RUBRICA. PSICOLOGA

Catcalling e prevenzione

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di Alice Bandino*
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Alice Bandino

Ogni anno il 25 Novembre ricorre la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne: in questa giornata si commemorano le vittime della violenza perpetrata maggiormente da uomini (anche se non in via esclusiva), e in tutto il mondo si intensificano quelle azioni di prevenzione che mirano ad educare le nuove generazioni affinché il numero di queste vittime cali negli anni a venire. Sempre più agenzie educative tendono a sostenere queste azioni di sensibilizzazione e di rieducazione emotiva: la scuola, lo sport, la Chiesa, le Istituzioni politiche e sanitarie organizzano corsi e partecipano a progetti dove l’obiettivo principale è quello di educare al rispetto, alla convivenza e alla libertà di tutti. La convivenza significa vivere con la vita degli altri, anche con individui che differiscono in toto da noi, rispettando l’altro nelle sue peculiarità, senza la convinzione che tutti accettino passivamente atteggiamenti diffusi e non rispettosi, ma che nessuno ha mai voluto cambiare. Parlando di non accettazione, è interessante notare come un fenomeno universalmente comune come le molestie verbali per strada ai danni delle donne, specie alle più giovani, sia diventato un vero e proprio reato in alcuni Stati, ad esempio in Francia è penalmente punito dal 2018; per gli addetti ai lavori, questo fenomeno è chiamato Catcalling.

Queste molestie vengono socialmente accettate perché sminuite come semplici “apprezzamenti” o “complimenti” rivolte in strada a donne o bambine, visto che il 47- 48% della popolazione italiana che ha subito questi complimenti aveva tra gli 11 e i 14 anni e il 9% addirittura meno di 10 anni (fonte: Hollaback! Cornell University, ad oggi la più robusta ricerca a livello internazionale sull’argomento).

Vittima è chiunque percepisca visceralmente un disagio nel sentire questi apprezzamenti non richiesti, in un luogo, la strada, il marciapiede, i tavolini dei locali, i cantieri edili, i gruppi di persone nelle piazzette, nelle panchine o fuori dagli esercizi, i parchi ecc… sono passaggi obbligati per i passanti che vogliono liberamente percorrere a piedi un tragitto; ciò che invece non è scontato o obbligatorio è che nell’eventualità passeggi una bambina, una ragazza o una donna sola o in gruppo, qualcuno si senta in diritto di ringalluzzirsi(metaforicamente) e fischiare, urlare, sussurrare, fissare o fantasticare a voce alta i propri apprezzamenti da solo o cercando magari la complicità del gruppo, così da sentirsi maggiormente “normale” e nel giusto.

Nella maggior parte dei casi queste volgarità cadono nel vuoto, specie tra adulti, integrate e giustificate in modo sbagliato e passivo di accettare tutto ciò che “tanto si sa, è sempre stato così!”; fortunatamente diversi movimenti che si battono sulle pari opportunità per tutti, si son fatti portavoce del disagio provato invece da chi non riesce a farsi scivolare addosso queste molestie, disagio non quantificabile perché non tutte/i abbiamo lo stesso limite di sopportazione della violenza e perché il disagio è una risposta correlata a innumerevoli variabili personali, come l’età, l’educazione o le esperienze di vita, tali da diversificare le reazioni emotive di chi viene fatto oggetto passivo di questi “complimenti”.

Soprattutto le più giovani potrebbero sentirsi in pericolo, percependo magari disagio, imbarazzo, impotenza (“e se mi segue?”), rabbia, vergogna, sorpresa (“mi conosce da sempre…conosce la mia famiglia…”), senso di colpa (“avrò messo troppo trucco o una gonna troppo corta?”) e disgusto specie se questo linguaggio non proviene da pari cui sarebbe più semplice difendersi, ma da adulti che nell’immaginario infantile dovrebbero rappresentare prima di tutto saggezza, protezione, rispetto e che specie nei centri piccoli sono magari parenti o conoscenti di nostre conoscenze o parentele, particolare che spesso distoglie (anche nei casi più gravi), tanti minori dal confidarsi coi propri adulti di riferimento cercando in un estraneo il confidente ideale. Proprio chi riceve queste confidenze di molestie subite è l’importante anello di congiunzione tra il disagio riportato e la risoluzione della situazione, cosa che non sempre avviene se dall’altra parte non vi è un orecchio pronto ad accogliere questa richiesta di aiuto senza sminuirla o ignorarla. Nessuno ha il diritto di rendere il corpo di una donna (o di un uomo), semplice carne da ammirare o valutare come fosse un’ipotetica fonte di piacere per le proprie fantasie o disagi. Nessuno deve aver a sua volta paura di rispondere a queste volgarità per paura di essere sopraffatto fisicamente, col rischio di non essere aiutata dai passanti indifferenti, perché è stata proprio l’omertà paventata come goliardia da bontemponi, a permettere a questo fenomeno di insinuarsi nelle nostre società fino a diventare difficile da estirpare come fosse erba cattiva.

In occasione del 25 Novembre non dimentichiamoci allora di condividere queste informazioni, empatizziamo con chi non vive serenamente quei fischi o quelle indecenti parole come tratto naturale e distintivo di animali, che evidentemente fanno fatica a umanizzarsi del tutto e che non riescono a trattenere queste volgarità.

Il loro disagio non riguarda le nostre figlie, le loro amiche o noi stesse, non possiamo aiutarli col nostro silenzio e soprattutto bloccare sul nascere queste oscenità potrebbe aiutare tante altre donne a non doverle conoscere queste emozioni, ridicolizzare questi atteggiamenti volgari, può riportare chi li esprime in una dimensione più realistica della Società ideale che tanti di noi anelano.

Stiamo lavorando oggi per ottenere domani quel cambio di paradigma educativo e sociale necessario per evitare alle prossime generazioni di restare immobili davanti a qualsiasi tipo di violenza, reagire e attivarsi per rieducare alla convivenza tra umani (indipendentemente dal genere) e nel pieno rispetto delle libertà individuali per tutti, non per il più forte.

*psicologa

 

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