RUBRICA

Evoluzione della civiltà rurale: dall’esaltazione del lavoro dell’uomo alla venerazione del dio denaro

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di Francesco Diana
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Chi ha avuto la fortuna di calpestare a lungo il suolo terrestre nel corso dell’ultimo secolo, non può non aver notato la profonda metamorfosi che ha subito la Società rurale, passata progressivamente dall’esaltazione del lavoro alla venerazione del “dio denaro”.

Analizzando in particolare l’evoluzione subita dal settore agricolo, non possiamo non evidenziare il repentino cambiamento subito dal comparto lavoro, per effetto dell’evento della meccanizzazione in tutte le fasi del ciclo produttivo, che ha visto il lavoro dell’uomo limitato alla sola gestione dell’immancabile parco macchine in dotazione alle aziende e all’organizzazione dei vari fattori della produzione aziendale.

Per meglio chiarire il concetto, invitiamo il gentile lettore a concentrare la propria attenzione su ciò che rappresentava la raccolta del grano fino alla metà del secolo scorso, coltura universalmente indispensabile per il soddisfacimento delle esigenze alimentari di tutti i popoli della terra, soffermandosi sull’esaltazione che la nostra società dell’epoca assegnava al complesso degli adempimenti.

La figura dominante nella suddetta fase produttiva era quella del mietitore, con i suoi “manascibis” a protezione delle braccia e del palmo delle mani, l’immancabile grembiule di pelle o panno “su pann’è ananti” e il dito mignolo della mano sinistra protetto dalle insidie della tagliente falce con un ditale di pelle o di canna. A completare l’abbigliamento, un ampio cappello a falde larghe, sovrastava e sorreggeva un fazzoletto bianco posto a protezione delle orecchie e della parte posteriore del collo, con l’immancabile fazzoletto bianco nella parte anteriore del collo, a protezione delle ariste e per asciugare il sudore che sgorgava abbondante, anche a causa della composita bardatura.

Così bardato, alle prime ore del mattino, specie in presenza di rugiada, il mietitore iniziava il suo faticoso lavoro, non prima di aver scelto “sa tenta”, ossia la zona operativa del campo su cui operare assegnata a ciascun mietitore, generalmente della larghezza di tre metri, prescelta in funzione dell’inclinazione dei culmi, rispetto al senso di azione del mietitore.

Rispetto alla posizione di ciascun mietitore all’interno della linea obliqua che si veniva automaticamente a creare nel corso delle operazioni di mietitura, quello più avanzato della linea veniva generalmente denominato “segadòri dè tenta” (dal cui ritmo dipendevano in genere anche gli altri) mentre a quello più arretrato era attribuito il nome di “sa manu o sa còa dé sa sennòra”.

Tale strategia veniva spesso a generare una vera e propria gara fra i mietitori, con relativa grande soddisfazione del proprietario datore di lavoro.

Quanto affermato, da non confondere con la classica “Scarada”, che riguardava invece una sorta di contratto particolare, in base al quale i mietitori s’impegnavano a svolgere il loro lavoro in tempi ristrettissimi mietendo tutto il grano seminato e ricevendo in cambio un compenso di grano pari alla quantità seminata.

Le operazioni di mietitura iniziavano in genere all’alba, specie in presenza di rugiada che, conferendo elasticità al culmo, ne favoriva il regolare sfalcio: il mietitore impugnava in genere la falce con la mano destra, mentre con la sinistra afferrava un mazzo di culmi che, spinto in avanti, facilitava il taglio con il movimento rotatorio della falce. Tale operazione, compiuta più volte attraverso strategie particolari (facendo girare intorno al contenuto della mano un certo numero di culmi a mo’ di legaccio), conduceva alla formazione di “Su mannubiu”.  Sei “mannubius”, opportunamente stretti fra loro con l’operazione conosciuta col termine di “alliongiài”, eseguita con l’impiego di una sorta di treccia realizzata con un manipolo di steli recisi più in profondità o con l’utilizzo di giunchi, andavano poi a formare il covone: “sa maghia”, poi sistemata sul campo in posizione verticale in attesa di “su carradori” per il trasporto nell’aia.

Durante lo svolgimento del proprio lavoro ogni mietitore, come specificato in un precedente servizio, poteva portarsi appresso una “Spigolatrice” (sorella, moglie, fidanzata o amica), col compito di raccogliere e detenere le spighe eventualmente sfuggite dalla mano del mietitore.

A completamento della fase di mietitura “agàbu dé messa”, non poteva mancare la tradizionale e caratteristica realizzazione di “sa maghia dé agò”, ottenuta attraverso la mietitura di un’area poligonale preventivamente prescelta nel corso dell’“urtima  tenta”. Tutto ciò eseguito di fronte all’intero gruppo operativo festante: “sa cambaràda”.

L’ultimo tradizionale adempimento di “sa cambaràda” era poi quello di allestire il carro destinato al trasporto dei covoni, sistemando in bella evidenza “sa màghia dé agò” con accanto una canna destinata a sorreggere un fazzoletto di seta sistemato a mo’ di bandiera e rompere “su cungiobeddu” utilizzato dalle spigolatrici per portare l’acqua ai mietitori durante il loro faticoso lavoro.

Per questioni di spazio omettiamo la descrizione della successiva fase operativa svolta nell’aia fino a “s’incungia”, che completava e nobilitava ulteriormente il lavoro svolto dall’uomo, all’interno della relativa filiera produttiva.

Oggi, il tanto decantato “progresso tecnologico” ha radicalmente detronizzato la “sacralità” del lavoro umano all’interno dei processi produttivi, favorendo l’introduzione delle sofisticate macchine operatrici, capaci di relegare il lavoro umano a un ruolo di mera complementarietà nella prevalente rincorsa a obiettivi di esclusivo ordine economico.

Potrà l’aleatorio conseguimento del fine economico, morbosamente rincorso dalla Società attuale, compensare la gioia di quanti col lavoro riuscivano a non far mancare alle proprie famiglie quello che costituiva l’elemento base nell’alimentazione umana? Al lettore la risposta!

 

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