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Il Personaggio

Arbus: Elvio Erbì, un artigiano dal multiforme ingegno

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di Fulvio Tocco
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In sardegna, dopo la seconda guerra mondiale, tantissimi minorenni hanno avuto esperienze di lavoro nell’accudire il bestiame in campagna durante il periodo scolastico. Sino alla fine degli anni cinquanta, l’impiego dei ragazzi nel settore primario era considerato assolutamente legittimo, anche quando si lavorava da sole a sole, in cattivissime condizioni.  Questa esperienza, alla pari di tanti ragazzi della sua età, l’ha vissuta anche Elvio Erbì, un personaggio del comune di Arbus che ho incontrato per mettere in evidenza la sua ricchissima storia personale al fine di condividere le vicende e i ricordi della sua vita con le generazioni attuali. Parlo di un uomo dal multiforme ingegno. Questo aggettivo deve la sua immensa fortuna perché fu usato da omero nel descrivere le virtù di Ulisse, ma adatto per descrivere le qualità di Elvio, prima aiutante del padre nella lontana montagna di “Arcuentu” calza alla perfezione; poi in qualità di salariato fisso alle dipendenze di un possidente di Arbus; minatore per quasi trent’anni e “Maistu e peddi” a tutto tondo per il resto della sua attività artigianale. Per non parlare della sua operosità sociale a favore della nascente sagra della capra che richiamava tantissima gente. Per quattro anni, in un rapporto stretto con l’amministrazione comunale e gli allevatori aveva la responsabilità degli arrosti.  Egli è multiforme perché possiede virtù che non riguardano solo la variegata sfera lavorativa, ha molte risorse perché ha capacità di apprendimento e, per chi ha la pazienza di ascoltarlo, esperienza da vendere.

IL RACCONTO

«La mia vita lavorativa iniziò all’età di 7 anni, quando mio padre mi coinvolse nella conduzione delle capre e dei maiali in località di monti Arcuentu, dove la parte più elevata della montagna era ricoperta da una fitta lecceta con gli alberi che hanno subìto una forte inclinazione dovuta alla violenta azione del maestrale. Con mio padre ho collaborato fino al compimento del 13° anno di età. Successivamente, per avere un reddito personale autonomo, trovai lavoro nell’azienda di Virgilio Mudu, un grande allevatore di capre, maiali, pecore, vacche e cavalli. Io (con alcuni altri compagni di lavoro) dovevo occuparmi esclusivamente delle capre e dei maiali. Da Virgilio Mudu ci lavorai per circa 10 anni di fila. Negli ultimi 5 anni fui regolarmente assicurato come salariato fisso anche dal punto di vista assistenziale e previdenziale».

L’ASSUNZIONE NELLA MINIERA SANNA

«A 23 anni compiuti, esattamente 13 settembre del 1962 fui assunto nella Miniera Sanna. La Miniera Sanna fa parte della concessione di Montevecchio e comprende il pozzo Sanna, l’impianto principale, e due laverie. Il pozzo fu costruito nel 1886 e denominato Pozzo Sanna in onore del fondatore delle Miniere di Montevecchio, in seguito, nel 1936, venne ristrutturato, restando in funzione fino alla fine degli anni ’80. Nell’anno 1965 fui inquadrato nella categoria Prima. Nell’anno 1974 nella categoria Prima Super. Durante la permanenza con un gruppo di volontari ho partecipato a un programma straordinario di sfondamento in galleria con un sistema di retribuzione maggiorato. Era un lavoro impegnativo ma con una retribuzione da cottimista. Ci son rimasto la bellezza di 21 anni; poi fui trasferito a Carbonia con le funzioni di istruttore per insegnare le attività pratiche di miniera per i tirocinanti nuovi assunti. Gli ultimi 4 anni gli ho trascorsi a Monteponi, il complesso minerario a pochissimi chilometri da Iglesias, sempre per istruire i tirocinanti. La mia attività di servizio cessò esattamente il 31 dicembre dell’anno 1987».

L’ACQUISTO DELLA LAMBRETTA

«Nell’anno 1973, avevo una Lambretta per cui, imitando alcuni miei paesani, ebbi il desiderio di comprarmi un corpetto in pelle di capretto per proteggermi durante gli spostamenti. La Lambretta è uno scooter italiano prodotto dalla “Innocenti” di Milano, nel quartiere Lambrat. Il nome “Lambretta” deriva dal fiume Lambro, che scorre nella zona in cui sorgevano proprio gli stabilimenti di produzione».

TZIU PEPPINO CONCAS

«Come, di norma, facevano i miei paesani, andai da Tziu Peppino Concas, “Su Maistu ‘e Peddi” un distinto signore di 84 anni che ancora si prestava per la concia delle pelli e per la realizzazione dei corpetti in pelle di capretto e le “Besti e peddi”. Tziu Peppinu aveva la giusta esperienza per conciare, selezionare e assemblare le pelli da cucire. Ricordo che diceva sempre che, possibilmente, le pelli da utilizzare per realizzare una mastruca di qualità o un corpetto dovevano provenire possibilmente da animali figli dello stesso padre. Comunque, per farla breve Tiziu Peppinu mi disse: fai una cosa la pelle conciala tu stesso, ti insegnerò io come fare. Subito, su due piedi, rimasi senza aprire bocca. Il mio intento era quello di acquistare un corpetto da poter utilizzare d’inverno non di apprendere un altro mestiere. Però, chissà perché, accettai. E mi disse ancora: la concia delle pelle di capretto la devi fare tu. Io che del procedimento per conciare le pelli non ne sapevo nulla, cominciai ad ascoltare i suoi suggerimenti e a osservare le attrezzature da lavoro».

SUGGERIMENTI UTILI PER LA CONCIA DELLE PELLI

«Dovresti conciare in questo modo: togli dal lato pelle tutti i residui di carne e grasso, dopo aver preparato, una poltiglia (non liquida) a base di sale grosso, allume di rocca triturato cospargi (massaggiando), richiudi la pelle a tovagliolo; in pratica dovresti sovrapporre a metà e successivamente ancora a metà, ricordandoti di sovrapporre i lati della pelle-pelle solo al primo passaggio, non quelli del pelo, che al secondo passaggio sarai obbligato a farlo, ogni giorno dovrai aprire il fagotto, togliere la poltiglia, e mettere la pelle in acqua salata tiepida, praticamente devi lavarla, tirala fuori, togli l’acqua in eccesso e cospargi di nuovo con la poltiglia, ripeti questa operazione finché la pelle sia conciata del tutto. La pelle va conciata umida e non al sole) ci hai capito qualcosa? Risposi che la concia è la lavorazione che sfrutta la pelle degli ovini e caprini per renderla lavorabile per il taglio e la cucitura, più morbida, gradevole al tatto e resistente».

SA BESTISCEDDA DA SEGRASTAI

«Dopo aver fatto le prove di conciatura con le attrezzature sue, vedendomi interessato e abbastanza curioso, dal giorno mi sommerse di dati e di notizie utili. La mastruca di pecora nera (Sa Besti) può essere realizzata in tre modi: con pelli di maschi adulti; con pelli di agnellone; con pelli di agnello. Ogni una di questa ha una precisa funzione. La mastruca leggera, per esempio, viene chiamata in gergo “Sa Bestiscedda da segrastai” la più comoda, quella che si poteva usare anche per potare (segrastai) le vigne».

LA REALIZZAZIONE DE SA BESTI ‘E PEDDI

«Per realizzare una besti occorrevano tre pelli di maschio; per realizzare una besti di pecora occorrevano 4 pelli. Poi dopo che realizzavo una besti o un corpetto andavo da Tziu Antonio Frongia per sentire il suo parere di esperto e quando il corpetto non andava bene mi faceva disfare il lavoro fatto. Aici, fadendu fadendu, mi arragodàda totu».

I SUGGERIMENTI DI TZIU ANTONIO FRONGIA

«Tziu Antonio mi ribadiva che la parte posteriore del collo di una “beste” non deve mai superare i 13 centimetri, altrimenti avrebbe perso di vestibilità e non avrebbe combaciato in fase di chiusura per ripararsi dall’acqua piovana. Le mastruche pesanti in pelle di montone si usavano anche per dormire in campagna, quelle più leggere per lavorare. Di norma quella pesante con le parti sottostanti che sfioravano il terreno, se usata continuamente, aveva la durata di due anni, non di più».

 MAISTU ‘E PEDDI

«In cuor mio, anche se non lo facevo intravedere, mi sentivo ormai unu mistu ‘e peddi anche io, per cui realizzavo qualsiasi cosa. Iniziai con le “musciglie” di origine di Gonnosfanadiga 48 per 50. Poi non buttavo mai la roba che mi avanzava: la usavo per fare i modellini delle figure che mi venivano in mente».

LE ABILITÀ CONCIARE

«Possiamo dire che lo sviluppo e l’evoluzione della concia delle pelli di montone, di pecora e di agnello si deve alla nostra cultura agropastorale. Le abilità conciare sono molto antiche è vero ma i nostri antenati erano molto bravi nella scelta e nella preparazione della pelle».

LA MACCHINA DA CUCIRE NECCHI

«Per far fronte alle tante richieste che avevo comprai una macchina da cucire la pelletteria della “Necchi”. Con quella macchina ho sperimentato un sistema di fare i buchi con l’ago senza lo spago per la cucitura. Poi usavo quei buchi per realizzare (con ordine) le cuciture a mano. Ora quella macchina da cucire, le attrezzature per la concia delle pelli e le “forme” in legno per modellare i tagli della pelle sono ben custodii nella cantina di casa mia. Fanno parte del mio patrimonio personale. Sono utensili che mi hanno aiutato a semplificare il lavoro di concia e di taglio delle pelli. Hanno contribuito a renderlo veloce e sicuro e quando iniziai non si poteva fare a meno di questi “gioielli” che mi consigliò Tziu Peppino Concas».

TRA I PROMOTORI DELLA SAGRA DELLA CAPRA

«Nell’anno 1989 fui tra gli attivisti dell’organizzazione la Sagra della capra. La sagra nacque per sostenere gli allevatori caprini presenti nel territorio arburese, si svolgeva a fine luglio e richiamava un pubblico numerosissimo. Nel corso della manifestazione era possibile degustare la carne cucinata per l’occasione. Di norma si preparava l’arrosto di capra; il bollito di capra con patate e cipolle; lo spezzatino di capra e le interiora.  Parlo di una sagra assai partecipata fin dalla sua nascita. Veniva organizzata dal Comune di Arbus e sostenuta finanziariamente dalla Regione Autonoma della Sardegna».

ADDETTO AGLI ARROSTI

«Ero addetto agli arrosti; alle pentole invece Giuseppe Casti di Gonnosfanadiga, uno che sapeva il fatto suo nel cucinare la carne in pentola per le grandi occasioni. Si iniziava in questo modo: alcuni giorni prima dell’organizzazione della Sagra il comune mi incaricava di selezionare gli animali da comprare dai singoli allevatori. Ne occorrevano circa 80 capi: 28 di questi per gli arrostì e la restante parte da cucinare in pentola. Per gestire l’arrosto occorrevano circa 3 tonnellate di legna da ardere. Il lavoro era abbastanza impegnativo per cui il comune collaborava anche con la presenza un proprio dipendente. Ho gestito il programma degli arrosti per 4 annualità ma ti assicuro che si trattava di un lavoro abbastanza impegnativo».

RIPRODUZIONE RISERVATA
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