Rubrica. Santu ‘Èngiu ariseu e oi

Brevi cenni storici sulla Chiesa di San Gavino Martire

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di Lorenzo Argiolas

foto di Alessio Corrias

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Anno domini MCCCLXXXVIII: lunis a dies XXV de Santu Saduru fudi custa eclesia fradi Franciscu Vasanelo eviscovu de Terralba”. Sono le prime frasi dell’iscrizione che troviamo nella chiesetta di San Gavino Martire a San Gavino Monreale. L’edificio rappresenta una delle testimonianze di maggior interesse del periodo medievale in Sardegna. La scritta, che possiamo trovare nell’abside, è in lingua sarda antica e ci rivela che la stessa fu consacrata lunedì 25 novembre dell’anno 1387 (1388 secondo la datazione pisana allora in vigore). Sappiamo però che i lavori cominciarono nel 1347, data che troviamo in semplici caratteri gotici sempre nell’abside.

Ci troviamo al culmine dell’evo medio sardo, nel Giudicato d’Arborea, l’ultimo regno autoctono dell’isola. E il 1347 è proprio l’anno in cui venne incoronato Mariano IV Bas-Serra a giudice. Il contesto politico di quegli anni in Sardegna era parecchio confuso. Mariano fu un sovrano illuminato e su suo impulso venne edificata la chiesa intitolata a San Gavino Martire. Chiesa che verrà ultimata sotto la reggenza di sua figlia, Eleonora d’Arborea.

Ma perché è l’unica chiesa nel meridione dell’isola intitolata al martire turritano? Il canonico Porru, nel manoscritto datato 1850, sostiene che prima della sua edificazione, nelle vicinanze, vi fosse un monastero di monache. Si parla addirittura di una chiesa preesistente intitolata a Gavino, presumibilmente laddove ora si trova l’antica chiesetta di Santa Severa. Alcuni suppongono che sia stato il Giudice Gonnario Comita de Lacon-Gunale, regnante nei due giudicati di Arborea e di Torres, nel XI secolo a intitolare chiesa e monastero a San Gavino. Altri ancora parlano di alcuni pastori provenienti dal capo di sopra, sempre tra il X e il XI secolo, a introdurre, nell’allora villaggio di Nuratzeddu, il culto del santo, che era inoltre il protettore dei villaggi di frontiera. La villa (bidda) di San Gavino, infatti, era situata proprio al confine tra il giudicato d’Arborea e il giudicato di Cagliari ed era capoluogo della curatoria di Bonorzuli. La chiesa di San Gavino fu parrocchia del villaggio dalla sua edificazione fino al 1576, data in cui la chiesa patronale diventò Santa Chiara.

Ma è nel 1982 che la chiesa assume improvvisamente notorietà. In quell’anno infatti il professor Francesco Cesare Casula, allora docente di storia medievale all’Università di Cagliari, scoprì la presenza nei peducci dell’abside di sculture raffiguranti i giudici d’Arborea: Mariano IV nel primo peduccio a sinistra, Ugone III nel secondo peduccio a sinistra, Eleonora nel primo peduccio a destra e Brancaleone Doria, nel secondo peduccio a destra. Ad avvalorare questa tesi ci sono diversi indizi di carattere storico e iconografico. Sono gli unici ritratti appartenenti agli ultimi giudici arborensi che ci sono pervenuti. Per questo motivo molti considerano la chiesa di San Gavino il “Pantheon” degli Arborea. Essendo a pochi chilometri dal castello di Monreale è molto probabile che i sovrani ci si recassero spesso. È inoltre risaputo che Eleonora avesse una cicatrice sul volto, particolare riproposto nella scultura. Mariano IV è raffigurato con lo scettro, la corona e lo stemma appartenente al giudicato, l’albero deradicato. Ugone stringe a sé la figlia, Benedetta, pugnalata insieme al padre in una rivolta ad Oristano nel 1383. Brancaleone Doria, marito di Eleonora, è raffigurato come un’aquila che tiene per gli artigli il sovrano Pietro IV d’Aragona, che in quel periodo lo teneva prigioniero.

Ovviamente su questo importante bene architettonico e culturale si è detto di tutto e sono numerose le leggende che riportano anche a numerosi racconti sull’esistenza di una cripta e addirittura della tomba della “judikissa”. Quel che è certo è che si tratta di un’inestimabile testimonianza appartenente al patrimonio culturale, storico e identitario della comunità sangavinese e, ancor di più, sarda.

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