RUBRICA STORIA DI CASA NOSTRA

Collinas anni ’40 – ’50: i giochi dell’infanzia

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di Francesco Diana

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Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando le disponibilità economiche delle famiglie erano ridotte al lumicino e Smartphone, telefonini, playstation non comparivano neanche nelle più azzardate ipotesi fantascientifiche infantili, i bambini giocavano e si divertivano come oggi, forse più di oggi, perché ogni gioco era in parte frutto della loro spiccata fantasia, prodiga d’iniziative capaci di creare dal nulla e a costo zero, occasioni di svago e di socializzazione. Oggi, invece, nella società dei consumi, ogni svago ha un costo, e guai se viene a mancare la necessaria risorsa! Ovviamente ci auguriamo che certe situazioni non si ripetano mai più, ma riteniamo sia oltremodo importante conoscerle per apprezzare maggiormente ciò che la società di oggi ci offre.

Di seguito, due fra i tanti diversivi dei ragazzi di quei tempi, frutto della loro sconfinata fantasia:

IL GIOCO DELLE FAVE

Pietre di basalto utilizzate per la trebbiatura delle fave

Oggi, quando si vuole indicare un’azione fondata sul nulla, si è soliti dire “Ma non sès miga gioghèndi a faa!” “Ma non stai mica giocando con le fave!”; tuttavia, intorno agli anni quaranta e poco su di li, il gioco delle fave rappresentava uno dei principali intrattenimenti dei bambini durante il periodo estivo. Già, solo durante il periodo estivo, poiché era indispensabile disporre di fave e di aree sterrate, essendo la polvere complemento indispensabile al gioco.

Nei nostri paesi i campi da gioco erano quindi le piazze e le strade, ovviamente sterrate.

L’approvvigionamento delle fave non costituiva un serio problema per chi proveniva da una famiglia di agricoltori, mentre per tutti gli altri comportava oneri notevolmente maggiori. Erano i tempi in cui la trebbiatura delle fave avveniva nelle aie, mediante il calpestio da parte del bestiame da lavoro e la successiva ventilazione “bentulai” della massa, grazie all’ausilio del ricorrente “maestrale”, il solo vento che offriva sufficienti garanzie in termini d’intensità e durata. Con quest’ultima operazione avveniva, di fatto, la separazione della paglia dalle fave. Solo le parti più grossolane della paglia, che essendo pesanti, non potevano essere separate per azione del vento, rendevano necessaria una successiva separazione manuale mediante una cernita adeguata, eseguita principalmente dalle donne. Nonostante l’oculatezza dell’operazione, una piccolissima parte di fave sfuggiva alla cernita e restava fra gli scarti grossolani andando a formare il noto “Numannu, peraltro ancora utilizzabile per l’alimentazione del bestiame.

Bene, i ragazzi non appartenenti a famiglie dedite all’agricoltura, erano soliti andare nelle aie per rovistare quasi furtivamente in mezzo al “Numannu”, e riempirsi così le tasche di fave, materia prima per il gioco. Un altro adempimento preliminare era rappresentato dall’approvvigionamento di pietre piatte “tellazzas” di varie dimensioni, che costituivano l’indispensabile strumento per l’esercizio del gioco. Una volta testata, la “tellazza” diventava patrimonio esclusivo del giocatore, che la custodiva gelosamente occultandola in prossimità dei campi di gioco.

Il campo da gioco più frequentato era il sagrato della Chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo.

Per ogni giocata, il regolamento del gioco prevedeva l’obbligo del conferimento di un certo numero di fave (in media 4/5) da parte di ciascun partecipante; il cumulo delle fave conferite era adagiato sul terreno sterrato e ricoperto con abbondante terra fino a occultarlo del tutto. Di seguito, ad una distanza di circa 5/6 metri, una traccia sul terreno indicava il punto di lancio da parte dei concorrenti che, a turno, utilizzando la propria “tellazza” (ciottolo piatto), tentavano di colpire il mucchietto di terra che occultava le fave. Il premio per il vincitore era rappresentato dalle fave dissotterrate a seguito dell’impatto con la “tellazza”. Dopo ogni lancio, ovviamente, si provvedeva a ricostituire il “monte fave” predeterminato, attraverso singoli conferimenti, e ricomporre nuovamente il classico mucchietto, pronto per il successivo lancio. Così di seguito per mattinate o serate intere!

Immensa la gioia di chi poteva rientrare a casa da vincitore con le tasche piene di fave e la desolazione di chi, al contrario, era stato costretto ad abbandonare il gioco per mancanza di fave. Ovviamente, come per altre cose, era operante l’istituto del “prestito di fave”, da estinguere tassativamente il giorno seguente!

IL BRACCONAGGIO INFANTILE

Su lazzu

Un altro dei passatempi cui i ragazzi facevano spesso ricorso, non solo per vivacizzare le loro giornate ma anche per emulare le gesta dei cacciatori adulti, era rappresentato da una sorta di “bracconaggio infantile”, ovviamente non consentito benché tollerato, esercitato con le attrezzature di concezione e provenienza artigianale, spesso realizzate dagli stessi ragazzi, quali: “Su lazzu” e “Su Tiralasticu”; il primo proveniente dal “mercato nero”, mentre il secondo rigorosamente di produzione propria.

L’esercizio del “bracconaggio infantile” era svolto in modi diverse secondo la stagione: con l’utilizzo di “su lazzu” durante il periodo invernale, con la variante di “sa tella” per chi era sprovvisto dello specifico attrezzo artigianale, e con l’impiego di “su tiralasticu”, rigorosamente di produzione propria, durante il periodo primaverile estivo.

Durante la stagione invernale caratterizzata dalle basse temperature, con frequenti brinate e nevicate, l’approvvigionamento alimentare da parte dei volatili di qualunque specie era alquanto problematico. Per questa ragione, passeri, cinciarelle, cinciallegre (queste ultime con i movimenti della lunga coda riuscivano spesso a far scattare a vuoto la trappola), erano facilmente ingannati dalle esche sistemate nelle trappole opportunamente camuffate col terriccio o addirittura, come succedeva nelle strade del centro all’abitato, negli escrementi bovini, all’epoca abbastanza diffusi. Lo sterco bovino, in particolare, costituiva particolare richiamo per gli uccelli, poiché conteneva una miriade di semi non metabolizzati dall’animale durante il processo digestivo. In campagna, oltre all’impiego di “su lazzu”, si usava spesso “sa tella”. Si trattava di un sistema quasi preistorico, realizzato con l’impiego di pietre piatte di diverse dimensioni, tenute in bilico attraverso una complicata serie di ancoraggi artigianali che scattavano nel momento in cui il volatile, ingolosito dall’esca sistemata di sotto, veniva a posarsi sul ramoscello che costituiva il dispositivo di azionamento, facendo crollare la pietra sullo sprovveduto volatile.

Cinciallegra

Il sistema, che non era del tutto infallibile, aveva necessità di essere controllato a distanza; “allabài” era il termine usato, per evitare che la preda riuscisse a liberarsi della pietra che la sovrastava.

Durante il periodo estivo, invece, l’attività venatoria infantile avveniva con l’impiego dell’arma artigianale conosciuta come “su tiralasticu” realizzato, in genere, utilizzando una biforcazione di olivastro di armonico sviluppo, alla quale erano assicurate due strisce di gomma sufficientemente elastica ricavate da camere d’aria di ricupero e collegate, sull’altro lato, a una striscia di cuoio destinata a contenere il proiettile (una pietruzza preferibilmente sferica, possibilmente di basalto).

L’attività “venatoria”, si fa per dire, era esercitata in genere nelle aree alberate prossime al centro abitato, dov’era facile trovare uccelli (passeri in genere) che, abbandonato da poco il nido, cinguettavano a ripetizione, attirando l’attenzione dei ragazzi e costituendo così il bersaglio privilegiato per gli stessi.

Queste e tante altre le occasioni di svago e di socializzazione dei ragazzi in un piccolo paese, dove piscine, campi da tennis, campi di calcio, sale cinematografiche, discoteche ecc, non costituivano oggetto di desiderio inaccessibile giacché letteralmente sconosciuti.

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