STORIA DI CASA NOSTRA

Collinas-Forru: “Sa posta anni 50”, servizio pubblico e occasione di socializzazione d’altri tempi

Collinas, ingresso ufficio postale, foto 1940
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di Francesco Diana

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A Collinas, fra le tante, una delle opportunità d’incontro della “Collinas bene”intorno agli anni 50’, era il momento del quotidiano smistamento della posta in arrivo presso il locale ufficio postale. A stimolare la partecipazione delle ragazze dell’epoca, contribuiva anche opportunità di conoscere qualche avvenente “fattorino” della SITA che giornalmente trasportava i sacchi della posta dalla fermata dell’autobus all’ufficio postale. All’ora del previsto arrivo da Cagliari della corriera- linea Cagliari-Mogoro-Morgongiori, spesso anche con molto anticipo, avveniva uno spontaneo assembramento di persone dall’altra parte dello sportello, il cui obiettivo non era tanto rappresentato dall’aspettativa di eventuale posta, quanto quello di fare un’allegra chiacchierata fra amici, condita spesso da qualche maliziosa valutazione per una serena e distensiva risata collettiva. L’eterogeneità del gruppo era tale da comprendere il Parroco pro tempore e qualcuno dei tanti seminaristi dell’epoca, il Segretario comunale, il Collocatore comunale, qualche insegnante della locale scuola elementare, diversi studenti delle scuole superiori, e tante avvenenti ragazze in età da marito. All’eterogeneità del gruppo spontaneo, ovviamente, corrispondeva una varietà di argomenti che, fra il serio e il faceto, portavano a manifestazioni d’ilarità collettiva. Il tutto, in attesa del citato fattorino, con la partecipazione attiva anche del responsabile dell’ufficio postale e del vice

Il gruppo spontaneo si scioglieva quotidianamente solo dopo lo smistamento della posta, fissandosi tacito appuntamento per il giorno successivo.

Chi, nella circostanza, aveva poca voglia di scherzare era il postino di Villanovaforru, “Tziu Ludi Pilloni”, amabilissima e cordiale persona, che quotidianamente raggiungeva a piedi l’ufficio di Collinas per ritirare la posta e poi recapitarla ai destinatari del suo paese.

Aveva poca voglia di scherzare anche mia madre la mattina successiva quando, intorno alle 6/6,30, suonava all’uscio il solito fattorino della SITA (poi SATAS e quindi ARST), linea Morgongiori-Mogoro-Cagliari, per il ritiro della posta in partenza.

Terrorizzante, per mia madre, era, in caso d’improvvisa ispezione, far capire agli ospiti abitudinari della quotidiana “ora-posta” la presenza dell’Ispettore, che imponeva l’assunzione dei necessari atteggiamenti di circostanza! Ci provava con un insolito linguaggio, mimando situazioni di emergenza o chiedendo a qualche scaltro utente la cortesia di trasmettere un messaggio in codice al destinatario immaginario. Il tutto riservando massima attenzione alle ripetute richieste di precisazioni da parte dell’Ispettore stesso e con l’orecchio sempre teso al ticchettio del telegrafo, onde attivare il sistema di registrazione su nastro di eventuali telegrammi in arrivo, espressi attraverso l’alfabeto morse, per essere poi decifrati in lingua italiana e consegnati ai rispettivi destinatari.

Assai caratteristici erano all’epoca i momenti riguardanti il pagamento delle pensioni! Basti pensare che la stragrande maggioranza dei pensionati dell’epoca era rappresentata da analfabeti i quali, apponendo il segno croce in calce alla relativa quietanza, dovevano ricorrere all’ausilio dei classici due testimoni.

Per questi motivi il giorno destinato al pagamento delle pensioni si veniva a creare il solito crocchio di “letterati” ai quali, prima o poi, qualcuno avrebbe chiesto: «mi fàisi sa caridàdi dè una firmiscedda?».

La consuetudine di apporre la propria firma a convalida del segno croce dell’analfabeta, era cosi naturale e diffusa, che nessuno si preoccupava di conoscere i contenuti dell’attestazione che andava a convalidare con la propria firma, assumendosi incoscientemente recondite responsabilità.

La “caridadi dè sa firmicèdda” veniva in genere compensata e formalizzata col ringraziamento: «Déus ti pàghidi dé sa caridàdi», cui seguiva l’immancabile risposta «Dèus si pàgada a tòttus». In molti casi il teste veniva compensato con gli spiccioli ricevuti allo sportello, oppure invitato a bere nella vicina bettola di “Tziu Peppinu Pilloni” il classico “quartino di vino con la gassosa”, raramente l’aranciata e ancor meno la birra.

I testimoni disponibili in occasione del pagamento delle pensioni, che miravano a essere compensati con gli spiccioli o, in alternativa, a essere invitati a bere il quartino, facevano di solito capolino in prossimità dell’ufficio postale nelle date prestabilite.

Le banconote necessarie per il pagamento delle pensioni viaggiavano sempre tramite il solito vettore SITA Cagliari-Mogoro-Morgongiori, per essere recapitate all’Ufficio Postale in sacchi distinti recanti l’indicazione: “contenuto speciale”, tramite il solito fattorino.

Il sistema, confrontato con le precauzioni attuali dettate da ragioni di sicurezza, fa sicuramente sorridere, anche se, nelle aree notoriamente a rischio rapina, era in funzione il “servizio PAC” affidato all’Arma dei Carabinieri. Tale servizio prevedeva che la stazione dei carabinieri comunicasse via radio a quella sita nel paese successivo lungo il percorso prestabilito, l’avvenuta partenza dell’autocorriera Essendo noto il tempo necessario per percorrere in condizioni di normalità la distanza che separava il paese di partenza da quello di arrivo, un eventuale ritardo faceva immediatamente scattare l’allarme. Nella circostanza, una pattuglia motorizzata andava immediatamente incontro lungo il previsto percorso, per verificare i motivi del ritardo e scongiurare, eventualmente, il pericolo di rapine, specie in epoca di pagamento delle pensioni. Nella stragrande maggioranza dei casi, fortunatamente, i ritardi accertati derivavano da situazioni di emergenza derivanti da guasti meccanici o dalla necessità di dover sostituire pneumatici forati a causa del fondo stradale sconnesso.

Un altro degli aspetti caratteristici riguardanti funzioni proprie e improprie dell’ufficio postale, sempre in relazione all’alto grado di analfabetismo delle persone anziane, riguardava il supporto che spesso dovevano garantire in favore di questi ultimi, destinatari di lettere inviate dai propri figli impegnati nel servizio militare o emigrati all’estero.

Molto spesso veniva chiesto all’impiegato postale di leggere i contenuti della lettera inviata dal congiunto, o addirittura «sa caridàdi» di rispondere in relazione alle sue indicazioni con “Cartolina Postale”! La medesima cortesia veniva richiesta in genere per la compilazione delle cartoline di ritorno riguardanti Raccomandate A.R. o per l’invio di vaglia postali e simili.

Collinas – Forru

Infine, dopo cena, avveniva la chiusura della contabilità giornaliera e la predisposizione dei pacchi-posta da consegnare al solito fattorino la mattina successiva. La predisposizione della posta in partenza era preceduta dall’operazione di timbratura per l’annullamento dei francobolli apposti e la loro corrispondenza con i valori prestabiliti. In molti casi, conoscendo il mittente, si provvedeva a integrare direttamente l’affrancatura insufficiente di tasca propria, onde impedire che la posta giungesse tassata al destinatario, specie se destinata a ufficio pubblico che, in casi simili, la rifiutava. Al mittente veniva notificato il fatto nei giorni successivi che, grato, provvedeva al rimborso. La corrispondenza normale era inserita all’interno di appositi sacchi, mentre la corrispondenza speciale, opportunamente confezionata in pacchi sigillati con la ceralacca, era inserita all’interno di appositi pacchi. Importante ricordare che la ceralacca, all’epoca non facilmente reperibile sul mercato zonale e, comunque, con oneri gravanti sul titolare dell’ufficio, veniva recuperata dalla documentazione speciale in arrivo, fusa in apposito recipiente e opportunamente riciclata.

Questi e tanti altri gli adempimenti propri degli uffici postali all’epoca di riferimento, con particolare riferimento alla fattiva collaborazione con l’utenza in relazione al generale grado d’istruzione della stessa.

Altrettanto si presume accada oggi, ma sicuramente, per effetto dell’informatizzazione dei servizi, gran parte dell’utenza si troverà costretta, costretta a far ricorso alla proverbiale gentilezza dell’operatore di turno o, come per le pensioni dell’epoca, chiedere «sa caridàdi» a chi tecnologicamente più dotato.

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