RUBRICA. IL DIS(CORSIVO)

Capitalismo lento

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Chi gridava all’ennesimo complotto dei poteri forti ha infine dovuto ricredersi: questo virus è reale. La sua disumana volatilità è riuscita a riportare al centro della politica gli esseri umani, ridefinendo l’agenda politica attorno all’unico bene che infine vale davvero qualcosa: la salute e il benessere della popolazione.

Nonostante alcuni esponenti del mondo neoliberista-liberale-conservatore provino a minimizzare, sono in realtà essi stessi terrorizzati dalla pandemia da coronavirus e dalle sue (potenziali) nefaste conseguenze. Basti pensare alla confusa reazione del presidente statunitense Trump, che, dopo gli sberleffi, è dovuto tornare sui suoi passi assumendo un atteggiamento decisamente più prudente. In ogni caso, questo virus è qualcosa che gli sfugge, che non aveva previsto, un po’ come accaduto rispetto alla questione del cambiamento climatico.

Nell’attuale società dell’azzardo c’è anche chi prova a fare profitti puntando sulle probabilità di catastrofe e di fallimento generate. I catastrophic e pandemic bonds puntano proprio sulle probabilità che un cataclisma, una calamità naturale, una crisi, una epidemia, si possano verificare o meno generando gravi conseguenze. Eppure, questo virus ha messo in luce molti limiti dell’attuale sistema economico, che si trascina in una crisi di lungo corso, più o meno evidente, da almeno quindici anni.

L’economia mondiale stenta a crescere, la produzione frena, le esportazioni diminuiscono, i consumi sono al ribasso (da almeno un decennio ormai), il lavoro scarseggia e il potere d’acquisto dei redditi si è ridotto drasticamente; lo stesso denaro ha perso valore e si svaluta più facilmente. Questo virus ha smascherato questo slow capitalism (capitalismo lento) – cosi è stato definito – che aveva finora riservato benessere a pochi privilegiati; è bastato (quasi) un nulla – quanto di più inverosimile ci si potesse attendere – per fiaccare tutto e tutti indistintamente. La civiltà dell’accelerazione, della velocità, della rapidità, del dinamismo dell’informazione e dell’apprendimento, dell’innovazione, della circolazione, della realizzazione e della propria egoistica e ostentata felicità su tutto e su tutti, ha trovato infine un limite concreto, ma intangibile, imprevisto e imprevedibile.

Il potere del denaro, allora, si sgonfia, il valore rimane bloccato nell’invenduto, trattenendo così la cifra numerica e monetaria che lo definiva. Eccezion fatta per alcuni beni di consumo non durevoli come il cibo, l’infinita molteplicità dei valori d’uso si scontra contro le leggi della desocializzazione imposte dal virus. Si consuma per stare insieme, anche se non ci si conosce e si è indifferenti all’altro, ma lo scambio di merci crea contatti e ha segnato la nostra società come l’abbiamo conosciuta finora.

Per questo ha ragione chi dice che “l’epidemia di coronavirus è un segnale che ci dice che non possiamo andare avanti come abbiamo fatto finora, è necessario un cambiamento radicale”. E il cambiamento climatico avrà conseguenze ancor più nette, minacciando le nostre esistenze non soltanto sul piano sociale ed economico, ma anche biologico. La “crisi virale” dovrebbe essere di per sé già sufficiente per capire che occorre trovare fin da subito una valida alternativa all’esistente, e che, probabilmente, proprio in questo rallentamento generale delle attività economiche e sociali si nasconde una parte della soluzione, come conferma la drastica riduzione delle emissioni di gas inquinanti a livello globale. (w. t.)

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