RUBRICA. PSICOLOGA

Emozioni e abilismo

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di Alice Bandino*

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I nuovi media ci hanno abituati ad associare a determinati fenomeni discriminatori parole che terminano col suffisso -ismo , così che chiunque quando sente parlare di razzismo, classismo, sessismo o bullismo ha ormai ben chiaro contro chi o cosa si sta usando violenza (verbale, fisica o psicologica). Si sta diffondendo nel linguaggio comune un nuovo termine di denuncia sociale, per molti ancora sconosciuto: l’abilismo, ovvero quell’insieme di atteggiamenti discriminatori attuati nei confronti delle persone con un qualche tipo di disabilità; qualsiasi disabilità, dalla più lieve alla più grave che non rientra sotto la definizione di corpo (o mente) perfettamente abile. Esistono diversi blog gestiti da disabili con la finalità di abbattere i tanti pregiudizi e sensibilizzare sull’argomento, facendo “conoscere” ai lettori una visione alternativa del vivere con una disabilità dalla nascita o subìta in seguito; una visione lontana da quella ancora troppo diffusa che vede i disabili come una “categoria protetta” perenne e ben distinguibile dai non disabili; portatori di un’etichetta che descrive la loro disabilità ma che li de-personalizza, nel senso che non son più persone che provano tutti i tipi di emozioni, dal carattere simpatico o antipatico (“poverino/a” racchiude un preciso paradigma descrittivo di vita sicuramente dolorosa nella nostra immaginazione della disabilità); non ne intravediamo potenzialità, personalità, autostima, orgoglio, passioni, vita sessuale, vita sociale, passioni sportive, pregi o difetti come facciamo con qualsiasi altra persona; spesso vengono definite persone da compatire, al limite del pietismo, tanto che anche la persona più istintiva si blocca davanti all’eventualità di discutere eccessivamente pubblicamente con un disabile “per rispetto”, sentendosi in colpa e ponendosi quindi (più o meno consciamente) su un livello di superiorità nei confronti dell’interlocutore (questo ad esempio è un diffuso atteggiamento di abilismo). Chi di noi non ha mai sentito dare la classica risposta alla domanda ai neo genitori “maschio o femmina?” “E’ uguale, basta che sia sano…”, detto certamente con amore, speranza e ottimismo ma che contiene nella sua banalità un’assoluta certezza socialmente accettata, che l’essere maschio o femmina non precluderà la sua felicità, la sua vita, la sua progettualità, nascere disabile si invece e non sarà una vita facile o felice la sua; anche questa credenza è abilismo. Naturalmente nel 2019 sappiamo che in quanto a pari opportunità neanche il nascere maschio o femmina sano è un predittore di felicità e ci son ancora troppe discriminazioni verso persone valutate non per quello che valgono ma per quello che rappresentano, come la “categoria” delle donne, degli stranieri, degli omosessuali, i poveri, gli anziani, i malati ecc.ecc. 

Il Blog Invisibili del corriere.it è gestito da giornalisti che vivono da sempre la disabilità loro o di qualche caro come fosse un tratto caratteristico del loro essere al mondo, l’accettano (spesso grazie all’amore delle famiglie e al sostegno dei professionisti) esattamente come hanno accettato il colore dei capelli o degli occhi, senza porsi limiti se non quelli imposti delle barriere architettoniche, ed è un limite del mondo “normale” non riuscire a garantire ad ogni cittadino gli stessi diritti basilari, anche laddove basterebbe davvero poco per farlo. Nella presentazione di questo blog gli autori ne spiegano così la mission, chiara già dal titolo: […]”l’obiettivo del blog è cambiare questa situazione (di invisibilità): innanzitutto parlandone, nel modo più chiaro e sereno possibile. Discutendo idee, proposte, progetti per mettere i disabili in condizione di vivere e confrontarsi alla pari. E nello stesso tempo per offrire alla società le risorse dei disabili. Non vorremmo che lo spazio venisse occupato dalla compassione o, peggio, dalla pietà. Sono atteggiamenti inutili in un Paese che dovrebbe sforzarsi di eliminare qualsiasi tipo di discriminazione. Vorremmo che insieme si stigmatizzassero i comportamenti sbagliati e si trovassero soluzioni dettate dal rispetto dell’individuo ma anche dal buon senso. Chi non sta abitualmente accanto a persone con handicap, fisico o mentale, non conosce le difficoltà quotidiane che queste devono affrontare. E le enormi fatiche di chi le aiuta e le sostiene. Probabilmente non è insensibilità, è semplicemente ignoranza…”. Per abbattere l’abilismo la strada è lunga, così come per debellare qualsiasi forma di discriminazione, ciò che conta è non smettere mai di fare prevenzione e di aprirsi agli altri, attuare quella crescita personale necessaria per accettare tutte le sfaccettature di vita che ci circondano, senza giudizi, senza limiti e guardando le persone negli occhi e valutandoli per quello che umanamente ci trasmettono, per quello che sono e che danno, non per quello che hanno, in più o in meno che sia.

*psicologa

www.psygoalicebandino.it

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