Cultura

Collinas 6 maggio 1944, una triste pagina di storia

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di Francesco Diana

Come noto, durante l’ultimo conflitto mondiale s’insediò in località “Tuppadatzu” del territorio di Collinas, un distaccamento della novantesima Divisione corazzata dell’esercito tedesco al comando del Generale Carl Hans Lungerhausen, comprendente circa 30.000 uomini e 200/300 mezzi corazzati. A poca distanza, in territorio di Villanovaforru, era accampato un battaglione di paracadutisti della Nembo, al comando del generale Ercole Ronco e del suo Capo di Stato Maggiore tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, quest’ultimo figlio del colonnello Giulio Bechi, apprezzato ma anche criticato dall’opinione pubblica per aver pubblicato il volume: “Caccia grossa. Scene e figure del banditismo sardo”. La Divisione “Nembo” fu dislocata in Sardegna allo scopo di arginare, in collaborazione con le truppe tedesche, un eventuale probabile sbarco delle truppe alleate nell’isola.
I militari tedeschi e i paracadutisti della Divisione “Nembo”, anche per la ridottissima distanza fra i rispettivi accampamenti, avevano sempre fraternizzato fra loro. Tanto è vero che dopo l’Armistizio, un Battaglione della “Nembo”, al comando del Maggiore Rizzati, continuò per un po’ a collaborare con i tedeschi durante la loro ritirata, trasgredendo agli ordini del Generale Basso. Il Tenente Colonnello Bechi Luserna tentò di riportare l’ordine ma fu ucciso dagli uomini di Rizzati e il suo corpo buttato in mare alle Bocche di Bonifacio.
Altrettanto non avvenne fra gli uomini della “Nembo” e la popolazione di Collinas che, peraltro, aveva sempre mantenuto cordiali rapporti con le truppe tedesche.
Come descritto da Francesco Spanu Satta nel suo libro “Il Dio seduto – Storie e cronache della Sardegna 1942-1946” e confermato dalle numerose testimonianze raccolte nel paese, il profondo astio fra la popolazione di Collinas e gli uomini della “Nembo”, derivava dal fatto che i paracadutisti venivano spesso giù da Villanovaforru per arrecare fastidio alle ragazze, non sempre disposte a subire le loro prepotenze: “i paracadutisti si recavan per insegnar la molestia alle fanciulle”, racconta Francesco Spanu Satta nel suo libro, cosa che non andava assolutamente giù ai giovanotti locali dell’epoca, i quali non perdevano occasione per rendere “pane per focaccia” agli aitanti paracadutisti; si racconta di numerosi e violenti scontri fra le due parti.
Un giorno un ufficiale della “Nembo”, venendo giù da Villanovaforru per cimentarsi in quello che riteneva un suo ipotetico terreno di conquista, fu fatto oggetto di un attentato; mentre in moto percorreva i pochi chilometri di strada che separavano l’accampamento della “Nembo” dal paese di Collinas, gli furono esplose contro alcune fucilate, andate fortunatamente a vuoto.
Dopo pochi giorni gli uomini della “Nembo” invasero arbitrariamente con estrema arroganza il paese di Collinas, violando le abitazioni e requisendo le armi ivi custodite, allo scopo d’individuare quella dalla quale erano partite le fucilate riguardanti l’attentato.

Casa Tuveri, teatro dello scontro

Il 6 maggio del 1944, giorno tristemente noto ai collinesi per gli effetti nefasti che produsse tale arroganza, i paracadutisti scavalcarono il portone d’ingresso dell’abitazione del signor Roberto Tuveri sulla Via Garibaldi (oggi “Casa Tuveri” di proprietà del Comune), al fine di mettere in atto il loro programma. Roberto Tuveri, un omone robusto e prestante, vecchio cacciatore, di carattere abbastanza austero, che nella sua vita non aveva mai rinunciato a indossare il costume sardo, per nulla intenzionato a privarsi del proprio fucile, era intento a scavare una buca in prossimità del loggiato che costituiva la tettoia- ricovero per i buoi (testimonianza a suo tempo resa allo scrivente dal figlio Raimondo), nell’intento di sotterrarvi il proprio fucile con le relative munizioni. Alla vista dei paracadutisti che, scavalcato il portone con le armi in pugno gli intimarono di consegnare l’arma, Roberto Tuveri tolse dal sacco che lo conteneva il proprio fucile e, caricatolo con le cartucce a palla asciutta, utilizzate per la caccia grossa, di cui era appassionato, e riparandosi dietro uno dei tanti pilastri in pietrame intimò a sua volta ai paracadutisti di uscire. Ne scaturì un conflitto a fuoco che ebbe tragiche conseguenze per un incolpevole giovane, padre di quattro figli, colpito a morte da un proiettile mentre, lavorando nella casa contigua, ebbe l’incauta idea di affacciarsi nel muro di cinta per rendersi conto di quanto stesse succedendo.
Intanto, perdurando il conflitto, il fucile da caccia del Tuveri, sollecitato da un uso improprio, s’inceppò e costrinse il signor Roberto a scappare nella vicina campagna, scavalcando una finestra ubicata nel prospetto posteriore della propria abitazione, dalla parte del vicolo che immette sulla Via Felice Uda. Secondo l’autore del citato libro, il risultato fu di un morto e un ferito, che diede origine a un dibattimento nel quale “il Tuveri fu assolto per legittima difesa”.
Riprendendo la triste cronaca della tragica giornata, avvenne che i paracadutisti accorsi in soccorso dei primi due, non incontrando più alcuna resistenza, s’introducessero con forza all’interno dell’abitazione e, non trovando più il signor Roberto, presero in ostaggio una sua giovane figlia.

Mariuccia Mancosu

La notizia di quanto accaduto cominciò a circolare velocemente fra la gente del paese; giunse anche al vicino Municipio, dove qualcuno pensò d’informare dell’accaduto il comando della stazione Carabinieri di Sardara. Mancando all’epoca i telefoni, l’unico modo di comunicare con urgenza il messaggio non poteva che essere “l’alfabeto Morse”, tramite l’Ufficio Postale. Una delle cose più difficili consisteva,  consisteva nel far passare il messaggio da trasmettere attraverso il nugolo di militari infuriati che presidiavano lo spazio compreso fra il Municipio e l’Ufficio Postale, fra loro distanti poche decine di metri.
Se ciò avvenne senza intoppi, permettendo ai Carabinieri di Sardara di bloccare il convoglio che trasportava la ragazza al comando della “Nembo”, liberandola, senza nulla togliere alla scaltrezza di chi aveva ideato e composto il messaggio, si deve in particolar modo al signor Casciu Giovanni, all’epoca Messo comunale e Portalettere.

Giovanni Ccasciu

Questo signore, che recandosi all’Ufficio Postale per prelevare la posta da distribuire, era solito portarsi appresso una brocca di terracotta per attingere acqua dal pozzo ubicato nel cortile interno dello stabile che ospitava detto ufficio, compì anche quel giorno il percorso abitudinario, celando però all’interno della brocca il testo del telegramma da trasmettere, riuscendo a passare  inosservato in mezzo ai tanti militari imbufaliti che presidiavano la piazza.
Questa è la triste cronaca di un giorno tetro per Collinas, che presumibilmente risveglierà nefasti ricordi a quanti hanno vissuto quei tempi, ma che nello stesso tempo vuole essere d’insegnamento per le giovani generazioni, affinché attraverso le testimonianze del passato possano sempre trarre motivo di riflessione, al solo scopo di evitare il ripetersi di simili situazioni.

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