Arbus Cultura L'intervista

Davide Piras e il suo romanzo “Totu pagat Pabedha”

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di Gianni Vacca

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Quali sono le motivazioni che lo hanno spinto a narrare le vicende del bandito Pabedha, un personaggio fortemente presente nell’ immaginario collettivo degli arburesi e per certi versi ancora piuttosto misterioso?

Lei ha utilizzato il sostantivo “personaggio” e l’aggettivo “misterioso”, centrando appieno il problema principale che vi è attorno alla figura del bandito Pabedha: è un “personaggio misterioso”. L’idea di scrivere un libro su di lui nacque dalla sensibilità e umanità del prof. Mariano Concas che, nella seconda metà degli anni novanta, chiese a mio padre una collaborazione per la stesura di un libro, con l’intento di andare oltre la maschera del bandito per guardare negli occhi l’uomo Raimondo Atzeni. Prof. Mariano non voleva porre in risalto il personaggio Pabedha, ma un essere umano realmente esistito, citato perfino da Giuseppe Tommasi nel suo volume “Brigata Sassari-Note di Guerra” del 1924, dove il futuro Pabedha viene descritto come un eroe del primo terribile conflitto bellico mondiale; un arburese insignito di medaglia al valore, distintosi in battaglia. Il Tommasi scrive: “…con la lotta corpo a corpo, in cui fra i più belli e i più forti fu il caporal maggiore Atzeni Raimondo di Arbus”. Quindi, molto probabilmente, “nel mezzo del cammin” della vita di Raimondo Atzeni doveva essere accaduto qualcosa. Qual è stata la sua “selva oscura”? Il Prof. Mariano era interessato a questo aspetto. Senza voler in alcun modo giustificare le azioni criminose del bandito, voleva riappropriarlo di quell’umanità surclassata dal “personaggio misterioso”. Da più di novant’anni ad Arbus si nomina Pabedha, ma pochi ricordano che si chiamasse Raimondo Atzeni.  Di quell’ipotetico libro non fu scritta neppure una parola, rinviando sempre il progetto a data da destinarsi e, purtroppo, prof. Mariano è venuto a mancare nel 2008. Nel 2013 mio padre scrisse degli articoli riguardanti alcuni personaggi arburesi; uno lo dedicò a Pabedha e fu molto apprezzato. A quel punto intervenni io, proponendomi non per scrivere una “fredda” biografia storica, irrealizzabile per via delle scarse fonti giunte fino a noi, ma per la stesura di un vero e proprio romanzo storico, che va letto tenendo ben presenti tutti gli elementi che compongono questo sottogenere di romanzo, affinché nessun lettore possa poi dire: “La storia di Pabedha in questo libro è sbagliata, perché diversa da quella che ho sentito io.” Sono stato spinto dalla passione per la scrittura e dal desiderio di dar corpo al progetto di prof. Mariano Concas, alla quale dedico il romanzo.

Una piccola curiosità: perché quell’”h” nel nomignolo Pabedha?

Questa “h” ha incuriosito molti, poiché si pensa che il nomignolo vada scritto con la doppia “d”. Questo sarebbe vero se si trattasse di un termine italiano, ma la grammatica italiana non è applicabile a quella sarda, proprio perché si tratta di due differenti lingue, come insegna il Prof. Mario Pudhu, esperto in lingua sarda, intervenuto alla presentazione del mio romanzo. Tutti i termini in sardo presenti in esso sono scritti secondo la grammatica del professore, autore di una imponente opera culturale, la “Grammatica de sa limba sarda” che ha scritto con passione e con rigore scientifico. In riferimento alla “h”, è logico affermare che a ogni fonema nel parlato, corrisponda un grafema nello scritto. Il diagramma “dh” distingue, in tutto il sardo, il suono cacuminale, ossia quello che si articola poggiando la parte anteriore della lingua alla volta del palato, diversamente dal suono dentale, che si articola quando la lingua vien fatta passare fra i denti, che va invece rappresentato nella scrittura con la doppia “d”. Il prof. Pudhu ribadisce che si debba scrivere in sardo con criterio preciso, altrimenti ognuno scrive come gli pare, ma rappresentando erroneamente nello scritto ciò che la lingua non dice.

Quali sono state le difficoltà incontrate e quanto tempo è durata la ricerca storica sul personaggio?
L’unica reale difficoltà, se così può essere definita, è dovuta proprio al fatto che Pabedha, come detto in precedenza, sia un “personaggio misterioso”. Le fonti storiche riguardanti la sua vita sono a dir poco scarse. Oltre alla già citata nota di Giuseppe Tommasi, noi conosciamo la sua data di nascita, il 27 aprile del 1880; sappiamo chi fosse la sua famiglia: il padre Celestino, la madre Severa Vacca, le sorelle Rosa, Anna e il fratello Luiso; conosciamo i suoi spostamenti in guerra, perché sappiamo i movimenti della Brigata Sassari di cui faceva parte; l’arresto avvenuto il 5 dicembre 1928, dopo circa tre anni di latitanza; la Grazia ottenuta nel 1969 dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e sappiamo la data del suo decesso, il 18 settembre di quello stesso anno. A questo punto, però, la situazione si complica. Del bandito Pabedha possiamo leggere alcuni articoli dell’Unione Sarda dell’epoca, che tuttavia non sono attendibili per ciò che concerne soprattutto l’aspetto umano. Questi ponevano in risalto l’abilità degli uomini dell’Arma ed esaltavano spudoratamente la grandezza dello Stato fascista, capace di mettere facilmente all’angolo i banditi come Pabedha e di consegnare alla giustizia i criminali descritti come “bestie”, codardi privi di una qualsiasi umanità e immeritevoli di alcun rispetto. Leggendoli oggi ci si rende immediatamente conto di quanto il tutto fosse forzato e non rispecchiasse una cronaca effettiva degli avvenimenti narrati. Abbiamo poi le innumerevoli tradizioni orali, spesso contrastanti fra loro, fortemente soggettive. La più importante e diretta è certamente quella che proviene dalle labbra di Anna Atzeni e che ha tramandato al nipote, Antonio Usai, che ha condiviso generosamente con me i racconti della nonna. La ricerca storica è quindi stata relativamente breve e io ho dovuto fare delle scelte in ambito narrativo per decidere cosa includere o scartare nel mio romanzo, affinché l’intreccio risultasse di mio gradimento, con l’utilizzo della prolessi nel prologo e dell’analessi (flashback per gli amanti del cinema) per quasi l’intera vicenda di Raimondo Atzeni, narrata da nonna Anna ad un Antonio bambino, nel 1961, trentatré anni dopo l’arresto di Pabedha.

Che messaggio ha voluto mandare ai lettori con questa sua prima opera?

Come si è già certamente compreso, il mio romanzo ha una finalità ben diversa e moralmente più elevata di quella puramente storica. Non è solamente una versione plausibilissima dei fatti, ma intende dare voce all’anima dell’uomo Raimondo e vuol mettere in risalto la sua lotta interiore col bandito Pabedha, un essere nato nelle trincee della “Grande” Guerra; in quella orrenda carneficina che distrugge la psiche umana, dove nella lotta corpo a corpo occorreva uccidere per non essere uccisi. Eccola la sua selva oscura! Dante l’inferno lo ha allegoricamente descritto con delle immagini; Raimondo Atzeni lo ha vissuto. Quel Pabedha nato lì ha mostrato il suo volto quando ha subito un torto inconcepibile: gli fu revocata la pensione per non essersi unito, da ex eroe di guerra, ai fasci di combattimento. Pabedha non dovrà essere sconfitto dallo Stato, ma da Raimondo Atzeni stesso, che dovrà trovare la via interiore per uscire da quella selva oscura, grazie anche all’amicizia con Predi Lampis. Il detto “Totu pagat Pabedha” anticipa il titolo del mio romanzo di almeno novant’anni. È da più di novant’anni che gli arburesi lo ripetono nel loro quotidiano. Ma in quali circostanze? Ogniqualvolta che tutti noi ci sentiamo ingiustamente accusati di un qualcosa, sia questa futile o importante e soprattutto riteniamo di essere sempre noi gli imputati! Oppure lo utilizziamo in difesa di terzi che riteniamo essere sempre puntualmente accusati, anche quando sono innocenti fino a prova contraria. All’interno di questo detto, quando lo stiamo citando, anche inconsapevolmente stiamo in parte difendendo la memoria di Pabedha. Con questo vogliamo in qualche modo affermare quanto non fosse giusto che a pagare fosse sempre lui. Vorrei che il libro fosse letto con gli occhi del coordinatore alla presentazione del libro, il bravissimo William Collu e con quelli del Prof. Franco Atzori, che ha esposto un’analisi oculata e precisa. Entrambi, nei loro differenti ruoli, hanno colto appieno il significato artistico e letterario del mio romanzo e spero che tutti possano comprenderlo. Ciò che maggiormente auspico, è che con questo libro si possa riconsegnare alla memoria collettiva non semplicemente il “personaggio Pabedha”, ma un essere umano: Raimondo Atzeni, che ha realmente vissuto ad Arbus in quegli anni descritti da mio padre nella prefazione del libro, un breve ma intenso saggio che fotografa in modo quasi poetico la vita che si conduceva ad Arbus in quei decenni. Vorrei che tutti i lettori andassero oltre la maschera del bandito per guardare negli occhi l’uomo Raimondo Atzeni, così come fece il Sig. Mariano Concas. Così come lui avrebbe voluto.

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