Cultura Musica

Federico Bacco: “Musica, che passione”

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di Antonio Obinu
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Dopo due anni di stop forzato causato dalla pandemia, seppure ancora con le dovute precauzioni ritornano gli spettacoli dal vivo all’aperto.

I numeri in Sardegna riferiti al 2019 quindi pre Covid, parlano di circa 1 milione di spettatori con oltre 4200 persone impegnate nelle diverse funzioni. (Fonti coordinamento unitario spettacoli dal vivo).

Parallelamente a tutto ciò esiste un “mondo di appassionati di musica, recitazione e cabaret” che spesso e volentieri animano le notti dell’estate ormai alle porte. Studenti, impiegati, liberi professionisti si svestono della loro “uniforme” per trasformarsi, nel vero senso della parola, una volta saliti sul palco; persone taciturne e riservate, preso uno strumento musicale tra le mani mostrano un altro volto di se stessi, forse quello più vero e passionale.

Lontani dalle grandi piazze e dai tour più famosi, si esibiscono al matrimonio del loro migliore amico come nel chiosco in spiaggia; pian piano si fanno conoscere ed apprezzare. Così facendo le “date” nel calendario, soprattutto nei mesi di Luglio e Agosto, crescono di anno in anno.

Per conoscere da più vicino questa realtà abbiamo incontrato Federico Bacco, insegnante di scuola superiore e libero ricercatore cagliaritano con la passione della batteria, insieme ad un gruppo di amici condivide questa passione che in certi periodi dell’anno diventa, quasi, un (bellissimo) lavoro.

Cosa significa far parte di una band musicale?

Significa vivere un’esperienza di vita e di relazione tra le più belle e intense che ci siano. È vero, uno strumento può essere suonato anche da soli, in compagnia della sola musica, ma credo che la musica nasca per essere fatta con altri. Salire su un palco con altri musicisti, sia che siano parte del tuo gruppo storico, sia che siano compagni di viaggio conosciuti una settimana prima, significa condividere emozioni comunque indelebili. Militare in una band è un vero e proprio percorso di vita, una “palestra sociale”; è un po’ come una relazione sentimentale nella quale a volte ci si ama alla follia, a volte ci si odia, a volte ci si lascia e che ti porta ad avere dei momenti di interazione profondissima, dove le parole non sono più necessarie ma si comunica con lo strumento e con l’estasi che esso induce.

Quali ricordi rimangono nel tempo al termine di una serata?

Il primo è sicuramente legato al fatto di analizzarsi per capire se si è suonato bene o male. Il 99% delle persone che suonano, alla fine di un concerto credono di aver suonato malissimo! Spesso ci si ricorda di un brano ben fatto, o di un altro dove sono stati fatti degli errori (magari per riderci su…!), oppure altre volte si ricorda qualcosa legato al pubblico…spesso ne capitano di tutti i colori…

Hai un episodio particolarmente curioso da ricordare?

Una volta suonammo a un matrimonio in provincia di Nuoro, con ricevimento in un bosco, proprio sotto gli alberi, con la strumentazione praticamente in mezzo alle foglie. Era estate e il bosco era secco. Dopo il pranzo, ormai a tarda sera, iniziammo a suonare e la gente si mise davanti a noi; a un tratto, quando iniziammo i brani ballabili, gli invitati (tutti ubriachissimi) si scatenarono ballando in mezzo al bosco e si sollevò un polverone tale che non si vedeva più nulla. Il nostro cantante non riusciva più ad aprire bocca per la polvere, noi non vedevamo a 1 mt di distanza perché si era creata una nebbia artificiale. Ci accorgevamo soltanto della gente che cadeva e si rialzava cosparsa di polvere appiccicata al sudore. Quando finimmo la serata eravamo tutti marroni e ci vollero mesi (!!!) per pulire tutta la strumentazione con i pennelli. Trovammo un’ultima foglia in una cassa quasi 2 anni dopo. Non ti dico come eravamo ridotti noi e i nostri vestiti… Da quel giorno mai più matrimoni nei boschi.

Si dice che le sensazioni provate la prima volta non ritornino più; è stato così anche per te?

Non proprio: certe sensazioni sono ovviamente legate ai momenti e in quel senso sono e restano uniche. Ma ogni volta che si imbraccia uno strumento (o nel mio caso ci si siede dietro) le sensazioni tornano, diverse, ma sempre uniche e irripetibili. La musica è un serbatoio inesauribile di emozioni e il fatto stesso di suonare, porta a quella che io chiamo una sorta di “estasi mistica”. Vivi il momento, sei al grado massimo di interazione con gli altri e allo stesso tempo sei in pieno ascolto di te stesso, concentrato su quello che stai eseguendo, sul tuo respiro, sulle tue sensazioni. A volte ridi durante un brano, altre volte ti emozioni fino alle lacrime, nessuna serata è uguale all’altra. Questo è il bello della musica.

I sacrifici e i costi ai quali tutti voi andate incontro sono sempre e comunque ripagati?

Ti direi di no, o meglio sono ripagati principalmente dal fatto di godere dell’esperienza musicale, dalle emozioni di una serata, dal piacere di aver fatto bene un brano, dal sentire di aver provato e anche prodotto emozioni in chi ti ascolta. Però la musica è anche impegno, studio (se si vuole produrre qualcosa di dignitoso non si può prescindere dallo studio serio dello strumento, possibilmente con insegnanti validi) e spese (per avere strumenti di qualità). Economicamente è difficile arrivare a un guadagno tale da poterci vivere serenamente. Il più delle volte si arriva a un rimborso spese per tornare alla pari e investire nuovamente in musica. Qui il discorso si amplierebbe, ma posso dire che in Italia manca un vero riconoscimento dei lavoratori dello spettacolo: vale per i professionisti e vale ovviamente per i non professionisti. I cachet dei locali sono bassi, a volte talmente bassi da essere offensivi rispetto al prodotto che proponi, anche se comprendo le difficoltà che hanno i gestori, soprattutto dopo due anni di chiusure. Spesso non si considera quanto tempo c’è dietro lo studio di un repertorio o le spese per poter avere una strumentazione adeguata. Quando ti presenti a suonare in un locale o a un ricevimento, quasi nessuno (salvo eventuali altri musicisti) è in grado di capire cosa c’è dietro quella serata in termini di energie e investimento economico; magari stai portando 15.000 euro di strumentazione per avere un cachet col quale a malapena riesci a fare la manutenzione ordinaria. Questo capita perché rispetto ad altri paesi, penso agli Stati Uniti, da noi manca la percezione del musicista come artista/lavoratore. In Italia se uno volesse fare della musica il proprio mestiere troverebbe come primo ostacolo le persone pronte a dirgli “e, ma come lavoro poi cosa fai? Cercati prima un lavoro ‘serio’!”. Tutto questo è segno di una limitatezza culturale davvero fastidiosa e ancora difficile da scalfire.

Ha mai pensato alla partecipazione a un contest televisivo?

Pensato si, pensato seriamente ancora no. C’è da dire che i contest più “seri” e stimolanti si stanno diffondendo soprattutto negli ultimi anni, come format importati dall’estero (penso ad esempio a “The Voice”). Diciamo che ci vuole un’accurata progettazione di quello che si vuole proporre e di come lo si vuole proporre: per sbarcare su un contest nazionale ci vuole sì musica, ma non solo; è importante il genere, importantissima l’immagine e tanti altri particolari che richiedono grande attenzione e capacità di leggere il mercato musicale e televisivo. Vedremo per il futuro…

Cosa si sente di dire a chi vuole iniziare a “fare musica”?

Imparare a suonare, a volte anche solo a strimpellare uno strumento, è una tra le cose più importanti e “salvifiche” che ci siano, a prescindere dal farlo professionalmente, semi professionalmente, o anche solo nella propria camera. Per me lo è stato e lo è tuttora. Io credo che un musicista non sarà mai solo, ma avrà sempre la musica al suo fianco, pronta a parlargli; avrà sempre la possibilità di comunicare grazie ad essa. La musica può davvero salvare la tua felicità e la tua vita, ed è un continuo incontro con gli altri: con chi suona con te; con i maestri che, se sei fortunato, possono darti insegnamenti che vanno al di là della mera tecnica sullo strumento (in questo senso sento di dover ringraziare profondamente il mio insegnante Daniele Russo); con chi ti ascolta, perché il pubblico, in un certo senso, mette sempre alla prova la tua capacità di comunicare. Per tali ragioni, da professore, esorto sempre i miei alunni ad appassionarsi a uno strumento musicale o alla musica in generale: perché in questo modo potranno arricchire la loro esistenza in un modo unico e che nessuno potrà togliergli. Viviamo in una società che pensa a idolatrare “l’utile”, ma stiamo perdendo il senso del “bello”. La musica è bellezza ed è ciò che dà colore al mondo e al nostro animo; dovremmo prenderla molto più seriamente, anche a livello di programmi scolastici in tutti gli indirizzi, oltre che come forma di educazione alle emozioni. La musica non chiede nulla in cambio, si dona con generosità a tutti. Speriamo davvero in un mondo più ricco di musica.

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