EMOTIVAMENTE

Emozioni e meritocrazia

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di Alice Bandino*
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Alice Bandino

Per troppo tempo la componente emotiva della nostra mente è stata trascurata nello studio delle relazioni di causa- effetto tra le scelte, le azioni e i risultati conseguenti nel corso della nostra vita. Nell’ultimo decennio si è però intensificata l’applicazione dell’intelligenza emotiva e socio-emotiva nei principali ambienti sociali, come ad esempio l’ambiente lavorativo e quello scolastico, dove si sono osservati importanti miglioramenti nel singolo e di riflesso sul gruppo: migliori prestazioni, migliori risultati e migliore soddisfazione percepita dell’ambiente in cui si vive/opera.

Nel 1990 Salovey e Mayer (1990) definirono l’Intelligenza Emotiva come l’abilità di comprendere e monitorare i propri sentimenti e quelli degli altri e utilizzare tali informazioni per agire e adattarsi alle situazioni sociali. Essi discriminarono tre componenti importanti: la valutazione ed espressione emotiva, la regolazione emotiva e la gestione delle emozioni.

Nel 1995 lo psicologo americano Daniel Goleman, cui va il merito di avere reso popolare l’intelligenza emotiva (I.E.) nel mondo con studi, pubblicazioni e innumerevoli applicazioni, affermò che l’I.E. è più importante dello stesso Q.I. (quoziente intellettivo) nella predizione del successo nella vita. Come? Grazie alla conoscenza delle proprie emozioni; al controllo delle emozioni; alla motivazione di sé stessi; al riconoscimento delle emozioni altrui e alla gestione delle relazioni.

E’ nel 2000 che lo psicologo israeliano Bar-on, tra i principali pionieri dell’I.E., definì l’Intelligenza Emotiva come un insieme di capacità non cognitive, che influenzano l’abilità dell’individuo di agire e adattarsi efficacemente alle diverse situazioni sociali. Egli costruì l’Emotional Quotient Inventory (EQ-i), uno strumento self-report che presenta le cinque diverse dimensioni dell’intelligenza emotiva da lui individuate: intrapersonale con la  considerazione di sé, l’autoconsapevolezza emotiva, l’assertività, l’indipendenza, la realizzazione di sé; interpersonale, dove sperimentiamo competenze come l’empatia, la responsabilità sociale, le dinamiche sulle relazioni interpersonali; gestione dello stress, ovvero la tolleranza allo stress e la gestione degli impulsi; l’adattabilità  nel test della realtà, la flessibilità e il problem solving; l’umore generale con stili orientati all’ ottimismo e alla felicità.

Anche gli studiosi Mayer, Caruso e Salovey (1999) propongono una definizione di Intelligenza Emotiva che si focalizza su quattro abilità legate alle emozioni, che variano in base all’elaborazione di informazioni di basso livello e all’utilizzo strategico delle informazioni emotive per raggiungere i propri obiettivi. Le quattro abilità sono: la percezione accurata delle emozioni; l’utilizzo delle emozioni per facilitare il processo decisionale; la comprensione delle emozioni; la gestione delle emozioni.

Una grande mole di ricerche hanno dimostrato che alti livelli di intelligenza emotiva correlano con risultati positivi nella vita in generale (Curci et al., 2014 ). Tra i principali risultati troviamo: maggiore supporto e calore genitoriale percepito; un elevato comportamento prosociale; relazioni positive con i pari e i familiari; maggiore ottimismo; maggiore auto-monitoraggio delle proprie emozioni e di quelle degli altri; competenze sociali in generale più elevate. E gli studenti che non investono nella propria intelligenza emotiva cosa ottengono? Tra le problematiche riferite maggiormente, troviamo: relazioni superficiali con i pari; assenze non autorizzate a scuola; espulsione dalla scuola; uso precoce di droga e alcol; depressione e ruminazione depressiva; uno stile orientato verso il procrastinare le proprie scelte.

Nel percorso scolastico l’intelligenza emotiva è molto importante, è l’arma segreta per far fronte a qualsiasi limite, è l’anello di congiunzione tra la capacità cognitiva e la prestazione scolastica.

È stata la scoperta più democratica per ogni studente: “puoi anche non essere il più bravo della classe, ma puoi diventare la miglior versione di te stesso” indipendentemente da chi sei, chi è la tua famiglia e l’ambiente dove vivi. La motivazione che ha spinto generazioni di genitori a riporre nella scuola le speranze per un futuro migliore per i propri figli, non sempre ha dato i risultati sperati e tante false credenze le possiamo verificare ogni volta che, a livello sociale online o offline, si discute sul modello migliore da utilizzare per proporre ai giovani come ottenere successo nello studio. Partiamo dalla prima caratteristica della valutazione: i voti e i giudizi. In tanti si adoperano per spiegare che i voti non sono il valore dei nostri studenti, che la scuola non è una gara, che la vita è fuori dalla scuola ecc. ecc.; accade però che poi i voti contano per tutto il percorso scolastico: servono per la promozione, per le borse di studio, per le agevolazioni di qualsiasi tipo, dalla mensa universitaria agli alloggi nelle case degli studenti; servono in alcuni tipi di concorsi, in alcuni accessi a percorsi di specializzazione; il certificato dei voti universitari viene richiesto insieme al curriculum in numerose situazioni lavorative e/o formative; del resto, la media matematica è la prima schermata che noi genitori troviamo appena apriamo il registro elettronico dei nostri figli. Forse è molto montessoriano dire ai bambini che i voti non contano, sulla linea degli insegnamenti del non si gioca per vincere ma per partecipare, ma fino a quando esisteranno queste situazioni  sopraccitate, i voti conteranno sempre e l’aiuto migliore che possiamo dare ai nostri studenti è ribadirlo: i voti contano ma non c’è una sola strada per raggiungere ottimi risultati, non esiste solo il Q.I., esistono delle competenze (quelle socio-emotive) che attraverso strategie mirate possono utilizzare i talenti degli studenti per compensare le criticità. Certo, serve impegno, perché uno studente seguito adeguatamente da scuola e famiglia sin dalla primaria (o anche dalla scuola dell’infanzia), farà meno fatica di un coetaneo che ha delle lacune sin da quegli anni. La scuola non è uguale in tutte le zone del mondo certo e i professori delle superiori possono confermare che esistono differenze di base tra gli studenti non solo per la loro provenienza familiare ma anche sociale; il metodo utilizzato dalle maestre può essere salvifico o deleterio per la carriera degli studenti e lo stile comunicativo dei docenti è strettamente correlato al profitto degli studenti. Ho detto “stile comunicativo” proprio per non usare la parola “preparazione”, perché è sempre l’Intelligenza Emotiva del docente che guiderà il suo rapporto coi suoi discenti: abbiamo esempi di luminari in qualche materia che non riescono a trasmettere le loro conoscenze in modo efficace agli altri; ottimi studiosi che però faticano ad adattarsi alla platea con un linguaggio comprensibile a tutti; così come docenti meno luminari, illuminano gli studenti con passione e entusiasmo, con metodi e strumenti capaci di attirare la loro attenzione, di modulare le loro competenze orientandole verso l’acquisizione di conoscenze, di padronanza della materia, di rielaborazioni efficaci delle nozioni apprese; adulti empatici, motivanti e motivatori. Adulti che sanno mediare le criticità e le provocazioni degli adolescenti. Il merito, la meritocrazia intesa come riconoscimento del merito è un concetto molto democratico se tutti concorrono al suo raggiungimento. Certo, un ragazzo abbandonato a se stesso, senza regole, senza libri, senza materiale, senza nessuno che si sia mai accorto che non ha un metodo di studio efficace, un metodo che rispetti i suoi talenti e che semplifichi le criticità avrà più difficoltà a completare tutto il ciclo di studi; uno studente magari difficile, cui nessuno abbia mai trasmesso l’importanza della scuola potrebbe incontrare più motivi per abbandonare la scuola e perdere quella passione che occorre per non abbandonare il raggiungimento di qualsiasi obiettivo complesso nel corso della vita. La scuola pubblica nel momento in cui promuove il merito degli studenti, deve come minimo garantire la meritocrazia tra docenti e personale. Le maestre, specialmente, sono la risorsa più importante per i nostri studenti; è in quell’età che i bambini si creano la loro idea sulla scuola, che capiscono per quale materia sono più portati o no, ed è proprio in quel momento che servirà un adulto pronto a fargli capire che metodo più adatto dovranno trovare proprio per quella materia in cui faticano maggiormente, che non è detto sia la più difficile, ma semplicemente quella che li entusiasma meno. Molti docenti non sapranno mai quanti studenti hanno perso nel corso della loro vita, quanti ragazzi e ragazze si sono sentiti stupidi o falliti e quanti hanno creduto di non meritare l’amore dei propri genitori per non riuscire ad andare bene a scuola, giungendo a compiere persino atti estremi nel caso di bocciature o traguardi non raggiunti. A noi adulti va il compito di imparare ad utilizzare l’intelligenza emotiva e le sue competenze, di trasmetterla come stile educativo, spiegando il significato ampio di merito ai nostri minori, futuri adulti di domani.

*psicologa
Tel. 3471814992

 

 

 

 

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