La Sardegna nel Cuore

“Con passo leggero” Marisa Sannia, la musica, la voce, la poesia

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Quarant’anni di risciacquatura di panni in Arno non sono bastati ad Angelo Mereu, presidente dell’ACST (Ass. Cult. Sardi Toscana) per cancellare del tutto l’accento di Orani, l’hanno dato a Firenze in prima battuta lo spettacolo che ci propone oggi, domenica 10 dicembre, Al Teatro Blu di Milano: “Con passo leggero” Marisa Sannia: la musica, la voce, la poesia. Della Sannia legge poche cose Giovanni Cervo (lui, l’accento di Carbonia l’ha annegato oramai nel mare magnum meneghino) presidente del circolo sardo milanese: “ Che giocava per le squadre di basket di Cagliari, lei di Iglesias anno 1947, e doveva essere brava se a diciott’anni la chiamarono in nazionale juniores per i campionati europei in Bulgaria, ma si imbatté nei “Principi”, uno di quei complessini musicali che fiorivano a Cagliari nella prima metà degli anni ’60 (ce la presentò la sorellina Carla, dice Roberto Casti, allora chitarra solista, e doveva avere un buon fiuto perché poi ingaggiò anche un certo Piero Marras: “che suonava bene il piano”, cfr. Marisa Putzolu sulla “Gazzetta del Medio Campidano, 22 aprile 2016). Ma fu il “Sanremo” del ’68 che la consacrò a livello nazionale, arrivò seconda con “Casa bianca” di Don Backy in coppia con Ornella Vanoni (e il disco dell’artista di Iglesias vendette mezzo milione di copie) e che fu anche colonna sonora dell’ ”Alfredo, Alfredo” di Pietro Germi, con il giovane Dustin Hofmann e Stefania Sandrelli. Poi altri dischi, un paio di film- musicali (in “Stasera mi butto” con lei c’è un esordiente che farà carriera: Giancarlo Giannini), persino fotoromanzi e pubblicità per la “Maggiora” (per far la vita bella basta una caramella).

Giacomo Serreli sul suo “Boghes e Sonos” ha bisogno di ben 5 pagine ( 149/153) per descrivere il suo percorso artistico-musicale: “…A seguire l’inatteso ritorno sulle scene e alla incisione discografica è così un poeta sardo Antioco Casula, meglio conosciuto come “Montanaru”.

La cantante iglesiente resta folgorata dai suoi versi al punto di sentire la voglia di cantarli per comunicare le emozioni provate nel leggerli. Nasce così nel dicembre del 1993, “Sa oghe de su entu e de su mare”, un Cd che raccoglie undici di queste poesie musicate da Marisa Sannia, che si avvale dell’aiuto dello scrittore Francesco Masala, degli arrangiamenti di Marco Piras dei Bertas…( pag.150). Marco Piras è stato molto generoso con noi (e anche Daniela Morozzi), dirà alla fine dello spettacolo Maria Grazia Campus che con Gianna Deidda sono le voci “sarde” del quintetto che si è esibito stasera, i musicisti toscani: Alice Chiari, al violoncello, Gianni Camilli, chitarra e Andrea Laschi alle percussioni, impeccabili. Ma debbo dirvi delle voci, che stasera in-cantano, recitando anche poesie di “Montanaru” e “Ciccittu” Masala e Maria Lai, di Federico Garcia Lorca (nel suo ultimo disco postumo la Sannia le avrebbe cantate), sono strumento possente per “majarzare” (vocabolario: Giovanni Spano), per incantare, ammaliare le persone che le odono, Maria Grazia e Gianna ne sono ben consapevoli e le hanno scientemente coltivate perché sanno che con le parole, le intonazioni, raccontando e cantando le storie del mondo di quel mondo può farsi un destino diverso, effimero solo in apparenza, sono le quinte del teatro che ognuno di noi si porta dentro, occhiali che colorano la nostra quotidianità. Le canzoni poi hanno poteri di sortilegio: ti afferrano per i capelli ( che non hai più) e ti gettano in stagioni che pensavi sotterrate da decenni, i ragazzi di oggi ascoltano Salmo, io sono venuto su con Sergio Endrigo e la Sannia. E quando sento le prime note del “Treno che viene dal sud”, che “Non porta soltanto Marie/con le labbra di corallo/ e gli occhi grandi così”, sono di nuovo, improvvisamente,  quel ventenne che con la Sannia cantava speranzoso: “E se qualcuno si innamorerà di me…” , e ancorpiù si rattrista risentendo che “Dal treno che viene dal sud/ discendono uomini cupi/ che hanno in tasca la speranza/ ma in cuore sentono che/ questa nuova questa bella società/ questa nuova grande società/ non si farà/ non si farà”. E ora che dal sud vengono coi barconi (con in tasca la speranza) e sbarcano in questa Italia neo-razzista la canzone ha sapore di profezia e mi commuove ancora di più. “Verrà il giorno che tu/ sarai fiero di me…” canta intanto Maria Grazia Campus e, con quel caschetto di capelli e la riga a sinistra pare proprio Marisa, ne evoca la voce cristallina, la poesia. Ma che cos’è la poesia, si chiede Gianna Deidda con le parole di Antioco Casula, desulese: “ It ‘est sa poesia? est sa luntana/ bell’immagine bida e no tocada./  Unu vanu disizu, una mirada/ unu raju de sole a sa ventana. / Unu sono improvisu de campana,/ sas armonias de una serenada./ Sa oghe penosa e disperada/ de su entu tirende a tramuntana/…sa oghe de su ‘entu e de su mare/”. Un improvviso suono di campana/ le armonie di una serenata/la voce sconsolata e disperata/ del vento che tira a tramontana/…la voce del vento e del mare. Subito dopo una ninna nanna sarda: “Ninna nanna a cantare/ a cantare a Flori mia// cand’Olaccio e Issiria/ dèn esser due zittades//cando in sos caldos istades/ cando in sos caldos istades//…in trigu si dèt boltare/ e den benner a messare// sas fadas cun falches de oro/ sas fadas cun falche de oro// tando dae custu coro/s’affettu sind’hat andare//s’affettu che ti tenia/ a ninnare ninnare/ a ninnare ninnia//. Le fate con le falci d’oro…solo allora da questo cuore l’amore potrà scappare.A ninnare ninnare, a ninnare ninnia.

Tocca a Gianna Deidda recitare la “Lettera della moglie dell’emigrato” di Francesco Masala (da “Poesias in duas limbas”, il Maestrale): “Est bennidu s’istiu. Dae ispigas de néula, in su cunzadu, est fioridu trigu de chigina: as semenadu in mare… È venuta l’estate. Dalle spighe di nebbia, nel tuo campo, è nato grano di cenere: hai seminato in mare… Caro, o caro, non so perché ti parlo, i miei pensieri nascono come erba, altri come le nuvole, altri come le spine. Dentro di te avevo fatto il nido, dentro di me avevi fatto il nido… Il cuore è giallo come una vigna dopo la vendemmia. E subito dopo, sempre da una una poesia di Masala: un canto a due: “Melagranada ruja”: Nd’est falada sa turre!/Nd’est falada sa domo!// ruja/ melagranada// t’an datu su coru/ a sos canes famidos// È caduta la torre! È caduta la casa!/ Rossa melagrana/ hanno dato il tuo cuore ai cani affamati. Ora è Maria Grazia Campus che canta “Chie so”: “Chie so, chie so, narami chie so, chie so… Deo so sa gherra, deo so sa paghe, so sirbone a fua, so disamistade… io sono la guerra, io sono la pace, il cinghiale in fuga,  l’inimicizia… Tue ses s’ispera, s’es sa lughe ‘e sa die, tu ses s’ammentu di sa vita chi fuet… il ricordo della vita che fugge”.

È la volta di Gianna Deidda a porre incanto alla platea con una lirica-prosa di Giulio Angioni intitolata: “Il mare”: come comincia a declamare, le luci si attenuano, la voce che è la sua squillante di sempre, si trasforma in modo alchemico in quella di un pastore, barbaricino: dall’alto dei suoi monti, con le sue capre, scorge lontano il mare e ne parla, affabulando banalità, con tono convinto, assertivo, stupido perfino e, più continua nel suo delirio d’ignorante saggezza più il testo si fa poetico, lirico, soffuso: “Il mare, io sto qui…lui… sta lì…non ci diamo fastidio. Mai dato fastidio, il mare, a uno come me, poco…ma sicuro. Acquaaa… che non serve, tanto che uno si arrabbia per lo spreco di salato. Ma non è troppa veramente l’acqua in mare! Io l’ho pensato già la prima volta che l’ho visto, avrò avuto tre anni e troppa voglia di vederlo! Mamma mia, quanta ce ne era…troppa acqua, un mondo d’acqua. Non ne vedo il senso, io. E lei? Serve, dice lei. A me, non è servita mai… Lo disegni su un foglio, e viene furi l’isola di Sardegna… piccolinaaa! Messa come in un fosso, e per confini…solo mare! Uno, si sente chiuso, a vedere le cose come vengono sul foglio. Isola, circondati dall’acqua, e non si scappa…Visto da qui è cosa che si perde, si confonde col cielo…”. A rasserenare gli spiriti: “Duas e Tres”: “…Però su rusignolu pianghet cun dolore a iscusi iscusi. E pianghet fintza su re, falàt una lagrima e duas e tres…”.

La rosa di carta, la”Rosa de papel” di Federico Garcia Lorca  è sulle labbra di Maria Grazia Campus: “Mi son persa molte volte dentro il mar, come mi perdo nel cuor di certi ragazzi…mi beso era una granada, profunda y abierta/ tu boca era rosa de papel.” E ancora Gianna Deidda ricama una poesia di Lorca: “Elegia del silenzio”, del luglio del 1920, il poeta osa rime che si inerpicano in significati che profumano di sogno: “Silenzio, dove porti il tuo cristallo appannato/ di risa, di parole e singhiozzi dell’albero?/ Come tergi, silenzio, la rugiada del canto/  e le macchie sonore che quei mari lontani/ lasciano sull’albore sereno del tuo manto? Chi ti sana le ferite…”. È lunga la poesia, invoca quasi la canzone che la Sannia aveva ripreso dal poeta andaluso e che le artiste di oggi ripropongono a ritmo di gitane: Il bimbo muto, che cerca la sua voce. (Ce l’aveva il re dei grilli) in una goccia d’acqua: “No la qiuero par hablar, no la quiero par ablar/ (non la voglio per parlare) me haré con ella un anillo/ che lleverà mi silenzio/ en su dedo pequenito (mi farò con essa un anello che porterà il mio silenzio sul dito mignolo). Come fanno i poeti a fare innamorare di sé donne e uomini? Così Lorca per Catalina Bàrcena (recita la Deidda): “ La tua voce è ombra di sogno./ Le tue parole sono nell’aria assonnata/ petali di rose bianche./ Ai tuoi capelli dorati, al tuo sguardo profondo/ alla tua voce velata e triste/ offro il mio manto andaluso!…”.

E arriva, immancabile, l’ora per “Casa Bianca”, che “mi rimane dentro il cuor con la mia gioventù…”. Ad accontentare il pubblico che vuole il “bis”, a voci spiegate: “La compagnia”, una canzone che Marisa Sannia incise nel ’69 (ne fecero “cover” Lucio Battisti e Vasco Rossi), e per “tris” una Anninnora (anninnora anninnora cuccu meu…) e una “Ave Maria” per sole voci tentata alla “come viene viene”. Prima di queste però c’era stata un’icantevole “Bellitta, Bellitta”: dammi la mano, bellina bellina, dami sa manu e torramila a dare, unu ‘estire t’apo e regalare, un vestito di seta blu… dami sa manu ca su dolore/ fuet che i ‘su entu, no at a torrare/ dami sa manu pro su ballu tundu/ sa limba nostra est su mundu…”. La lingua è il mondo.

Sergio Portas

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