RUBRICA. PSICOLOGA

Educazione socioemotiva contro la violenza

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di Alice Bandino*

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Alice Bandino

Il recente fatto di cronaca italiana dell’uccisione di Willy Monteiro ha riportato l’attenzione sulla violenza nel nostro Paese. Per qualche tempo, sull’onda delle mobilitazioni guidate dal movimento attivista internazionale “Black lives matter”, ci si è concentrati sul fenomeno diffuso della violenza operata dalle forze dell’ordine americane nel gestire gli arresti di cittadini afroamericani, empatizzando con le famiglia delle vittime e protestando sui social lo sdegno contro il razzismo.
A Settembre l’uccisione di Willy (reo di essere intervenuto in soccorso di un’altra persona) e il successivo arresto di quattro italiani accusati per questo brutale omicidio, hanno ricordato a tutti come la violenza assurda e ingiustificata sia radicata non solo in territori lontani e soprattutto ha portato alla luce l’importanza della prevenzione della violenza sin da piccoli e in tutti gli ambienti, non solo nelle scuole o in famiglia, una prevenzione attuabile solo con un lavoro di rete capillare.
I quattro accusati avevano già dei precedenti per violenza, i due fratelli avevano investito un indiano che attraversava la strada per poi massacrarlo di botte, e sempre uno di loro nel 2018 aveva aggredito brutalmente un bengalese.
Nessuna giustificazione di “improvviso raptus causato dallo stress del Covid”, come argomentato da persone vicine agli accusati, ma il risultato nefasto di un’escalation di violenza ripetuta e continuativa di questi ragazzi: boxe estrema, risse, abuso di sostanze, vicinanza a frange di estrema destra e una concezione violenta e maschilista del possesso della donna son stati il mix esplosivo che hanno portato quattro persone a concludere la serata infierendo in modo disumano su Willy.
Nel 2020 assistiamo ancora a comportamenti degni dell’uomo primitivo dove la lotta per la sopravvivenza poteva, a quei tempi, giustificare la soppressione del più debole, ma l’evoluzione della specie avrebbe dovuto portare a tutt’altro risultato. Per fortuna l’adattamento ha fatto si che questi fatti di cronaca non siano all’ordine del giorno, sebbene basti fare un giro sui Social per leggere come spesso i conflitti vengano gestiti con la violenza verbale ma non sempre replicati nella realtà, perché è risaputo che dietro una tastiera il coraggio aumenta ma nella realtà i gradassi e i violenti fanno i conti con la Legge; per la precisione il movimento dell’ #odiareticosta ci ricorda che anche odiare sui Social porta conseguenze legali nella realtà, ma pare che non basti come deterrente.
Ecco che l’intelligenza emotiva e socio-emotiva si aggiunge agli altri strumenti di prevenzione, parlare di non violenza ai bambini e ai giovani in famiglia, a scuola, nello sport e negli altri ambienti di ritrovo giovanile (compresi i Social).
Come?
In prima istanza con l’esempio dei genitori, dicono i più, scaricando sulle famiglie la responsabilità educativa; a scuola dicono altri, senza pensare forse ai preoccupanti dati dell’abbandono scolastico; lo sport aggiunge qualcuno, escludendo quindi tutti i minori che non fanno attività sportiva; la “Chiesa” azzarda qualcuno, senza valutare che molti futuri violenti son usciti dalla Chiesa proprio dopo la Cresima, nella delicata fase di sviluppo adolescenziale o che semplicemente non credono e non ci sono mai entrati e non si sono mai avvicinati a nessuna religione.
Se però tutte queste realtà collaborassero insieme in modo continuativo e strutturato contro la violenza, forse i risultati potrebbero essere duraturi e più incisivi.
Perché lo sviluppo e la modulazione/rimodulazione dell’empatia aiutano la causa? L’empatia non è una pillola da ingerire e “da sola” non avrebbe certo potuto salvare Willy; non è un amuleto da sfoggiare contro i violenti, come succede nei cartoni animati e non è un potenziamento da gioco online; l’empatia è una competenza che insieme alle altre che afferiscono all’Intelligenza emotiva rende gli individui umani e non semplici animali da caccia.
Una persona empatica ed emotivamente matura non può sdoganare la violenza attuando comportamenti come ad esempio frequentare una palestra che anziché insegnare una disciplina, uno sport, un’attività finalizzata al benessere psicofisico crea invece “picchiatori”, come fosse una filosofia di vita, uno spettacolo aberrante da condividere magari con un saggio di fine anno con amici e parenti tra il pubblico. Una persona empatica, che si mette nei panni dei più deboli, degli emarginati, dei discriminati non può essere un bullo.
ar conoscere le conseguenze della violenza nelle vite delle persone e non solo le conseguenze legali, può rendere le persone più ricettive e meno violente.
Non solo la violenza genera altra violenza, ma è deleteria perché nutre l’ego del violento illudendolo di onnipotenza, dove vinco perché sono il più forte (non il più intelligente quindi) e tutti mi temono; distrugge psicologicamente la vittima minandone l’autostima e generando frustrazione fino ad arrivare nei casi estremi a tentativi di suicidio, visti come unica soluzione per uscire dalla spirale di violenza (fisica o psicologica che sia).
Il dialogo, il confronto, l’accoglienza del “diverso”, la collaborazione, il supporto sono tutte competenze che ognuno può imparare; insegnarle sin dalla tenera età non rende le persone deboli o vulnerabili, il contrario. Se tante persone fossero state quella sera empatiche e solidali come Willy, le cose sarebbero andate diversamente, lui forse non sarebbe morto e forse i responsabili avrebbero imparato una lezione maggiore: la violenza di pochi quando incontra la ribellione di tanti viene sconfitta e annullata ed è da questo che bisogna ripartire, per rendere il mondo un posto migliore e per scongiurare che un domani al posto dei tanti Willy nel mondo, possa trovarsi uno dei nostri figli

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