STORIA DI CASA NOSTRA

Collinas-Forru, rapporti di lavoro subordinato nell’agricoltura d’altri tempi

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di Francesco Diana

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Agli inizi del secolo scorso, il lavoro subordinato era incentrato su una contrattazione verbale fra “Su Mesaiu mannu” o “Su Meri” e il contadino privo di terra o con pochissima terra.  I termini contrattuali erano così chiari che nessuna delle parti sentiva l’esigenza di ricorrere alla sottoscrizione formale degli accordi, poiché la “Parola” assumeva ampio valore a tutti gli effetti di legge.
Usufruendo degli studi compiuti dal Prof. Giulio Angioni, già docente di Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Cagliari, e pubblicati nel libro dal titolo “Sa laurera – Il lavoro contadino in Sardegna”, oltre che in conformità a numerose testimonianze raccolte in abito locale, cercheremo di descrivere i rapporti di lavoro subordinato in agricoltura, testimonianza di un passato sufficientemente remoto.
I rapporti di lavoro subordinato erano classificati in tre categorie: contratti annuali, contratti stagionali e contratti giornalieri.

RAPPORTI DI CONTRATTO ANNUALE

La scala gerarchica aziendale di quei tempi era costituita, in ordine decrescente, dalle seguenti figure professionali: “Su Srebidori” – “Su Sotzu” – “S’omini mannu” – “Su mes’omini” – “Su boinarxiu” e “Su boinarxeddu”, con differenziazioni zonali che non contemplavano le figure intermedie di “S’omini mannu” e “Su mes’omini”.

SU SREBIDORI

La specifica mansione del suddetto dipendente era quella della gestione del bestiame da lavoro e dell’esecuzione di tutti i lavori di campagna o nell’aia, di sua specifica pertinenza.
Il contratto annuale fra “Su Meri” e “Su Srebidori”, decorreva in genere dal primo settembre, anche se a Collinas il contratto partiva dal sedici agosto, data dei festeggiamenti in onore di San Rocco.
Il buon fine degli accordi contrattuali si conseguiva col reciproco impegno al rispetto delle clausole consolidate nel tempo, previa valutazione delle capacità professionali del futuro “Srebidori”, delle sue condizioni fisiche, delle sue doti morali e comportamentali specie nei riguardi del “Su Meri” e degli altri collaboratori. Dal canto suo “Su Srebidori, oltre a valutare attentamente le doti morali del suo futuro datore di lavoro, specie nei rapporti umani col dipendente, teneva  conto, in modo particolare, delle caratteristiche e della potenzialità produttiva dei terreni che costituivano l’azienda, ben sapendo che una consistente fetta della sua remunerazione, sarebbe derivata dai frutti derivanti dalla quota relativa a “su trigu aràu”, clausola importantissima del contratto verbale.

Il compenso annuale di “Su Srebidori”, per consuetudine consolidata nel tempo, era, infatti, così costituito:

  1. a) 15 starelli di grano per il suo sostentamento;
  2. b) 20 litri di fave e 20 di avena;
  3. c) 2 carri di legna;
  4. d) dai frutti di una parte prestabilita del grano seminato in azienda: in genere da 3 a 5 starelli di “trigu aràu”. Tale compenso era concesso anche agli altri lavoratori annuali, ma in misura scalare decrescente in relazione alla scala gerarchica del personale aziendale(Srebidori-Sotzu-Omini mannu-Mes’omimi-Boinarxiu-Bpinarxeddu.
  5. e) un compenso in denaro, che nel tempo ha subito variazioni da £ 200 a £ 475.

Tutti i compensi erano percepiti alla fine dell’anno, anche se non era preclusa la possibilità di beneficiare di acconti nel corso dell’anno. Alla chiusura dei conti, alla fine dell’anno, “Su Srebidori” era tenuto a rimborsare eventuali danni da lui arrecati ai mezzi o alle colture.

In tempi più remoti, risalenti agli albori del XVIII secolo, “Su Meri” assicurava vitto e alloggio ai propri dipendenti, ma non erogava i previsti 15 starelli di grano per il loro mantenimento. Successivamente si limitava ad assicurare l’approvvigionamento dei pasti consumati in campagna (pane-formaggio-piricciolu), specialmente durante il periodo della mietitura.

SU SOTZU

Era il dipendente che per età e per esperienza professionale rappresentava una sorta di coordinatore di tutte le attività aziendali. Lui impartiva in genere gli ordini e a lui erano affidate tutte le mansioni più delicate quali, ad esempio, la tracciatura dei primi solchi che regolavano poi tutto il sistema di aratura di ciascun campo, la semina, la sistemazione idraulica dei campi dopo la semina ecc.

Solo a lui, qualora sposato, era concessa la possibilità di passare in famiglia la notte fra il sabato e la domenica. Tutti gli altri giorni, come il restante personale, era tenuto a dormire a casa del padrone, spesso in angusti locali, con le classiche stuoie al posto dei letti.

S’OMINI MANNU (Bastanti mannu)

Era il classico “Vice Sotzu”; nella scala gerarchica aziendale veniva subito dopo di lui e faceva dell’esperienza la sua principale virtù. Lo sostituiva in caso di assenza in tutte le sue mansioni specifiche dell’ambito aziendale.

SU MES’OMINI (Bastanteddu)

Era una figura abbastanza simile alla precedente, ma un gradino più sotto nella scala gerarchica aziendale. Svolgeva le medesime funzioni di “S’omini mannu”, ma sottostava alle direttive di quest’ultimo.

SU BOINARGIU

In genere un giovane intorno ai diciotto anni,  era colui al quale veniva affidata la competenza del bestiame da lavoro e svolgeva, in particolare, la funzione di “carradori”. Essendo la penultima figura nella scala gerarchica aziendale, era il dipendente che finiva per lavorare più di tutti gli altri giacché soggetto ai comandi della superiore gerarchia.

SU BOINARXEDDU

ultimo gradino della scala gerarchica aziendale,  era in genere un adolescente, di età compresa fra i dodici e i diciassette anni, al quale era assegnato il compito di portare al pascolo o all’abbeveraggio il bestiame da lavoro.

RAPPORTI DI CONTRATTO STAGIONALI

Fra questi, i più importanti erano “Su castiadori”, “Su messadori” e “Sa spigadrixi”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SU CASTIADORI

Avevano il compito di vigilare sulle colture intensive (orti), sulle colture arboree (vigneti, frutteti in genere) e sulle aie. Per le prime due tipologie di vigilanza, il rapporto aveva in genere inizio a metà del mese di luglio e si concludeva, dopo le operazioni di vendemmia, a metà del mese di ottobre. La vigilanza sulle aie, invece, aveva inizio ai primi di giugno e si protraeva fino a tutto il mese di agosto.
“Su Castiadori”, in entrambi i casi, doveva dimorare giorno e notte in campagna o in prossimità delle aie ubicate alla periferia del paese, all’interno di un rifugio temporaneo: “sa barracca dé su castiadori”, realizzato con un’intelaiatura di tronchi ricoperta di sterpaglie varie o erbe secche.
Il guardiano delle colture arboree, dei vigneti e degli orti, percepiva in genere un compenso in natura da parte dei proprietari, in ragione dell’estensione delle varie colture sottoposte a vigilanza.
Il guardiano delle aie, invece, che aiutava anche durante tutte le fasi di lavorazione che si susseguivano nelle aie (“trebadura”, “bentuadura” e “incungia”), non sottoscriveva alcun contratto e percepiva un compenso in natura legato alla generosità dei diversi proprietari , anche e soprattutto in rapporto alla quantità di granaglie custodite nell’aia e all’entità della collaborazione esercitata dal vigilante durante le varie fasi di lavorazione. Tale ricompensa prendeva il nome di “Nautzu” o “Naunzu”, termine attribuito anche alle donazioni in natura effettuate in occasione delle questue svolte per le festività religiose.

SU MESSADORI

Anticamente i mietitori venivano assunti in conformità a un contratto noto come “ a scaràda”, in ragione del quale veniva riconosciuto agli “Scaràderis” un compenso in grano pari a quello seminato. Tale compenso veniva ripartito in parti uguali fra i suddetti contrattisti, dedotte le quote spettanti ai mietitori appartenenti al nucleo familiare del proprietario o agli altri ,  già retribuiti in altra forma. Nelle annate più favorevoli , a “Su scaraderi” veniva assegnato un compenso supplementare, pari a uno starello di grano per ogni otto starelli di grano seminato, quale premio per tutti i lavori compiuti nell’aia. Lo stesso aveva diritto ad avere una “Spigolatrice” (in genere fidanzata, moglie o sorella).
“Su scaraderi”, infine, dovendo pernottare in campagna per settimane intere, aveva diritto al vitto completo, con pane, companatico e vino buono.
Solo in tempi più recenti il mietitore preferì essere ingaggiato come giornaliero e remunerato come tale, pur mantenendo sempre il diritto di avere “La spigolatrice”.

SA SPIGADRISCI

Era in genere la fidanzata, la moglie o la sorella di “Su messadori” che seguiva quest’ultimo nel suo lavoro di mietitore, raccogliendo le spighe che, spesso volutamente, cadevano dalle sue mani durante l’operazione di “alliongiadùra”. Quando la spigolatrice non apparteneva a una delle tre categorie citate poiché estranea, era tenuta a ricompensare il mietitore con una “quarra” (20 litri) di grano.

RAPPORTI DI CONTRATTO GIORNALIERO

Col trascorrere degli anni si diffondeva sempre più il rapporto di lavoro giornaliero, pagato in moneta una volta la settimana, generalmente la domenica mattina. Tra questa tipologia di lavoro, spiccava in genere la figura del “Giorronaderi assienti”, di colui che in genere lavorava costantemente alle dipendenze della stessa famiglia per tutto l’anno, godendo della fiducia incondizionata del Padrone. Il trattamento economico di questi lavoratori, potendo contare sul lavoro sicuro in qualità di privilegiati, era leggermente inferiore a quello riservato agli altri lavoratori avventizi, in virtù del fatto che, questi, restavano per lungo tempo disoccupati.
La giornata di lavoro dei “Giorronaderis”, “assientis” o avventizi, cominciava all’alba e finiva al tramonto, compreso il tempo necessario a raggiungere il posto di lavoro e rientrare, generalmente molto distante dal centro abitato.
A conclusione delle dissertazioni riguardanti i rapporti di lavoro in agricoltura, non poteva mancare una citazione a “S’aggiùdu torràu”, in auge ancora oggi, che costituiva uno scambio di lavoro tra “Messaieddus” e “Giorronaderis” privi di terra: i primi, possedendo bestiame da lavoro con relativi attrezzi, curavano la realizzazione degli interventi di competenza, ricevendo in cambio dai secondi prestazioni di lavoro manuale in determinati periodi (semina, raccolto ecc).
Tutte queste figure, a causa della nota crisi del settore agricolo, sono confluite in una sorta di “serbatoio di forze di lavoro generiche” a disposizione per il settore industriale, prima, e a carico del Welfare, poi.

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