Cultura Gonnostramatza

Fabiana Sebis, l’artista che ama la natura

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di Marcello Atzeni

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Fabiana Sebis sarebbe piaciuta a Giovannino  Guareschi, quello che in uno dei giorni più  cupi della sua esistenza, coniò la frase, “Non muoio neanche se mi ammazzano”.

Certo, l’artista di Gonnostramatza non è mai stata in un lager. Non ha nuotato nelle acque procellose del babbo di Peppone e Don Camillo, ma, allo stesso tempo sì è dovuta rimboccare molto in fretta le maniche  e con grande umiltà ha svolto diversi lavori. Dopo una breve parentesi in Germania, ha deciso di tornare fra le sue colline. Che a volte sono in fiore, altre volte no.

Ma la sua  casa è qui e qui c’è la sua famiglia, i suoi affetti più grandi. Così Fabiana, rientra precipitosamente da un posto che rischia di impedirle di volare e si veste nuovamente dei caldi colori che ha sempre amato. Idee e manualità da vendere. E infatti monetizza.

Inventa loghi, slogan e disegna ovunque. Pare che anche su diverse nuvole sia finita qualche sua pennellata.
In delle tegole piccole quanto un lillipuziano, stilizza “is lepiris de argiola”, curioso nome per definire le pavoncelle, che i sardi campidanesi chiamano le lepri dell’aia.
Volatili aggraziati, leggeri e diffidenti. Quasi impossibile avvicinarli. Fabiana invece li fissa su delle tegole mignon, le mette un guinzaglio e diventano ninnoli da esibire. Sul collo. Magari a due battiti d’ali di distanza da una delle sue magliette.
La ragazza di Gonnostramatza, ama in maniera quasi morbosa la natura: ne coglie gli odori, i sapori. Cattura i raggi di sole, gli strali dei fulmini e saette, le incursioni del vento che non sempre è tenero con le tamerici, i pioppi e i saracchi ai quali lei dà del tu. Non solo certe notti.
I suoi quadri, ora in esposizione in un locale del suo paese, ma che hanno già girato mezza isola, infondono serenità, allegria e al tempo stesso suscitano curiosità. In quelle tele  ci sono le emozioni della pulzella della Marmilla.

In uno dei suoi quadri dipinge un fiume con i colori dell’arcobaleno, sul quale i suoi piccoli “figli”, un po’ bambini, un po’ formichine, fanno il surf. In altri lidi, gli ombrelli rubati da su bentu estu, scappano per fare le piroette in un cielo terso . Sono pezzi di cuore calmo, i lavori di Fabiana. Si intrecciano pensieri, colori, sorrisi e qualche lacrima. La Sebis dipinge il  presente, quello di noi tutti, fatto di voli altissimi e picchiate che si fermano a pochi centimetri dalle zolle.

Pur nella complessità dei suoi lavori, quasi sempre si riesce a percepire una musica che invita all’ottimismo. Certo, è   dovuta anche all’età (ha poco più di trent’anni), ma anche al suo modo di affrontare la vita, frutto di viaggi, concerti, libri e corse nelle campagne del suo paese, ma non solo.

Gli strani esserini che fuoriescono, dopo una lunga meditazione, dalle matite della ragazza, invogliano a un’indagine serrata.

E il  desiderio di mettersi sulle sue tracce.

Ma Fabiana è una pavoncella, “unu lepiri de argiola”.

Che nidifica un po’ qua e un po’ là.

Imprendibile come podista; imprendibile come artista.

La trovate essenzialmente in una delle sue tante carte d’identità.

Che fabbrica lei stessa, sotto forma di opere, e camminano nei punti più disparati e più ameni della Sardegna.

 

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