RUBRICA. PSICOLOGA

Emozioni e tristezza

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Quando come professionisti noi psicologi parliamo al pubblico di psicologia del benessere, psicologia positiva, emozioni e ottimismo capita che, inizialmente gli sguardi dei presenti esprimano tutti una sola domanda “ma in che mondo vivete, per cosa dovrei essere positivo?”.

Ebbene si, ultimamente, in modo direttamente proporzionale alle brutture del mondo propinateci dai media è aumentato l’interesse per il mondo delle emozioni come soluzione: tutti parlano di emozioni e tutti propongono la propria formula per essere sempre positivi e ottimisti. Grazie ai Social è facile accorgersi di questa tendenza  verso una vita “gioiosa” e sempre grazie ai Social è interessante notare come gran parte di questo pozzo di gioie celi in realtà una fuga dalla tristezza della vita reale. La differenza tra un vero esperto di emozioni e un motivatore improvvisato su facebook, è facilmente valutabile: il motivatore ti illude, “incita” a non pensare alle emozioni negative, lo psicologo ti dice di esprimerle, accettarle e affrontarle.

La psicologia cosa ci insegna sulla tristezza? Sebbene non sia intenzionale, tendiamo a trasmettere ai bambini da subito, il messaggio che la tristezza è un’emozione cattiva e dovrebbe essere evitata (“non essere triste…tirati su…stai bene, smetti di piangere…”), atteggiamento che poi ci accompagnerà per tutta la vita, che trova un alto punto di infinita saggezza nel classico “se ridi fai un dispetto a chi ti vuol male”, come se l’invidia altrui fosse un problema dell’invidiato e non un disagio degli invidiosi e farsi vedere tristi una debolezza da nascondere.

La psicologia ha dimostrato che la tristezza può essere un’emozione adattiva con reali benefici quindi, perché abbiamo così tanta paura di sentirci tristi? Durante le nostre vite, ci troviamo di fronte a realtà dolorose, a dolori delle nostre relazioni interpersonali, rigetti, frustrazioni e disagi che sperimentiamo nelle nostre interazioni con gli altri; affrontiamo il dolore dei problemi esistenziali, perdite, malattie e vecchiaia e, alla fine, la morte. Inoltre, molti di noi nascondono vecchi dolori del passato e hanno ricordi impliciti di emozioni difficili vissute ma eravamo troppo piccoli per capire e che se affrontati subito si sarebbero anche risolti subito. Abbiamo avuto tutti quell’età in cui erano gli altri a decidere per noi, genitori o adulti di riferimento col diritto di essere talvolta arrabbiati, disattenti, severi, talvolta ingiusti, egoisti, e di contro invece bambini il cui unico dovere è obbedire e disturbare il meno possibile: ieri come oggi ai bambini si dice di essere perfetti e non provare “dolore, paura o tristezza”.

I bambini poi diventano adolescenti e quella tristezza magari hanno imparato a celarla con vergogna e senso di colpa o a rimuginarla in silenzio; a questo punto sanno pensare e parlare, sfidano gli adulti e quella tristezza non esperita diventa ancora più triste, oppure la trasformano  in rabbia e in ribellione che spesso sfociano in condotte devianti, verso il mondo ( o forse per punire gli adulti della loro infanzia). Il problema è che non possiamo intorpidire il dolore in modo selettivo senza intorpidire la gioia, la nostra capacità di provare emozioni è parte del nostro patrimonio umano, le emozioni ci forniscono informazioni sull’ambiente e ci aiutano a crescere e prosperare. Quando sopprimiamo le emozioni “negative”, perdiamo il contatto con le nostre emozioni come amore , passione, calore o desiderio e, quindi, conduciamo una vita molto più smorzata; si pensa: “se è anche tristezza, rifiuto o diversità, allora meglio non amare”. In realtà meno ameremo(la vita) e più tristi diventeremo.

Dott.ssa Alice Bandino

psicologa

www.psygoalicebandino.it

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