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STORIA DI CASA NOSTRA

Cagliari, nel ‘700 e ‘800, un tratto di via Sardegna si chiamava contrada o via Pabillonis

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di Dario Frau
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A Cagliari, fino alla metà del sec. XIX, esisteva via, o come veniva chiamata allora, anche “contrada o strada Pabillonis”. Forse pochi o pochissimi hanno cognizione di questa particolare notizia riguardante il nome del piccolo paese del Medio Campidano, nella “toponomastica” del capoluogo sardo. Un invenzione o un errore? Nulla di tutto questo. È pura realtà. Una verità storica documentata e non una fantasiosa ricostruzione.  

 

VIA O CONTRADA PABILLONIS

Molti oggi passeggiano o trascorrono le serate, seduti nei tavolini di bar, ristoranti o pizzerie di via Sardegna, a Cagliari. È una via tra le più caratteristiche della Marina, molto frequentata da turisti, da giovani, soprattutto dopo il tramonto. È proprio in questa via, appunto, che si trovava contrada o strada o via Pabillonis, come la definiva l’architetto Gaetano Cima quando mise mano a un progetto per il riordino di alcuni quartieri di Cagliari che elaborò e firmò il 9 ottobre 1858, nel primo piano regolatore della Città di Cagliari (Castello e Marina), che divenne operativo tre anni più tardi.

CON IL RIORDINO URBANISTICO
DELL’ARCHITETTO GAETANO CIMA “NASCE”
LA VIA SARDEGNA E SCOMPARE VIA PABILLONIS

Per quanto riguarda il quartiere di Marina, il Cima si proponeva di “rettilineare e aprire la via Pabillonis o delle Saline, oggi via Sardegna, all’attuale viale Regina Margherita, previa demolizione di diverse case essendo necessaria una strada comoda per il commercio nell’interno dell’Isola che, partendo dalla Piazza del Carmine, mettesse capo alla Darsena”. Nel passato, fino alla metà del sec. XIX, il toponimo via Sardegna, nella Marina, non esisteva. Il riordino urbanistico del Cima prevedeva quindi, l’eliminazione di strettoie e forse anche demolizione di qualche costruzione che ostacolava la linea diritta, dall’attuale Largo Carlo Felice fino ad arrivare al viale Regina Margherita. Ma il riscontro di questa zona della Marina dove esisteva via Pabillonis è documentato anche dal lavoro di ricerca archivistica dello storico Guido Massacci.

UN NOME GIÀ DOCUMENTATO DAL 1700

Nelle sue indagini sono riscontrabili, infatti, numerosi atti notarili e altri documenti relativi ad eredità, lasciti e affitti di immobili situati nella via Pabillonis, nel periodo tra il ‘700 e ‘800: sono una dozzina le case e gli immobili interessati. Il quartiere Marina che a nord confina con le mura di Castello, a sud con via Roma, a est con viale Regina Margherita e a ovest con largo Carlo Felice, fu fondato dai Pisani nel XIII secolo con l’obiettivo di ospitare magazzini e le case dei lavoratori occupati presso il vicino porto di Cagliari. Il quartiere, in principio chiamato Lapola o La Pola, crebbe, prima, durante la dominazione aragonese e successivamente sotto quella spagnola fino a diventare una delle zone di Cagliari più trafficate, case di mercanti e pescatori e cuore del commercio cittadino. È in questo contesto che si trovava fino a metà del   sec. XIX, anche la futura via Sardegna, “divisa” in diversi segmenti/tratti con nomi diversi, come venivano conosciuti e nominati dal popolo. Uno di questi tratti, compreso tra via Baylle e via Barcellona, dove esisteva anche l’antica chiesa di Santa Lucia, era conosciuto come strada, contrada o meglio via Pabillonis. Le vie di Cagliari erano indicate sempre di più col nome italiano, strade o contrade, però erano ancora in uso i nomi spagnoli con i termini calle, plazuela, callejon e non erano esclusi i nomi corrispondenti in lingua sarda. La presenza di varie denominazioni per una stessa via, era dovuto alla   mancanza di targhe (come avviene oggi) che ne riportano il nome e ne ricordano gli estremi; in passato le strade venivano chiamate in base alle attività economiche, ai mestieri e anche ai nuclei di popolazione che vi abitavano; questi nomi potevano cambiare nel giro di pochi decenni e comprendere denominazioni diverse e contemporanee per uno stesso tratto. Per questo motivo l’attuale via Sardegna, prima del riordino del Cima e dell’intervento fra il 1850 e il 1853, quando fu presa la decisione di cambiare e unificare i nomi di alcune strade (come accennato prima) aveva tratti, con denominazioni diverse.

UN GROVIGLIO ESAGERATO DI NOMI

“La via Sardegna cominciava nei pressi della porta Sant’Agostino, verso il largo Carlo Felice dei nostri giorni, quindi, fu vico degli Invalidi. Nel tratto successivo, fra via Sant’Agostino e via Barcellona, fu contrada Pabillonis; nel percorso compreso fra le attuali vie Barcellona e dei Mille si chiamò, almeno a partire dalla seconda metà del secolo XIV, via del Sale e il prolungamento di questa fu la via dei ciciliani (siciliani)”, scrive lo storico cagliaritano Giuseppe Luigi Nonnis, in “Cagliari. Nuove passeggiate semiserie. Marina”. Lo scrittore spiega anche, come si arriva a questo cambiamento, eliminando le varie contrade, strade e vie, dando un solo nome (via Sardegna) a questa strada.
“Doveva essere un faccenda complicata: per qualche centinaio di metri un groviglio esagerati di nomi. Per fortuna un’amministrazione decisionista, superate le gravi obiezioni sulle specificità culturali, che ci appassionano sempre tanto, deliberò che un nome solo doveva bastare per tutta l’arteria. Nacque via Sardegna, un nome che è una sintesi, e così almeno il paese di Pabillonis non poté lamentarsi. La via, come sappiamo, partiva dalla porta di Sant’Agostino, quella che fu demolita nel 1865 con sconsiderato entusiasmo. Il primo tratto, lo ripetiamo, si chiamava vico degli Invalidi. Un accostamento istruttivo: a una guerresca porta militare seguiva il ricordo degli invalidi, danno collaterale – sembra che si dica così – di tante battaglie (…) Il secondo tratto, (dopo vico degli Invalidi) che fu via Pabillonis, incrocia via Napoli che a sinistra sale verso la rocca di Castello e, scendendo verso il mare, si apre come una grande finestra luminosa.

VIA PABILLONIS ERA
TRA VIA BAYLE E BARCELLONA

Venditrice di Pentole di Pabillonis (Weis Bentzon – Ilisso dicembre 1957)

Forse questo è il tratto più antico della via se non addirittura del quartiere. Un documento infatti ci racconta che Costantinu, ju- dike de Parte Calari, donò nei primi anni del XII secolo, ai monaci vittorini di Marsiglia, la chiesa di Santa Lucia di Bagnaria”. L’edificio religioso, in seguito, fu ristrutturato fra la fine del Cinquecento ed il Seicento, di cui oggi, dopo la demolizione del 1947, esistono solo alcuni ruderi. Solo intorno alla metà del XIX secolo si registrano, quindi, i primi interventi municipali per mettere ordine nella odonomastica (l’insieme dei nomi di strade e piazze di una città) cittadina: fra il 1850 e il 1853, fu presa la decisione di cambiare i nomi di alcune strade e inserire i numeri civici. E’ datato 10 luglio 1852, infatti, il progetto dell’architetto Enrico Melis allievo di Gaetano Cima, e a capo dell’Ufficio tecnico municipale per “eseguire la numerazione delle porte di ingresso alle case di Cagliari”; nello stesso decennio, al seguito delle nuove norme varate nel 1851, fu compilato il primo registro catastale, databile 1854. Non fu facile all’inizio, per il popolo, abituarsi al nuovo ordinamento poiché, le nuove vie erano conosciute con diversi nomi, come detto prima: la via Sardegna comprendeva, Porta Sant’Agostino; strada Sant’Agostino Vecchio; strada Pabillonis; strada delle Saline; strada dei Siciliani; strada Vadas o de is Fadas; ma non solo, vi erano anche altre denominazioni: strada dei Barbaricini; calle di Tarragona: alle de Moreto; calle de Pichety; strada Reale; strada dei Cavalieri. (Da “Le strade e le mappe – Benvenuti su storiadicase! – Jimdojimdofree.com)”

LE IPOTESI DELLA PRESENZA DI STRADA
O VIA PABILLONIS
IN MARINA

Per quanto riguarda il presente lavoro, la premessa indicata era indispensabile, dunque, per capire il perché dell’esistenza “di via, contrada o strada Pabillonis” come veniva identificata dal popolo. Quali motivi spinsero i cagliaritani della Marina a denominare questo tratto di strada, con il paese di Pabillonis? Quali rapporti aveva il paese con questa zona della città, caratterizzata da un brulichio di attività economiche commerciali e artigianali? Sarà stata sicuramente una motivazione importante poiché l’indicazione o individuazione di questo spazio urbano con via Pabillonis, proprio nella parte più vecchia, doveva avere un particolare significato. Esisteva forse una comunità di pabillonesi che aveva creato un fondaco dove in qualche edificio e/o in magazzini depositavano le loro merci, esercitavano i loro traffici e spesso anche vi dimoravano? Il tratto messo in evidenza tra l’incrocio di via Baylle e quello di via Barcellona, corrisponde a circa 80 metri: è questo uno dei percorsi indicati dal Cima, insieme ad altri tratti, che dovevano essere oggetto d’intervento per rendere più “dritta”, e soprattutto, più scorrevole la futura via Sardegna.

UN PUNTO DI APPOGGIO
DEI PENTOLAI PABILLONESI?

È quindi verosimile che questo tratto di strada fosse un punto di appoggio importante per i commercianti di Pabillonis, che erano riusciti a crearsi un loro spazio per vendere i prodotti che provenivano dal paese. Un altro quesito, non secondario, anzi, è: da quando esisteva questo punto e in quale periodo s’incomincia a parlare di via Pabillonis e quali prodotti venivano portati dal paese? Tra i più rappresentativi probabilmente, erano gli utensili in terracotta, di uso quotidiano, pentole e tegami (pingiadas e tianus) di cui i tornianti pabillonesi avevano pochi rivali nell’Isola, sia per la produzione che per la qualità. Pabillonis era conosciuta in tutta la Sardegna, “Sa bidda de is pingiadas”, l’arte della ceramica da cucina era infatti, antichissima e aveva una produzione importante e costante nel tempo, e ben organizzata; dai documenti ufficiali del comune per esempio, si rileva che nel 1837, erano 20 i “fabbricanti di vasellame” e 13 nel 1850.

 

LA CERAMICA DI PABILLONIS: UN COMMERCIO
A LIVELLO ISOLANO TRA CUI CAGLIARI

Infatti le caratteristiche tecniche delle pingiadas e tianus erano uniche: la leggerezza e la resistenza al fuoco durante la cottura dei cibi erano superiori alle altre produzioni simili, di ceramisti isolani. Come riferisce, anche, un’insigne studiosa internazionale di ceramica. “La distribuzione dei recipienti prodotti a Pabillonis copriva almeno l’intera Isola dove essi erano maggiormente apprezzati per la loro resistenza agli sbalzi di temperatura e alle varie sollecitazioni termiche (Rye 1976; Steponaitis 1984), e anche per la loro leggerezza e la razionalità delle loro forme e dimensioni” (B. Annis – H. Geertman, Production and Distribution of cooking ware in Sardinia.1987 University of Leiden-The Netherlands). Le massaie dei paesi, ma anche le signore della borghesia e della nobiltà cagliaritana, conoscevano queste caratteristiche e acquistavano is tianus e pingiadas pabillonesi. Infatti, nel corredo delle spose non poteva mancare sa cabiddada (il set completo) di tianus e pingiadas, che comprendeva, “sa prima, o sa pingiada manna”; sa secunda, o coia dusu; sa terza, o coia tresi; sa quarta, o coia quattro; più una facoltativa, sa quinta, o coia cinque”. Quest’ultima, piccolina, eseguita a richiesta costava di più, generalmente era acquistata per il corredo dei ceti più alti, o a scopo decorativo. In effetti, acquistare la ceramica di Pabillonis era come possedere un prodotto “di marchio”, apprezzato in tutta l’Isola, dove i carri, con un carico composto esclusivamente da cabiddadas per un totale di 300/400 unità, raggiungevano quasi tutte le zone della Sardegna. Le ceramiche venivano sistemate con cura, nel carro, con un imballaggio morbido costituito da erba palustre (preimentu = riempimento), che abbondava nelle paludi intorno a Pabillonis, e veniva per questo, usato come materiale di protezione. Il carico, inoltre, veniva mantenuto unito da “sa cerda” (una stuoia intrecciata di ramoscelli e giunchi, alta fino a due metri) (Angioni 1976: 162) che aumentava la quantità delle pentole trasportate e quindi garantiva un maggior guadagno al venditore. Tra queste località vi era anche Cagliari, nonostante la concorrenza di laboratori artigiani più famosi vicini alla città, come Assemini, Decimomannu, Villaputzu, e più distanti come Oristano, Dorgali e altri.

ALTRI PRODOTTI DI PABILLONIS

Ma oltre a questo tipico prodotto, c’è da supporre, che fossero anche altri i manufatti/oggetti, realizzati e smerciati a Cagliari, dagli artigiani pabillonesi, conosciuti per la loro abilità: is sa stoias (soffici giacigli in erbe palustri); vari tipi di contenitori in canne e olivastro come cadinus, scatteddus, sa scattedda per conservare il pane, e sedazzus (per la farina), cibirus (in giunco e in ferro per la cernita dei cereali e legumi), ma anche su stresciu e fenu: caisteddus, corbule/poinas e spotas/sportulas (in fieno e giunco). Le materie prime erano abbondanti nel territorio comunale e anche preziose, tanto che erano tutelate dal comune, “per impedire che gli usurpatori s’impadronissero di questi terreni molto utili per la comunità” (del. 23 aprile 1850). E non sono da escludere, forse, neppure il commercio di alcuni prodotti agricoli: dai legumi al grano, ma anche uova, vino e formaggi e sicuramente anche quelli provenienti dalla campagna, come cardi selvatici (is concheddas), asparagi, lumache. Un flusso costante di prodotti che venivano dunque, probabilmente, s’ipotizza, concentrati/portati in magazzini gestiti dai residenti di Pabillonis, in questa via, tanto che gli abitanti della Marina conoscevano e avevano individuato da tempo (come si rileva da documenti riscontrati fin dal ‘700, ma sicuramente anche prima) quel tratto di strada, come comunità dei pabillonesi. Ma come venivano portati i prodotti dal paese del Medio Campidano? Sicuramente con i carri a cavallo.

IS CARRETTONERIS

Is carrettoneris, in effetti, erano una categoria ben definita, in paese: alcuni erano proprietari di “quaddu e carru” e offrivano il servizio per il trasporto, altri, dipendevano dal padrone del laboratorio di ceramica o proprietario terriero che incaricava il proprio carrettoneris, di portare a Cagliari, i prodotti della bottega artigiana o quelli dei campi. Si partiva nelle prime ore del mattino e in giornata, si arrivava in città. Purtroppo di questo sistema di trasporto, utilizzato in quei tempi, non si hanno documenti di riscontro, però non doveva esser difforme dai carrettoneris che, in paese, facevano questa tipo di attività fino alla prima metà del sec. XX. I carrettieri pabillonesi non avevano problemi ad affrontare anche lunghe distanze. Dai registri commerciali di alcuni proprietari di laboratori di ceramica da cucina, infatti, si rileva, sia la quantità del carico dei carri sia le località dove questi prodotti in terracotta, venivano venduti. Francesco Figus, per esempio, carrettiere di Giuseppe Piras (un grande produttore di stoviglie) raccontava che i paesi dove si recava erano Calasetta, Buggerru, Sinnai, Pula, Ales, Pauli Arbarei, Abbasanta, Cuglieri, Bosa, Santu Lussurgiu, Paulilatino e naturalmente Cagliari. Un sistema ben collaudato dunque: produzione, trasporto e commercio, che ci porta a considerare l’ipotesi, dell’esistenza anche nel quartiere della Marina, di un punto d’appoggio gestito dai pabillonesi per questi prodotti e conosciuto dal popolo cagliaritano, appunto, come “contrada e/o via Pabillonis”.

IPOTESI E CONGETTURE
DELLO STUDIOSO GUIDO MASSACCI

Questa ipotesi è presa in considerazione (con le dovute riserve)anche dal succitato studioso Guido Massacci, che commenta: “anch’io ho sempre trovato curioso il fatto che Pabillonis abbia avuto il “privilegio” di essere ricordato in una strada della vecchia Marina, insieme a Barcellona, ai Siciliani e ai Santi; ma non ne so il motivo: il nome è antico, e i miei studi non sono andati al di là dell’ultima parte del ‘700; Dionigi Scano, nel suo Forma Kalaris non dà nessuna spiegazione, limitandosi a dire che si tratta di un nome antico; L’unica cosa che posso aggiungere è che in alcuni (pochissimi)  documenti di fine ‘700 il nome della strada è Babillonis o addirittura Babilonia, ma si tratta di eccezioni e probabilmente di una storpiatura del nome vero; nella maggior parte dei casi si parla di contrada Pabillonis e la spiegazione potrebbe essere proprio che in quel tratto di strada abbia abitato uno o più abitanti del paese, magari venditori di ceramiche da cucina! Molte vie sono state ricordate, per periodi più o meno lunghi, col nome di una famiglia o di una persona, magari importante, che lì viveva”. In conclusione, si può parlare, forse, di “ipotesi, congetture e supposizioni”, per quanto riguarda le oggettive motivazioni e l’origine di questa presenza, ma in attesa di elementi nuovi per suffragarle, certamente non si può negare, come attestato e rilevato dai documentati d’archivio, dell’esistenza tra via Bayle e via Barcellona, fino all’intervento di Gaetano Cima, di “contrada o via Pabillonis, in “un tratto” dell’attuale via Sardegna.

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