere lunghe quasi un secolo,  l’opposizione al regime fascista che costò il confino a decine di guspinesi, l’occupazione delle terre incolte dei baroni Rossi. In tempi di globalizzazione, del virtuale a tutti i costi di disaffezione per l’impegno e la politica, la figura di Antonio Giovanni Carta rappresenta ancora oggi un fulgido esempio di coraggio, di lotta, di riscatto, perché anche Guspini possa ritrovare i più alti ideali che permettano di crescere in coesione, sviluppo e comunità.

 

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