RUBRICA. PSICOLOGA

Emozioni e parità di genere

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Nell’ultimo anno in particolare ma direi anche da qualche decennio in modo più silente, si nota un crescendo di iniziative volte ad affermare la parità di genere tra uomini e donne. Capita spesso di affrontare discorsi seri, più o meno condivisi, circa le denunce da parte di donne (e in maniera minore anche di uomini), di episodi di violenza, abusi e molestie subiti nel corso della vita. Perché le donne hanno trovato ora la forza di alzare la voce e parlare apertamente dei loro diritti? Cosa spinge una persona a esporsi al pubblico ludibrio e rischiare critiche e accuse, dopo anni magari di silenzio? Come detto più volte in questa rubrica, le emozioni che impediscono la condivisione delle emozioni son la vergogna, la paura e il senso di colpa, il disgusto e la sorpresa. Le persone che hanno fatto un lavoro su se stesse al contrario, non temono il giudizio della gente e riescono a vivere liberamente la propria vita, senza doversi nascondere dietro i canoni dettati dalla desiderabilità sociale e che hanno superato i limiti  delle emozioni sopra elencate, così da non dover temere di esprimersi in pubblico o nel privato per paura di essere giudicati. Purtroppo la realtà è che nonostante una persona sia emotivamente matura, può essere nata, cresciuta o abitare in una società che non si è ancora uniformate a questa libertà di emozioni e anche nello Stato più democratico esiste una grande variabilità di regioni, comuni, quartieri, famiglie che fanno del proprio campanilismo una corazza impenetrabile, dove il “diverso” è solo teoricamente integrato, ma in realtà non abbastanza accettato. Questo accade per tante categorie, dai disabili agli omosessuali, dagli stranieri alle famiglie allargate, dalle donne ai giovani; apparentemente tutti dichiariamo “la libertà prima di tutto”, limitando però questa libertà a noi stessi o ai nostri cari. Le lotte per la parità di genere son esplose già a cavallo tra 800 e 900, partendo dall’America per poi spandersi lentamente a macchia d’olio, lentamente perché non esistevano ancora i Social Network e le mode si tramandavano grazie a giornali, cinema, radio e tv. Si può riassumere questa nuova ondata di richiesta di parità, come logica conseguenza dell’emancipazione femminile: se le donne possono studiare, lavorare, praticare qualsiasi sport, allora a maggior ragione possono anche pretendere gli stessi trattamenti, gli stessi diritti, la stessa libertà e non si dovrà mai più parlare di femminismo/maschilismo solo quando si raggiungerà una vera parità. Chi critica le vittime che si oppongono a molestie/abusi/violenze, forse non ha ancora raggiunto la maturità emotiva per comprenderla: è difficile parlare di parità se per educazione ricevuta o paura di perdere spazi e potere, alla donna (ma ripeto, anche altre categorie) si danno ruoli, non completamente liberi. Esiste ancora (ma sempre meno), l’usanza tutta maschile di fischiare o molestare una ragazza/donna che cammina in strada; troppe donne devono ancora offrire servizi sessuali per ottenere lavori; ancora troppe poche donne ricoprono incarichi istituzionali importanti, senza rinunciare alla famiglia. Per fortuna le cose stanno cambiando, ma l’ostracismo è ancora tanto, quindi ben vengano le numerose iniziative in favore delle donne ma che non siano solo mere vetrine di autoreferenzialità di gruppi isolati atte a descrivere la problematica da sopra un palco. La parità si ottiene con le lotte, con le testimonianze, con l’ingresso nelle scuole degli esperti, con la sensibilizzazione vera, con l’educazione emotiva sin dalle scuole dell’infanzia, con progetti, col linguaggio, col modo di trattare le donne che ci circondano. La parità è il primo diritto inalienabile e tutto ciò che la ostacola va rimosso con fermezza. Ascoltare le storie di chi richiede la parità è necessario, un ascolto attivo, non giudicante, non sarcastico.

Dott.ssa Alice Bandino

psicologa, spec. in psiconcologia

www.psygoalicebandino.it

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