Cultura Spettacoli

Arbus, uno spettacolo insolito per i 700 anni dalla morte di Dante e per i lavoratori delle miniere

Alessandro Anderloni
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di Sandro Renato Garau
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L’ultima domenica di settembre nel borgo minerario di Ingurtosu i pozzi, le laverie, il palazzo della direzione, la chiesa e le case ormai diroccate del villaggio minerario hanno fatto da sfondo a uno spettacolo insolito e affascinante.

Pozzo Gal

La quattordicesima edizione di Mare e Miniere, ha voluto ricordare il settimo centenario della morte di Dante. La rappresentazione teatrale, partita da pozzo Gal ha coinvolto i partecipanti in un percorso insolito tra i ruderi e gli sterrati del borgo di Ingurtosu.
Al cammino tra profumi mediterranei di un’estate ormai alla fine si è affiancato quello spirituale, poetico delle tre cantiche della Divina Commedia: Inferno, Purgatorio, Paradiso accompagnato dalle basi musicali della mandola di Mauro Palmas. Alessandro Anderloni, attore e regista veneto, ha dato voce al sommo poeta proponendo alcuni brani scelti dalle tre cantiche in un clima quasi magico.

 

Da Pozzo Gal è iniziata la risalita, e i canti non potevano riguardare la prima Cantica “Nel mezzo del cammin di nostra vita/mi ritrovai per una selva oscura…” (Inferno Canto I, vv.1-2)

Per chi ha lavorato o sentito parlare di lavoro nel sottosuolo minerario è facile immaginare il buio delle gallerie inospitali, la discesa nei pozzi, il caldo opprimente, dove l’aria irrespirabile rendeva tutto più difficile e poi le angosce, le paure che bisognava dominare e con le quali convivere. Una discesa negli inferi. Un Inferno necessario ma non sufficiente alla vita stessa dei minatori chiamati a condividere nei villaggi minerari anche i momenti di libertà. Nel suo viaggio il poeta è accompagnato da Virgilio, suo maestro e duca.

Direzione

La riproposizione del XXVI canto, quello di Ulisse che incita i compagni, stanchi per il lungo viaggio a continuare, a osare e a non lasciarsi andare è significativo. ‘O frati’, dissi ‘che per cento milia/perigli siete giunti a l’occidente,/a questa tanto picciola vigilia//      

 d’i nostri sensi ch’è del rimanente/non vogliate negar l’esperïenza,/di retro al sol, del mondo sanza gente.// Considerate la vostra semenza:/fatti non foste a viver come bruti,/ma per seguir virtute e canoscenza.// (v. 112 – 120)

La curiosità e il desiderio di conoscere, saranno la fine di Ulisse, aveva osato troppo e la sua rovina era segnata.

Con maestria, prima di riprendere il cammino verso il Purgatorio Andreoli recita le ultime due terzine del XXXIV canto. I cenni a Lucifero, uno dei Serafini, l’angelo più bello e luminoso che Dio avesse creato, che gli si rivolta contro non è tollerabile, viene scaraventato al centro della terra, nel punto più lontano dal Creatore. Sotto le lamiere delle tramogge del piazzale di Pozzo Gal la storia è raccontata legata a un altro tema caro al poeta perché Belzebù era “principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori”, e per Dante esiliato e morto lontano dalla sua città, i signori di Firenze in questa praticane non erano secondi a nessuno. Ma dall’Inferno bisogna uscire, sono gli ultimi sei versi (133-139) del canto che conducono in altri mondi.

“Lo duca e io per quel cammino ascoso, /intrammo a ritornar nel chiaro mondo;/e sanza cura aver d’alcun riposo,//salimmo sù, el primo e io secondo,/tanto ch’i’ vidi de le cose belle /che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.//  E quindi uscimmo a riveder le stelle.”

Facile immaginare quante volte, dopo la discesa nelle viscere della terra dove avrebbero svolto la giornata lavorativa, nel momento in cui la gabbia, alla fine dei tre turni li riconduceva in superficie i minatori abbiano sospirato: “anche oggi ce l’abbiamo fatta e torniamo a riveder le stelle”.

Dal fondo del Pozzo Gal, è iniziata l’ascesa verso il centro del borgo con una tappa sotto il palazzo della direzione delle miniere. Quanto l’Inferno è discesa, il Purgatorio è risalita. Come la gabbia con i suoi passeggeri impolverati e stanchi.

La voce di Andreoli e le corde pizzicate da Mauro Palmas conducono il pubblico per le sette cornici del purgatorio nelle quali si espiano i sette peccati capitali molto comuni anche oggi: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia, gola, lussuria. Ma se nell’Inferno non c’è speranza, il Purgatorio autorizza a sperare, salire è faticoso, ma ha una fine, come se ai peccati capitali ci sia un rimedio. E anche la cantica dell’incontro, sperato, desiderato, voluto. Quasi alla fine dell’ascesa, nel canto XXX, finalmente incontra Beatrice, che dopo averlo rimproverato aspramente per il suo comportamento non lo lascerà più. Il poeta stanco, dispiaciuto perché dovrà lasciare Virgilio, ma piacevolmente sorpreso si affida alla donna amata da sempre che lo guiderà da lì in poi chiedendogli un ultimo sforzo per poter entrare in Paradiso. Nel canto XXXIII Beatrice ai versi 127-129 invita Matelda a condurre Dante a un ultima purificazione affinché possa raggiungere finalmente il cielo Ma vedi Eünoè che là diriva:/menalo ad esso, e come tu se’ usa,/la tramortita sua virtù ravviva». L’acqua dell’Eünoè lo renderà “puro e disposto a salire a le stelle.” (v.145) Il Paradiso è cantato in uno spazio fisico bello. L’ascesa della scalinata in granito che conduce al sagrato della chiesa di santa Barbara è quanto di più simbolico e significativo si possa immaginare. Sono ancora la voce narrante di Andreoli e la musica di Mauro Palmas a creare quell’atmosfera che conduce gli spettatori alla fine dell’esperienza.

La terra al centro dell’universo con le sfere concentriche dei pianeti e l’anfiteatro della candida  rosa, dove siedono le anime del Paradiso sono pura luce. La Madonna al centro e via via, attorno i beati più famosi Francesco d’Assisi, sant’Agostino di Ippona e san Benedetto da Norcia sono attualizzate e spiegate ai presenti.

“Vergine madre, figlia del tuo figlio”, primo verso del Canto XXXIII, apre l’ultima parte della pièce teatrale. La supplica di san Bernardo è recitata mentre un raggio di sole squarcia le nuvole e la mandola di Mauro Palmas accompagna le ultime parole della cantica.

L’itinerario poetico-musicale Inferno, Purgatorio, Paradiso, i saluti degli amministratori di Arbus e quelli del presidente della Fondazione Cammino di santa Barbara chiudono la serata.

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