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RUBRICA

Collinas – Forru, il pastore errante della metà del secolo scorso

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di Francesco Diana
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 Su pastori”, ossia l’allevatore di pecore che operava nei nostri territori utilizzando al meglio le risorse naturali, disponibili laddove giacitura, esposizione e caratteristiche fisiche elementari dei terreni, impedivano il normale esercizio dell’attività agricola. Era colui che esercitava una sorta di “attività di rapina” su ciò che la natura offriva spontaneamente senza alcun intervento da parte sua. Era in sintesi un nostro simile che, compiendo sacrifici inenarrabili difficilmente comprensibili per i contemporanei, creava dal nulla un’attività produttiva svincolata dagli attuali e vincolanti giudizi di convenienza economica ma che garantiva, comunque, il sostentamento della propria famiglia. Il reddito all’epoca conseguibile attraverso lo svolgimento di tale attività con la commercializzazione delle produzioni aziendali espresse in carne, latte e formaggio, era sicuramente basso in relazione all’impiego di lavoro che ciò comportava, ma comunque tale da garantire un minimo di sostentamento per della famiglia, all’epoca in cui Welfar, reddito di cittadinanza e quant’altro, non costituivano oggetto di riflessione politica. Rispetto al nulla, qualcosa era già un obiettivo per la sopravvivenza, in netta contrapposizione col principio del “Chi me lo fa fare!”, che spesso risuona nei nostri ambienti

Già, “Su Pastori”, inquilino della natura e dai più sistemato all’ultimo gradino nella scala valori sociali dell’epoca, al punto di precruderli anche la possibilità di trovare una compagna di vita disposta a seguirlo per condividerne i sacrifici, nell’umano desiderio di costituire una famiglia propria.

Uno scenario che sotto molti aspetti pare coincidere con quello Leopardiano del pessimistico:

“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, che indegnamente riproponiamo nell’idioma nostrano: “…Ita fais luna in su xelu? Naramì ita fais, o muda luna. T’indi pésas a su merì e ti movisi cuntemplendu is desertus, poi nci tòrrasa a calài. Non sèsi ancora pràndia dé passài e ripassài  fra  is moris eternus dé su Xelu? Ancora non sès’ arròxia, ancora ti praxidi a castiài cussus fundàlis? Sa fìda dé su pastòri assimbìllada a sa tua. Pèsada a chizzi, scorràzzada e spingidi su tallu in su sartu, bidèndu sempiri  aterus tallus, mitzas e pastùras; poi, fadiàu, candu scurìgada si pàsiada: non disìgiada atera cosa. Naramì, o luna, ita scopu tènidi sa fida dé su pastori e sa bosta po’ bosaterus!…”.

La base operativa del “Pastore” dell’epoca in riferimento, era rappresentata dalle vaste aree incolte sparse a macchia di leopardo su tutto il territorio comunale, aree sulle quali, con i mezzi disponibili all’epoca, risultava precluso lo svolgimento di un qualsiasi attività agricola. Ovviamente le aree incolte ricadenti all’interno delle aziende agricole di adeguate dimensioni, per la verità pochine, venivano sfruttate direttamente dallo stesso conduttore mediante l’assunzione di un salariato fisso con funzioni di “Pastore”, generalmente attraverso un rapporto di dipendenza o, alternativamente, di compartecipazione. Prescindendo dal rapporto di dipendenza rispetto al “Pastore Errante”, il “Pastore” salariato era agevolato da un maggiore accorpamento delle aree-pascolo e dalla disponibilità di prodotti di scarto dell’attività agricola aziendale utilizzabili dal bestiame. In sostanza su di lui ricadeva la sola responsabilità della gestione quotidiana del gregge.

Il “Pastore errante”, a differenza di quello salariato o compartecipante, nell’affannosa ricerca di aree pascolo acquisibili a titolo di affitto, mirava ad assicurarsi la disponibilità delle aree-pascolo disseminate a macchia di leopardo all’interno di un territorio molto più ampio, ancorché ben definito, che costituiva la classica “Carrera”, onde  evitare onerosi spostamenti del gregge che, alle diminuzioni di produzione lattea dovuto al maggiore impiego di energia da parte del bestiame , associavano il possibile danneggiamento delle colture agrarie praticate nelle lungo il percorso, per l’assenza di una viabilità adeguata e per l’inesistenza delle attuali recinzioni, all’epoca limitate a quelle naturali fatte di rovi o macchioni di lentischio.

“Sa carrera”, quale possibile ambito di azione del gregge, oltre che per le ovvie strategie di cui si è detto, doveva essere denunciata annualmente alla locale Compagnia Barracellare, specie agli effetti della contestazione di eventuali danni alle colture agrarie, causati durante i trasferimenti.

La contestazione del danno, accertato e valutato dai periti locali nel corso della settimana, avveniva di solito nella seduta domenicale durante una sorta di “Processo Verbale”, presente il segretario cassiere della Compagnia, nella quale il Capitano della Compagnia Barracellare contestava ai pastori “Carrerabis” il danno accertato alle colture agrarie per l’assunzione delle specifiche responsabilità, con conseguente obbligo d’indennizzo a favore dell’agricoltore danneggiato. Il processo verbale avveniva di solito in un ambiente surriscaldato, con scambi di accuse reciproche fra i “Carrerabis” presenti, ciascuno nel tentativo di scaricare ad altri le responsabilità, con un linguaggio a dir poco scurrile che andava spesso a coinvolgere addirittura il Capitano della Compagnia Barracellare, gli incolpevoli periti e persino lo stesso “Attuariu”. Al termine di ogni seduta, tuttavia, amici come prima!

La particolarità era costituita dal fatto che la valutazione del danno effettuata da periti empirici locali di grande esperienza e provata serietà professionale, avveniva attraverso la quantificazione del prodotto perso e se ne chiedeva la rifusione in natura. Raramente valutazione e refusione del danno avvenivano in moneta corrente, … proprio perché “corrente non lo era affatto”. Altrettanto succedeva nei contratti di affittanza tra proprietari terrieri e pastori, dove il canone annuo veniva fissato in chilogrammi di formaggio per starello (are 40) di terra, a seconda della bontà del pascolo. Il formaggio destinato alla refusione del cannone suddetto, era in genere quello prodotto nell’ultima fase di lattazione durante il periodo estivo, di gusto gradevolissimo ma di difficile conservazione poiché condizionato da fattori climatici e ambientali che originavano fermentazioni anomale, tali da deprezzarne la qualità.  È questo il periodo in cui ha origine il “formaggio marcio”, frutto di fermentazioni anomale originate dalle larve della nota mosca casearia, la “Piophila casei”, prodotto di cui è vietata la commercializzazione in quanto in contrasto con le norme igienico sanitarie fissate a livello comunitario, pur tuttavia ricercatissimo in Sardegna.

La produzione lattea del gregge condotto dal “pastore errante” erano assai limitate per via delle risorse energetiche impiegate dal bestiame nel suo costante spaziare all’interno delle vaste aree-pascolo o durante gli spostamenti fra le varie aree. Tuttavia, spaziando nella vasta area pascolo, la pecora andava alla ricerca delle essenze spontanee più appetitose che costituivano la cotica erbacea, quali: trifoglio subterraneo, festuca arundinacea, sulla spontanea, dactylis e altre. Ciò, se da un lato causava il progressivo degrado dei pascoli permanenti, dall’altro garantiva un’alta resa alla caseificazione (5 litri di latte per chilogrammo di formaggio prodotto, rispetto ai 7 attuali) e un prodotto finale di qualità eccellente, purtroppo sbiadito ricordo del passato che ormai sono in pochi a ricordare.

Le note competizioni imposte dal mercato globale, hanno portato alla massimizzazione dei fattori della produzione a discapito della qualità. Peraltro, poiché di questi tempi anteporre il giudizio di convenienza economica a qualunque scelta imprenditoriale costituisce imprescindibile esigenza, assistiamo impotenti al progressivo degrado dei nostri territori, senza intravvedere all’orizzonte la figura di un nuovo “Pastore Errante” capace di utilizzare le risorse disponibili nel rigoroso rispetto delle vigenti norme comunitarie in tema di salute e benessere degli animali.

In proposito Jocelyne Porcher, ricercatrice presso l’Istituto nazionale della ricerca agronomica (Inra) in Francia, ci invita «a sognare un mondo retto dalla “politica della civiltà”, nel quale bisognerà ripensare un’altra vita di lavoro con gli animali, perché vivere con loro è ancora possibile e perché senza di loro non saremmo più umani, ricordando però che “per continuare a vivere con le bestie, occorre cambiare le fondamenta del mondo”».

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