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STORIA DI CASA NOSTRA

Arbus, alle origini del culto di Sant’Antonio e della processione per Santadi

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di Marino Melis
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Tra le tante e variopinte sagre religiose che animano le campagne sarde dalla primavera all’autunno inoltrato, quella che da Arbus si snoda fino alla frazione di Santadi, negli ultimi quindici anni circa si è ritagliata un posto particolare per le tante singolarità che la contraddistinguono. Innanzitutto il percorso della processione che secondo alcuni con i suoi 34 chilometri è il più lungo d’Europa, e per la sua vetustà secondo alcuni da far risalire alla piena epoca spagnola. Grazie all’infaticabile lavoro simbiotico tra Pro Loco, amministrazioni civiche, studiosi delle tradizioni storiche e culturali, parroci, sacerdoti, associazioni, e all’indispensabile apporto di tantissimi cittadini, la processione di S. Antonio è cresciuta fino a diventare una delle più rappresentative dell’intera isola. Quì la genuina e semplice devozione al santo di Padova traspare limpida dalle migliaia di partecipanti che, pregano e cantano is cogius in suo onore. Con una sapiente regia, sfilano in un ordine esemplare facendo ala al cocchio del santo, cavalli e cavalieri, gruppi folkloristici, tracas trainate da buoi o montate su trattori, e la fiumana di fedeli, molti dei quali per voto al santo percorrono l’intero percorso a piedi. Giunta alla periferia di Gùspini, la processione si snoda tra due ali di folla festante, e tantissimi guspinesi si uniscono al corteo per rinnovare una amicizia con gli arburesi in nome della comune fede per S. Antonio.

Ma non è sempre stato così. Le comunità di Arbus e Guspini si sono fieramente combattute per secoli (come d’altronde quasi tutti i paesi confinanti tra loro della Sardegna), per difendere o accrescere i loro territori di pertinenza, facendo spesso ricorso alle usurpazioni e alla violenza. Questo della difesa del territorio dalle pretese dei paesi confinanti, sta probabilmente all’origine della nascita del culto di S. Antonio nella lontana frazione di Santadi, distante da Arbus circa 34 chilometri. Accadde che nei primi anni del XVIII secolo, i villaggi di Terralba e S. Nicolò d’Arcidano fondati da poco più di 50 anni, cominciarono ad avanzare pretese sui territori che si affacciavano sulle sponde meridionali dello stagno di Marceddì. A questi si aggiunse il marchese di Quirra, che accogliendo le richieste di coloni provenienti da Samassi, concesse loro un vastissimo territorio nell’area della antica città punico-romana di Neapolis, perché la ripopolassero. Lo stanziamento dei nuovi coloni con carri, animali e masserizie scatenò la reazione di arburesi, guspinesi e gonnesi ( che vantavano in Putzu nieddu diverse proprietà), che messe da parte le loro inimicizie si allearono per combattere l’installazione dei samassesi. In un memorandum comune, i tre paesi ricordavano al marchese di avere difeso il territorio da invasioni e saccheggi da parte dei mori, anche al costo della perdita di parecchie vite umane, che sulla zona insistevano le vidazzoni di Neapolis e di Santadi, che numerose greggi e mandrie bovine pascolavano liberamente nell’area. Era il 1708, e l’azione congiunta e violenta dei tre paesi di montanja, portò ben presto al fallimento del tentativo di ripopolare l’antica città.

Probabilmente risale a quegli anni la conversione da parte dei guspinesi delle rovine delle grandi terme romane di Neapolis in chiesa intitolata alla Madonna di Monserrato, e subito dopo Arbus decise di edificare nella località di Santadi assolutamente spopolata la chiesetta dedicata a S. Antonio da Padova. Era un modo solenne per affermare di fronte alle altre comunità la propria giurisdizione, dandole un’aurea di sacralità che né i villaggi circonvicini, né il Marchese di Quirra, potevano in alcun modo violare o mettere in discussione. La prima notizia certa sull’esistenza della chiesetta di Santadi, si trova nel registro dei defunti della parrocchia di S. Sebastiano dove in data del sette dicembre 1711 si dice che Domini Pau di 20 anni era stato ucciso nel salto, e enterrado en la iglesia de S. Antoni de Santady. Alcuni studiosi riportano come probabile anno di fondazione (e avvio della processione), il 1694, perché in quell’anno si trovano gli atti di morte di due arburesi, che dispongono censi di 56 lire e cinque soldi, uno per recitare una messa perpetua in onore di S. Antonio, l’altro per l’acquisto di cera bianca il giorno della festa del santo di Padova. Sono come si evince chiaramente dei semplici legati per onorare il culto di S. Antonio, che era venerato nella parrocchiale di S. Sebastiano dal 1648, dove si custodiva la statua del santo. Molto più antichi e documentati ad Arbus erano il culto per San Lussorio (antica parrocchiale), per la Vergine d’Itria, per la Madonna del Rosario, per S. Antioco e S. Domino, per i quali si organizzavano solenni festeggiamenti e processioni. Come si accennava alcuni studiosi ritengono che sempre al 1694 si debba far risalire l’organizzazione dell’imponente processione, ma la logica e i documenti d’archivio smentiscono questa tesi, datandola a tempi molto più recenti.

Nel 1761 il vescovo di Ales Mons. Pilo, somministrò un questionario a tutte le parrocchie della diocesi per conoscere lo stato del clero e delle chiese paesane e rurali. I sacerdoti di Arbus così rispondevano: ci sono sei chiese rurali, una di S. Antonio da Padova, dista sei ore di cammino a cavallo, ha rendite dall’affitto di uno starello di terra, da 15 capi di capre e un atto a comune di vacche, ma non ha alcun reddito. La festa la organizza un obrero a sue spese. Come si vede la chiesetta era molto povera, e la stessa festa semplice e spartana era organizzata a spese di un privato. I registri parrocchiali sono alquanto scarni nel registrare notizie riguardanti la chiesa di Santadi, e anche la devozione degli arburesi verso S. Antonio stentava a prendere piede rispetto agli altri santi storici della tradizione locale.

Il territorio di Santadi posto proprio in faccia a uno degli approdi preferiti dai predoni turchi e barbareschi, dovette senz’altro subire continui saccheggi e devastazioni, e i festeggiamenti per S. Antonio dovevano limitarsi ad una rapida celebrazione della messa con la partecipazione di qualche contadino e capraro della zona. Il pericolo costante degli assalti barbareschi, faceva si che le campagne soprattutto nelle ore notturne fossero completamente spopolate. Per buona parte del settecento sono poche le attestazioni riguardanti la chiesetta di Santadi, e mai si parla di processione o di concorso di popolo alla festa. Sono documentati alcuni lavori di restauro a cui si faceva fronte con gli introiti derivanti dalla vendita del formaggio e di qualche capra.

Tutto comincia a cambiare dopo il 1830, quando in seguito alle forti pressioni esercitate da Russia e Inghilterra nei confronti dei Bey di Tunisi, Tripoli e Algeri, si arrivò anche in queste enclaves musulmane ad abolire la tratta degli schiavi. Ebbe così termine la lunga stagione degli assalti corsari e pirateschi in tutto il Mediterraneo. Cessato il pericolo, l’articolato sistema difensivo impiantato dagli spagnoli in Sardegna e incentrato sulle torri di avvistamento, non aveva più ragione di esistere e fu definitivamente smantellato nel 1842. Le campagne sarde furono rivitalizzate e popolate quanto mai da una miriade di case coloniche, e da piccoli insediamenti come Santadi che da stagionali e provvisori divennero abitati stabilmente tutto l’anno.

Aumentano considerevolmente in questo periodo anche le attestazioni sul culto di S. Antonio, con legati di messe, acquisto di nuove statue, lavori di manutenzione alla chiesetta, inoltre a tantissimi bambini arburesi viene imposto il nome di Antonio. Tra i legati uno ci sembra particolarmente importante per lo sviluppo dei festeggiamenti in onore del santo, dando il via anche alla processione: il sette marzo 1830 Giuseppe Leo di 51 anni morendo legava i suoi beni per opere pie, e in particolare: legò tutti i terreni propri, casa rurale e cortile che possiede nel salto di Santadi al glorioso S. Antonio da Padova, acciochè dei frutti dei medesimi annualmente si solennizzi la festività del detto santo nel succennato salto con Vespero, messa cantata e processione.

Grazie al generoso lascito, a cui ben presto dovettero aggiungersene altri, fu possibile organizzare in grande stile la festività del santo e la grandiosa processione. I registri di Contadoria della parrocchia di S. Sebastiano riportano le spese crescenti; nel 1840 si pagò un suonatore per accompagnare il santo, nel 1857 sono registrate spese per l’acquisto di vino nella festa, e finalmente nel 1860 fu acquistato il legno di noce per realizzare il cocchio e la teca dove custodire la statua. Altre spese si sostennero per le sparatorie, per l’organista, e per l’acquisto di un giglio a S. Antonio.

Perdurando gli annosi contrasti con i guspinesi, il primo percorso lungo oltre 40 chilometri si snodava interamente in territorio arburese, che fiancheggiando le falde occidentali del monte Arcuentu arrivava direttamente a Santadi. Un secondo percorso più breve, partiva da Genna Frongia e percorrendo sa bia de is arburesus aggirava l’abitato di Gùspini, ne attraversava marginalmente tutto l’entroterra, fino agli stagni e alla chiesa del santo. In questo periodo furono realizzate le prime vere e proprie strade a respiro regionale, che ruppero il secolare isolamento tra paesi, come la statale che partendo da S. Antioco attraversava tutto il bacino minerario comprese Arbus e Guspini giungendo a Marrubiu (attuale S.S.196), e la strada che partendo da Decimomannu attraverso Villacidro, Gonnosfanadiga e Guspini, arrivava ugualmente a Marrubiu (ora S.S. 196). Le due nuove arterie si intersecavano congiungendosi proprio davanti alla parrocchiale di S. Nicolò di Guspini, e fu così che, sopiti gli antichi contrasti tra le due comunità, si decise di far passare la processione di S. Antonio per la prima volta a Guspini. Secondo alcuni avvenne per la festività di giugno 1876, secondo altri qualche anno più tardi, sicuramente ciò fu possibile anche grazie all’opera di due sacerdoti del tempo: l’arburese Giuseppe Caddeo che era rettore a Guspini, e il guspinese Antioco Tuveri che era vicario parrocchiale ad Arbus.

In un momento storico come quello attuale che vede apparire all’orizzonte orde di nuovi pirati e corsari pronti a saccheggiare il territorio, (leggi le multinazionali dell’energia), Sant’Antonio al di là della maggiore o minore antichità della processione, rappresenta un simbolo di fede e fratellanza tra due comunità che la storia ha unito indissolubilmente nei destini e nelle prospettive.

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