Cultura

Don Giusto Matzeu, impavido Cavaliere Gentiluomo di Collinas

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di Gianpiero Mura

La frase “Nemo propheta acceptus est in patria sua” potrebbe benissimo essere affibbiata a questo dimenticato figlio illustre di Forru, ove nacque il 9 maggio 1893. Figlio del nobile magistrato Don Antonio Maria Matzeu, dopo lungo peregrinare si trasferì a Milano, dove fu direttore scolastico e vi morì il 6 ottobre 1967.
Intrepido combattente nella prima guerra mondiale, si guadagnò due medaglie d’argento al V. M., tre di bronzo e due croci di guerra. Antifascista, prese parte alla guerra di liberazione in qualità di comandante partigiano assieme a tre dei suoi figli: Massimino, ufficiale di artiglieria e capitano partigiano della divisione San Primo; Giuseppe, ufficiale di fanteria e pure lui capitano partigiano della divisione San Primo. E l’altro, Mario, caduto a vent’anni combattendo per la libertà contro i nazisti.
Ma è anche per la sua attività di studioso e letterato di profonda cultura che andrebbe ricordato. Appassionato cultore del “divin poeta”, al punto di chiamare due dei suoi figli Dante e Beatrice, fu una singolare figura di raffinato poeta colto e letterato, nonché saggista e critico d’arte. In quest’ultima attività fu molto ricercato, soprattutto dai pittori contemporanei alla ricerca di una recensione per le loro opere. Personaggio istrionico, amava fregiarsi dei suoi titoli:  gr. uff. della Corona d’Italia e dell’Ordine di N. S. della Mercede, commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e Accademico colombiano.
Sebbene amasse la solitudine egli non si potrebbe definire un solitario schivo e introverso, bensì, per dirla con Italo Calvino, un “solitario che non sfuggiva la gente”(1). Anzi, seduceva il pubblico con la parola, come risulta dal resoconto di un allora giovane cronista d’eccezione: il futuro vescovo di Ozieri Mons. Giovanni Pisanu, in un suo articolo pubblicato sul numero 1-2 Gennaio-Febbraio 1955 di S’Ischiglia, la rivista fondata e diretta da Angelo Dettori, in occasione di una sua conferenza su “Dante e la Sardegna” tenutasi a Firenze il 21 gennaio 1955 nella Sala di Palazzo Antinori: “…Preparata e preceduta da inviti a stampa, inviati alle personalità di origine sarda e cittadine, ha raccolto attorno al fecondo oratore e poeta un pubblico veramente d’eccezione, che non ha avvertito affatto la stanchezza nell’ascoltare la dotta parola del conferenziere, nonostante egli si sia attardato a parlare con amore e competenza, intorno al tema impostogli, per circa due ore. Ha presentato il comm. Michele Campana, il quale, con intuito felice, prima di leggere i giudizi espressi da varie personalità, compreso il D’Annunzio, sull’opera del poeta Matzeu, ringrazia il pittore Gordigiani per la sua presenza, il poeta Giuseppe Satta…” E, più avanti prosegue: “Giusto Matzeu… con pochi tocchi magistrali, che rivelano immediatamente all’attento pubblico la mente e l’intelligenza dell’artista della parola veramente consumato, ha tessuto un panegirico di Firenze…  Con precisione di esegesi e di date si è poi addentrato nel vivo dell’argomento, facendo rivivere, davanti alla fantasia degli attenti ascoltatori, le figure dantesche di frate Gomita, di Michele Zanche di Logudoro e di Nino Visconti, Giudice di Gallura…”
Uomo tutto d’un pezzo, coerente sempre, egli non scese mai a compromessi con nessuno, tanto meno con la sua coscienza. Al proposito vale la pena di ricordare una sua frase tratta dal libro “Fiori Campestri”(2): “I sardi riflettono bene prima di parlare e quando hanno parlato non si pentono mai, e non chiedono mai perdono a nessuno di quello che fanno.”
Sebbene avesse speso la maggior parte della sua vita fuori dalla Sardegna, egli rimase sempre legato alla sua terra e fu un accanito difensore dell’identità dei Sardi, come risulta da queste sue parole tratte dal libro sopra citato: “Il giorno in cui spariranno totalmente i nostri costumi, saranno morte le nostre tradizioni, e i nostri riti saranno solo un ricordo, la Sardegna non sarà più Sardegna e la Barbagia non sarà più Barbagia… Lasciamo che la nuova civiltà penetri, che apporti la sua luce, ma non disperda le doti stupende che fanno di quel popolo uno dei primi del mondo: il presente non può, non deve uccidere il passato. Deve solo nobilitarlo.”
Dei suoi libri, ormai introvabili, sono da ricordare le raccolte di liriche “Io e tu”, “La fontana sulla rupe”, “Impressioni di Sardegna”, il poemetto “Anime barbaricine”, il racconto storico “L’ultimo Signore di Parte Montis” e “Fiori campestri”. A queste opere vanno aggiunte pubblicazioni artistiche e un saggio sul compaesano G. B. Tuveri, scritto utilizzando materiale inedito posseduto dalla sua famiglia (le lettere scritte dal Mazzini al Tuveri risalenti al periodo 1864-1871).

Tre liriche di Giustino Matzeu

NOSTALGIA

Casa lontana piena di mistero

e di ricordi; piccolo giardino

solitario, presso il rustico maniero,

eretto verso il mio monte vicino;

a voi corre fugace il mio pensiero,

in voi pare si compia il mio destino.

Ritorno: i primi passi, nel sentiero,

rifaccio come quand’ero bambino.

Or nessuno mi attende: eppure il canto,

fiorisce in quel silenzio abbandonato,

tra pianto antico e nuova nostalgia.

E mi par di vedere in ogni canto

sepolti, tutti i beni che ho sognato

nella ribelle giovinezza mia.

 

VENTO

Urla quest’oggi il vento:

è il grido disperato,

lo sconsolato accento,

del mondo desolato?

Piange quest’oggi il vento

tra i vetri, le porte,

ovunque; ascolto: sento

un brivido di morte.

Come ansar di pena,

un turbinar di pianto,

palpita in ogni vena.

E come un nuovo schianto

di antica nostalgia,

nell’anima fanciulla,

piega l’anima mia

tacita, verso il nulla.

 

BALLO SARDO

Trillan le note or tristi ed ora liete,

si perde nel ciel la monodia

antica, della mia terra natia,

suscitandomi in cuore ansie secrete.

È come una dolente melodia

di sogni morti, d’agognate mete

ormai vanite, d’altre età più liete,

Senza rimpianto, né malinconie.

 

(1)Italo Calvino, “Il Barone rampante”

(2)”Fiori Campestri”, C. Bellabarba Editore, San Severino Marche, 1934

(3)Tratte dal libro “Io e Tu”- Liriche, Editore Biancardi, Lodi, 1932

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