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LETTERA APERTA

Due, tre o… quattro osservazioni

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di Sandro Renato Garau
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Caro Direttore

Spesso sul suo giornale si è parlato di bellezza presentando l’isola e i suoi spazi incontaminati.

Oggi riflettendo su alcuni aspetti problematici è facile farsi una domanda lapidaria: chi ha a cuore l’isola di Sardegna in riferimento ad almeno quattro questioni: quanto sta succedendo nei nostri mari e anche nei monti, la situazione sanitaria, la prevenzione dei disastri ambientali, la continuità territoriale.

Nei giorni scorsi c’è voluto Vittorio Sgarbi per attirare l’attenzione su quanto sta succedendo nei nostri monti e sulle nostre coste a proposito di eolico.

A dire il vero non solo lui ma anche alcuni amministratori che si sono opposti allo sfruttamento selvaggio del suolo e del vento che non ha nessun ritorno per le genti sarde e che deturpa l’ambiente.

Lui parla di bellezza ed è difficile dargli torto.

L’amara riflessione potrebbe essere che ai sardi la bellezza non interessi.

La storia insegna che nei secoli, pur avendo i nuraghi e una cultura consolidata si è stati dominati, dai romani, dai pisane, dagli aragonesi e i piemontesi e si sono subite invasioni anche saracene.

Ai duchi di casa Savoia che non avevano un regno è stato regalato anche il titolo di Re.

È difficile accettare che da sempre siamo stati servi.

Questo fatto non è triste, è tragico.

A chi attribuire questa situazione?

La bandiera della Sardegna la vediamo sventolare in ogni parte del mondo perché i sardi sono sparsi nel globo.

Quella bandiera rappresenta solo il fatto che si è nati in Sardegna.

Sui può pensare che basti?

Certo che no!

Se si volesse fare un volo, neanche pindarico, si può osservare che la utilizzano tutti i sardi: destra, sinistra, centro e se si dovesse ironizzare, anche i morti.

Ma quale identità?

Cosa pensano i sardi della loro isola?

L’assalto alle coste, e sono tante, e ai monti con le pale eoliche è un dato di fatto.

Se non si mette un limite a queste altro che la bellezza decantata nei dépliant e dallo stesso Vittorio Sgarbi.

Non si può neanche pensare a quanti vengono nell’isola, portano via e non lasciano niente.

Che abbia ragione il critico d’arte che di bellezza se ne intende?

Piscinsa (foto di Paolo Bianco)

Se si dovesse scendere terra terra e abbandonare il vento che è fondamentale agli uccelli e oggi ai profitti delle multinazionali che vogliono impiantare pale eoliche in terra e in mare, si potrebbe dire che lo stesso problema si pone per la vita quotidiana di migliaia di sardi che chiedono assistenza medica e non hanno neppure un medico dal quale farsi fare una prescrizione.

Questi però non volano, spesso sono bloccati a letto o non si curano perché non possono.

Esiste l’orgoglio dei sardi? Anzi cos’è l’orgoglio?

Se ci si rivolge alla politica, poi si può rimanere perfino senza parole.

Se, invece, si volessero citare altre situazioni di crisi, evitando quella del lavoro che spesso dipende dall’individuo e dalla sua intraprendenza, si potrebbe pensare alla condizione delle strade, alla manutenzione dei boschi e dei litorali. I disastri ambientali sono possibili grazie alla mancata manutenzione, all’incuria.

Curare costa più che prevenire dice il buonsenso.

Nessun esempio se non che se durante l’inverno per evitare l’influenza ci si copre, raggiungendo alcuni obiettivi: si evita di andare dal medico, in farmacia a di comprare i farmaci.

Costa meno tutto.

Quanti pensano che la prevenzione sia fondamentale?

Volere la prevenzione è d’obbligo, intraprendere azioni è fondamentale. Se si dovesse accennare alla continuità territoriale, quali le parole?

Costa meno andare dalla Sardegna verso una città della Francia, Inghilterra, Spagna che muoverci alla volta dei capoluoghi delle altre regioni italiane.

Lo sanno gli studenti fuori sede e quanti non sono potuti tornare in Sardegna a visitare i parenti o a trascorrere qualche giorno di vacanza perché i costi del viaggio sono proibitivi.

Sarebbe molto facile accusare qualcuno.

Ci si laverebbe la coscienza, scaricando su altri il problema che comunque non si risolverebbero. Si ha la sensazione che i sardi debbano amare con più intelligenza la loro isola, la loro cultura, e che debbano guardare anche oltre i loro confini.

Dovrebbero prendere consapevolezza che ciò che hanno è molto importante ma che trovare soluzioni ai loro problemi, per stare meglio tutti, è un obbligo.

La cultura sarda è fondamento, ma non basta.

Lo studio, le nuove conoscenze, il confronto con culture altre, con prassi sperimentate altrove, da adattare alle esigenze della gente dell’isola, in una sostenibilità da perseguire sono ossigeno anche per i sardi. Imitare non è una colpa.

Chiedere rispetto è obbligatorio.

Illuso chi pensa che siano sufficienti il mare, le coste selvagge, le spiagge da sogno, la bellezza dei monti, il cibo sempre curato e gustoso e gli straordinari costumi che incantano durante le manifestazioni e processioni.  È necessario ma non è sufficiente.

Non basta.

C’è molto di immateriale da pensare e costruire.

E allora?

Si dirà.

Un primo passo potrebbe essere che ci si guardi in faccia e che si affrontino i temi dello sviluppo dell’isola liberi da vincoli, senza troppi compromessi pensando che si ha coscienza di voler essere una regione che sa scegliere, che dialoga con le altre dell’Italia e che si dà da fare per fare.

Da sempre della fragilità hanno approfittato quelli che sono venuti a prendere, i furbacchioni con gli specchietti, utili solo a incantare le allodole.

La riflessione è incompleta, ingenua, limitata ad osservazioni generali, non documentata per scelta.

Non coinvolge le forze politiche che governano o stanno all’opposizione.

Essa vuole essere solo di buon senso.

Dai Sardegna, ce la farai se i sardi riusciranno a guardarsi in faccia e guardare lontano assieme.

RIPRODUZIONE RISERVATA
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