Cultura Spettacoli

“Donne dell’underground” ieri a Oristano per la rassegna del Cedac

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di Marcello Atzeni

Cats!
Marta Proietti  Orzella in “Donne dell’underground” (sua la drammaturgia e la regia), andato in scena ieri a Oristano (Auditorium dell’ Istituto Mossa) per la rassegna del Cedac, si presenta sul palco con una pelliccia che ricorda quella di Elaine Page nel musical del londinese Andrew Lloyd Webber, Cats, appunto.
In realtà, la Page è un opossum, l’attrice ghilarzese un ratto gigante. E i ratti o  zoccole o merdone, è notorio abitano l’underground cittadino.
Usando un altro flusso di parole che genera effluvi poco salutari, sguazza nelle fogne. L’attrice che si odora , interroga il pubblico: ma puzzo?  Elenca anche il suo menù , composto da cibo non più adatto agli umani.
La Proietti Orzella nel suo zampettare tra palco e platea, interrompe il suo monologo  quando entra  in scena Carla Orrù: una pescivendola. Appesantita e resa più pregnante dall’imbottitura: un cuscino amplifica a dismisura il deretano.
Tra le due nasce un conciliabolo. Viene fuori un mondo stralunato, un modo colorito (anche usando il campidanese) per esprimere quello che siamo. O che tutti dovremmo essere. Per certi versi, almeno: ridere di noi stessi e allo stesso tempo porci dei dubbi, sull’ineluttabilità dei fatti.
Come la morte, che appare nel secondo quadro dell’atto unico, ideato dalla ragazza dell’ alto oristanese.
Carla Orrù e Marta Proietti Orzella, vestite di nero, parlano e piangono, mica tanto, della dipartita di Maddalena.
Una loro amica, indecisa se seguire le sue tempeste ormonali che la spingono verso gli uomini o se invece finire in un convento.
In realtà, poi, accadranno  entrambe le cose: Maddalena è  vicina di letto della superiora.
E poi ci finisce. Si parla di sesso ma non in modo greve.
Vi è un registro agile, scattante, aiutato anche dalle musiche.
Underground: come la metropolitana di una grande città; come il film di Kusturica. Ma si sta meglio sopra o sotto il livello della strada?
A giudicare dalla parte finale della piéce, tutta a vantaggio di Carla Orrù, che parla molto di femminicidi, forse è meglio rimanere sotto. Ma questo è solo un lato dell’opera teatrale. La Proietti Orzella confeziona un prodotto leggero, nel senso buono del termine .Di leggerezza si ha bisogno, sempre e comunque.
Si parla di evoluzione dei costumi, del linguaggio, delle tendenze. Un turbinio dove tutto può essere discusso.
L’ambientazione si apre con le immagini sullo schermo di una grande città, quasi sicuramente Londra. E dalla metropoli si rimbalza, con le parole,  in via Garibaldi a Cagliari: all’Antico caffè oggi, al Caffè Genovese, ieri.
Siamo quel che mangiamo, siamo quel che pensiamo o siamo quel che facciamo?
Nel dubbio che ci rosica gli emisferi cerebrali, iniziamo a ridere.
Male che ci vada, faremmo la fine di Chaplin/ Calvero in “ Luci della ribalta”.
Che quando cadde  nel tamburo, sfondandolo, continuò a suonare e a scherzare.
Sino a pochi attimi dal trapasso.
La chiave di volta, presumibilmente è proprio questa.
Prenderci gioco di noi, nonostante tutto, fino alla fine.

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