RUBRICA STORIA DI CASA NOSTRA

Collinas-Forru, “Su Quintilliu”, ovvero la trasgressione della domenica pomeriggio

Carte sarde da gioco, dall’alto: orus, bastus, cuppas, spadas
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di Francesco Diana
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In queste giornate d’isolamento forzato imposto dalle norme anti Covid, nel corso delle quali lettura, cruciverba, rebus e quant’altro, intercalano la visione dei programmi televisivi di diversa natura, la mente dell’anziano trova spesso conforto rifugiandosi nei ricordi del passato.

Spesso sono i ricordi di una vita vissuta con semplicità, quando le ristrettezze economiche comuni ai più, stimolavano l’ingegno di ciascuno nel ricercare momenti di svago e di socializzazione a costi accessibili, capaci di ritemprare le forze spese nel corso di una settimana di duro lavoro.

Fra i tanti, se si escludono i rituali pellegrinaggi alle cantine per onorare “su binu drici dè Forru”, secondo le consuetudini e con le risultanze magnificamente descritte da Gabriele D’Annunzio in occasione del suo giro in Sardegna in compagnia di Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, per onorare il “Nepente” di Oliena, era consuetudine prevalente riunirsi in uno dei tre Bar del paese, per la consueta partita a carte fino al rintocco dell’“Ave Maria” serale. L’appuntamento domenicale prendeva il via subito dopo pranzo, con la formazione di gruppetti spontanei in prossimità dei Bar, in attesa che il gestore ne aprisse l’accesso nel rispetto delle norme in vigore. Appena all’interno del Bar, si formavano i gruppi di gioco composti di cinque elementi ciascuno per l’esecuzione del classico “Quintigliu”. Gli elementi in soprannumero, in attesa dell’arrivo di altri potenziali giocatori che consentissero di costituire il classico quintetto della Domenica, andavano a integrare la platea degli spettatori abitudinari, o si dilettavano con i classici “Terzigliu” o “Quartigliu”.

Quando nel corso della serata non si riusciva a costituire altri quintetti da gioco, i giocatori in soprannumero andavano a integrare singolarmente i quintetti in gioco, formando gruppi da sei giocatori dove il “cartaro” di turno risultava momentaneamente escluso dal gioco.

Le carte da gioco usate, solitamente sarde o napoletane, erano in mazzi da quaranta, con dieci carte per ognuno dei quattro “semi”: “Cupas” (Coppe), “Orus” (Denari), “Bastus” (Bastoni), “Spadas” (Spade). Le preferenze dei giocatori più anziani ricadevano sulle carte sarde, i cui nomi risultano di chiara provenienza spagnola, come ad esempio “Sa Pisuta” o “Sa Suta” (in spagnolo “Sota”) o “Bastus” (in spagnolo “Bastos”).

Ovviamente il gestore dal bar andava ricompensato con almeno una consumazione ed eventualmente con l’offerta di “Su grillu”, ossia una sorta di contribuzione volontaria di entità libera fra i convenuti, quale contributo per i consumi di energia elettrica e per il reintegro dei mazzi di carte deteriorate con l’uso. In tempi remoti la consumazione era costituita dall’immancabile “vino con gassosa”, passata poi al “chinotto con gassosa” e alla “birra”, semplice o con gassosa in tempi più recenti. Solo negli ultimi anni si era arrivati alla consumazione libera fra i partecipanti. Ovviamente c’era chi faceva diverse consumazioni nel corso della lunga serata, con ampia soddisfazione del gestore e chi, invece, sorseggiava ripetutamente l’unica bibita ordinata all’inizio della serata!

La trasgressione consisteva nel fatto che la posta in gioco era costituita da “moneta contante”, cosa vietata dalle vigenti disposizioni di legge. La “Bisca domenicale dei poveri”, prevedeva inizialmente poste minime di cinque lire, maggiorate a dieci in caso di “Cappotto” o “Solledadi”, passate poi rispettivamente a cinquanta e cento, per finire con dieci e venti centesimi con l’evento dell’Euro. A tal proposito fa sorridere la consuetudine consolidata di continuare a operare per qualche tempo con la lira, anche dopo l’evento dell’Euro. Le preoccupazioni del gestore e dei convenuti in caso d’improvvisa quanto improbabile irruzione da parte delle forze dell’ordine, avevano consentito di mettere a punto una strategia di circostanza, secondo la quale le monete eventualmente presenti sul tavolo da gioco, costituivano le penali versate da ciascuno per il pagamento delle consumazioni effettuate. Una sorta di peccato veniale, auspicabile quindi di perdono!

Il gioco del “Quintiglio” è passato progressivamente da una forma prettamente scientifica, anche attraverso l’adozione di sofisticati atteggiamenti di coppia, a una forma quasi parlata, integrata da vistosi e spesso rumorosi segni comuni supportati da locuzioni del tipo: “Strisciu”, “Bussu”, “Chi nò siada sòu” e quant’altro, che consentivano anche al più sprovveduto dei giocatori in campo, di conoscere le carte in mano al compagno, oltre che dagli avversari. Tuttavia non mancavano gli errori grossolani, di volta in volta sottolineati dai rimbrotti del compagno di turno e dai commenti ironici da parte degli osservatori esterni

Le norme del gioco prevedevano che “il cartaro” distribuisse otto carte a ciascun giocatore, una per volta in senso orario. Il giocatore di prima mano, in possesso di due sole “figure”, poteva annullare il giro e diventare il “cartaro” per il successivo; ciò anche in caso di possesso di una sola figura da parte di uno qualsiasi dei giocatori. Analogamente, avendo in mano un solo tre non aveva prioritariamente l’obbligo di “domandare” e poteva passare la mano, sperando che tale obbligo gravasse sui possessori di almeno due tre. Se ciò non succedeva, la mano tornava a lui e, in quel caso era costretto a “domandare” anche con un solo tre, diventando “conch’è sedda” e trascinando nello sconforto il proprio compagno per effetto di una provabilissima sconfitta.

Uno degli aspetti positivi del giocatore di prima mano era costituito dalla possibilità di fare la tanto auspicata “Solledadi”, qualora in possesso di almeno sei carte dello stesso “seme” in logica sequenza, anche in assenza dell’asso, ma barattando un’altra carta a suo piacimento con un altro contendente. Nella maggior parte dei casi l’azzardo di chi effettuava questo tipo di gioco, risiedeva nella speranza che il reale possessore dell’asso mancante non possedesse più di uno dei restanti quattro semi dello stesso colore. La vittoria era certa se avesse racimolato almeno un asso e che le ultime due carte a lui rimaste per gli avversari, fossero “cartine” e non “figure”, conseguendo complessivamente diciotto punti. Col possesso di una “cartina” e una “figura”, l’esito finale era abbastanza incerto, mentre era sconfitta certa, nel caso in cui l’asso in mano dell’avversario fosse stato accompagnato da almeno altre due carte dello stesso seme.

Abbiamo inteso riportare, fra le tante, la suddetta norma, perché ci consente di descrivere quello che può definirsi il “Baro”più diffuso nel gioco delle carte, noto in lingua sarda col termine di “Annegài”! Ovviamente si trattava di una “innocente forma di barare” , compiuta spesso ai danni dei “New entries” , unicamente per generare ilarità in seno al gruppo oltre che fra gli osservatori esterni.

Il fatto avveniva di solito allorquando al “New entry” in un gruppo consolidato di amici, capitava di trovarsi in mano le carte per fare la classica “Solledàdi”, il cui esito positivo era condizionato dalla caduta dell’Asso per il fatto che, l’avversario difficilmente avrebbe avuto in mano l’asso ricercato, accompagnato da altre due carte dello stesso colore!

Di fatto capitava che alla prima mano del malcapitato solista, i restanti quattro compagni di gioco, dopo un fugace cenno maligno, facevano incrociare “con perfetta sincronia” la propria carta al centro del tavolo, impedendo al malcapitato “solista” d’individuarne la fonte. Il baro, di fronte alle timide contestazioni del solista, ammetteva candidamente di aver “avveràu, indicando una carta che in realtà era stata giocata da un altro il quale, “omertoso” confermava!

Ovviamente, al giro successivo, il gioco avveniva regolarmente con la mancata caduta dell’asso e la conseguente sonora sconfitta del “solista”.

Il malcapitato “new entry” avrebbe dovuto pagare “sa solledàdi”, ma una fragorosa risata collettiva lo sollevava immediatamente da tale obbligo!

Passatempi del passato, che il tempo ha cancellato per via dello spopolamento imposto dalla crisi economica, che ha portato alla progressiva chiusura di molti esercizi commerciali fra cui i Bar, sedi delle descritte “bische” domenicali.

Peraltro la persistente pandemia, se da un lato comprime ulteriormente la libertà e la psiche di ogni individuo con le sue desolanti manifestazioni, dall’altro non impedisce di cercare conforto nel ricordo di quei momenti di serena socializzazione e di innocente svago, che il tempo non potrà mai cancellare.

 

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