CULTURA. EDITORIA

Berlinguer, un uomo, il suo partito e l’onere della responsabilità

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di Giovanni Contu
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Cento anni fa, nasceva il Partito Comunista Italiano e nel filone dei contributi editoriali comparsi sul mercato fino ad ora, che del congresso di Livorno rievoca la memoria, questo di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio (Paesi editore) propongono un punto di vista interessante; il rapporto, morale e materiale, fra i partiti comunisti nazionali – e quindi quello italiano, massima espressione nell’Europa occidentale – in riferimento al modello Sovietico. In questo quadro svetta la figura di Enrico Berlinguer. La questione economica, una delle armi più potenti conosciute dagli uomini, fu messa in campo dai dirigenti del PCUS e degli apparati governativi del Cremlino, per stabilire i ruoli e fissare le regole per una convergenza di intenti, non sempre armoniosa, fra Mosca e le realtà locali.

Ormai è di dominio pubblico il fatto che i dirigenti di Botteghe Oscure ebbero a disposizione risorse enormi; flussi di finanziamento e accordi commerciali vantaggiosi per un obiettivo politico ambizioso. Difficile se non impossibile rinunciare alla tentazione di mantenere i contatti al fine di raggiungere, nella cornice istituzionale, ciò che Berlinguer definiva un ideale, nel senso più nobile del termine, anche in forza dell’apprezzamento che per lui nutrivano molti elettori non comunisti. Infatti non a caso, sullo spessore etico nella gestione del potere pubblico, propose una questione morale. Ne scaturì un acceso dibattito e sappiamo come andò a finire.

Attraverso una ricostruzione meticolosa, gli autori raccontano vicende e citano fatti inerenti alle relazioni fra PCI e URSS, l lungo il corso di oltre 40 anni di storia, a tratti discontinua, in un alternarsi di cortesie e diffidenze, opportunità e limiti come nel classico trapasso generazionale tra genitore e figlio, non sempre sereno, anzi talvolta conflittuale.

I sovietici, come gli americani, seppero essere seducenti ma nonostante la dissoluzione universale, irreversibile e definitiva delle forme di Stato di ispirazione marxista, la figura di Berlinguer ancora oggi rimane quella di un uomo trasparente, intimamente convinto sul valore dello Stato democratico, l’ultimo vero grande leader cresciuto fra la sezione locali, la scuola delle Frattocchie e Botteghe Oscure, per anni punto di riferimento di tutta l’area di sinistra italiana. E’ rimasta la cicatrice sulla ferita causata dalla frattura venutasi a creare, per restare in ambito di famiglia allargata, con gli eterni cugini del PSI ma su questo, senza dubbio, ancora molto vi sarà da scrivere e da raccontare.

Berlinguer e l’ampia maggioranza nella base del suo partito, sul quale raccolse ampio e solido consenso paragonabile dopo la seconda guerra mondiale probabilmente paragonabile solamente con quello che ebbe prima di lui Togliatti, con il passare degli anni di fronte alle evidenti conquiste di progresso sociale e di civiltà, non si trovò più nelle condizioni, di rappresentare, sostenere e condividere le scelte sull’orientamento politico del PCUS, specialmente in ambito militare. E fino a quando ebbe forza, nella sua vita terrena, fino alle battute conclusive del comizio fatale, volle mantenere fede alla responsabilità nei confronti dei suoi elettori e della voce del popolo che rappresentava.

 

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