RUBRICA STORIA DI CASA NOSTRA

Collinas – Forru: da “Su fastìgiu”a “S’accabamèntu dé coia” e a “Su sposòriu”

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di Francesco Diana

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 La profonda metamorfosi subita dalla società in cui viviamo nei riguardi del legame di coppia, ha fatto registrare un sensibile aumento delle “Unioni Civili” e delle “Coppie di Fatto, a danno del “Matrimonio” religioso che, stando a una recente proiezione del Censis, sarebbe destinato a sparire del tutto entro il 2025.

Ciò premesso, certi di fare cosa gradita agli anziani per effetto dei ricordi che ciò ridesterà, ma anche ai giovani in relazione al valore storico-culturale che ciò rappresenta, intendiamo ripercorre le complesse fasi che conducevano al matrimonio in epoche abbastanza recenti, ma che il frenetico mutare degli eventi ha reso quasi remote.

I primi approcci della coppia avevano inizio con l’incrocio occasionale di teneri sguardi, dalla cui intensità e frequenza discendeva l’ardire di tentare i primi contatti, tramite una persona amica o attraverso rapporti epistolari veicolati tramite la stessa.

A tal proposito è bene ricordare che coloro i quali non avevano dimestichezza con la penna, affidavano il compito a un amico fidato o facevano uso di frasi fatte e altisonanti, estratte dai rotocalchi dell’epoca o dagli appositi opuscoli in vendita presso le librerie.

Dall’esito positivo del rapporto epistolare, i due maturavano l’ardire di tentare un approccio diretto, occasione indispensabile per la formulazione della classica “dichiarazione d’amore”, anche questa estratta dalle classiche fonti accessibili all’epoca, scambiarsi le foto e, qualora possibile, strappare il primo bacio.

In molti casi il primo approccio avveniva grazie all’aiuto di qualche persona amica o addirittura nell’abitazione di qualche lontano parente.

Da quel momento in poi, in barba alla “Privacy”, cominciava l’attività propria di “Radio Fante” che in un baleno rendeva la notizia di dominio pubblico, coinvolgendo di conseguenza le famiglie dei potenziali fidanzatini.

Iniziava quindi il dibattito all’interno delle famiglie di appartenenza, teso ad accertare la serietà degli intenti di ciascuno, allo scopo di evitare screzi con la famiglia controparte. Ovviamente la discussione coinvolgeva molteplici aspetti, quali la salute, la serietà della persona e della stessa famiglia di appartenenza, le condizioni finanziarie e le prospettive di lavoro, l’ascendente all’interno della comunità.

A questa fase seguiva quella riguardante i preliminari per l’incontro fra le due famiglie e per la definizione del classico fidanzamento ufficiale.

Nonostante le assicurazioni che ciascuno dei due futuri fidanzati forniva alla propria famiglia, in qualche caso il genitore del futuro sposo veniva assalito dal timore di poter ricevere un rifiuto (termine classico: “Croccoriga”). entrava allora in ballo l’intermediario: “Su Poboninpu” o “Su Paralimpu”, ovvero “il Paraninfo”, il quale svolgeva gli incontri preliminari tesi ad accertare la disponibilità della famiglia della sposa e dare così conforto al genitore dello sposo che, rassicurato, poteva organizzare la visita per “S’agabamèntu  dé sa còia” o “fidanzamento ufficiale”.

A tale incombenza veniva generalmente destinata la tarda sera del sabato, poiché i novelli sposi, per tradizione, avrebbero dovuto partecipare in pompa magna alla messa cantata della domenica successiva.

L’atto formale compiuto dal padre dello sposo presso la famiglia della futura sposa, di fatto era compiuto tradizionalmente in gran segreto.

Contrariamente alle formalità in uso nella stragrande maggioranza dei paesi, nei quali la tradizione che di seguito descriveremo stava ad indicare l’equivoca personalità della futura sposa, a Collinas-Forru assumeva invece una valenza festosa per l’intera comunità, oltre che a far risaltare la frantumazione dell’alone di segretezza ad opera dagli amici dello sposo. La tradizione prevedeva che gli amici del futuro sposo, notando in lui un comportamento anomalo, tale da far presagire l’imminenza dell’evento in parola, montassero turni di guardia nelle vicinanze dell’abitazione della sposa, pronti a dare il la a fuochi d’artificio improvvisati, nel momento in cui il padre dello sposo, compiute le formalità di rito, avesse abbandonato la casa del neo consuocero. Ciò per rendere edotta dell’evento stesso l’intera collettività e per far capire allo sposo, in particolare, che la caparbietà degli amici aveva permesso di diradare la coltre fumogena sollevata per tenere segreta la data dell’evento.

Negli ultimi tempi, allo scopo di sviare gli indizi, venne meno la consolidata tradizione del sabato sera, diversificando giorno e ora per l’avvenimento, senza peraltro ottenere i risultati sperati, sempre per effetto dell’assidua vigilanza degli amici. Particolarmente simpatico e divertente uno degli ultimi casi in cui per l’adempimento venne scelta la mattina della stessa domenica, prima della messa cantata: il caso volle che gli sposi dovettero uscire da casa, accompagnati dal fragore dei mortaretti lanciati dagli amici fin quasi alla scalinata della Chiesa.

Non è il caso di dilungarci sugli argomenti trattati in occasione di “S’agabamentu dè còia”, protocollo storico dalla tradizione locale, poichè incentrato sui programmi riguardanti il matrimonio e i relativi impegni che ciascuna delle parti avrebbe dovuto assumere: la casa, per lo sposo, la mobilia e il corredo per la sposa. L’adempimento dei rispettivi impegni, avrebbe comportato un periodo di finanziamento più o meno lungo, in relazione alle condizioni economiche di ciascuna famiglia.

Il fidanzamento ufficiale, comunque, non sottintendeva libertà assoluta per gli sposi sui quali continuava, più assidua che mai, la sorveglianza da parte dei rispettivi familiari. In genere lo sposo poteva andare a casa della sposa solo la sera del mercoledì, il fine settimana e la Domenica.

Tuttavia, nonostante l’assidua sorveglianza, succedeva ogni tanto il “patatrac” che costringeva tutti a incentivare gli sforzi per giungere quanto prima al matrimonio.

Omettendo per ragioni di spazio le fasi preliminari del matrimonio riguardanti la tradizionale cerimonia di “Sa roba dè is sus spòsus”, abbondantemente trattata anche attraverso specifiche pubblicazioni, riteniamo invece focalizzare l’attenzione del lettore su alcune delle tradizionali procedure riguardanti il matrimonio stesso:

  1. a) due giorni prima, coinvolgendo alcune donne particolarmente specializzate nella panificazione e diverse lavoranti volontarie, veniva preparato “Su Coccòi dè is sus spòsus”, che si svolgeva fra una festosa cornice musicale e canora;
  2. b) la sera prima del matrimonio la futura sposa, accompagnata da una sorella o da una persona amica, faceva il giro delle famiglie dei parenti stretti allo scopo di accomiatarsi, noto col termine dialettale: “A si dispidì”;
  3. c) la mattina del matrimonio il corteo dello sposo, accompagnato dai genitori, dai parenti e dagli amici all’uopo invitati, raggiungeva l’abitazione della sposa, accolto dai familiari della stessa.

Prima che il corteo partisse per la Chiesa, i futuri sposi s’inginocchiavano davanti ai genitori della sposa per ricevere la tradizionale “Benedizione”. Immediatamente dopo partiva il corteo in direzione della Chiesa, con in testa la sposa accompagnata dal padre (dal fratello maggiore in assenza del padre o da uno stretto familiare), dallo sposo accompagnato dalla madre (dalla sorella maggiore in sua assenza o da una parente stretta), dai parenti, dagli amici degli sposi e delle rispettive famiglie.

  1. d) terminata la cerimonia, i novelli sposi uscivano a braccetto dalla chiesa fra gli applausi degli invitati ma, prima dei consueti abbracci auguranti, ricevevano “ Is arrunzus” con la tradizionale frantumazione del piatto, di norma da parte della madre della sposa, quale segno beneaugurante. Tale procedura veniva ripetuta da parenti e amici lungo il percorso che conduceva alla casa degli sposi, dove trovavano ad accoglierli la madre della sposo con gli ultimi “Arrunzus”di rito.

La tradizione dei “Is arrunzus”, che in altre realtà isolane era indicata come “S’arazzu” o “Sa ‘ratzia” (la grazia), prevedeva lo spargimento in capo ai novelli sposi del contenuto del piatto, comprendente riso, grano, sale, caramelle, uva passa, mandorle , monetine, confetti, coriandoli, petali e fiori, quale simbolo di prosperità, abbondanza, saggezza e amore. L’immediata frantumazione del piatto, altamente beneaugurante, assumeva il significato di rottura dei rapporti con la famiglia di origine, per una unione felice e duratura.

Come facilmente rilevabile, si trattava di un rituale che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che, come tale, costituisce una pagina di storia d’inestimabile valore socio-culturale, da tutelare specie nell’era in cui predomina l’individualismo più radicale, che porta all’unione di coppia senza vincolo alcuno e, soprattutto, senza il gioioso coinvolgimento dalla comunità di appartenenza.

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