Attualità

Forme e colori della pietra vulcanica in mostra al Museo dell’Ossidiana di Pau

Giulia Balzano (a destra) e Maria Cristina Ciccone (a sinistra)
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di Walter Tocco
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Sa Scaba Crobina si arrampica gentilmente sul versante nord-orientale del Monte Arci, nel territorio del comune di Pau. I dislivelli e il colore scuro di questo sentiero avevano particolarmente colpito anche il generale La Marmora; “il tracciato è costellato di frammenti di vetro vulcanico”, scrisse nel 1860 descrivendo questi luoghi in occasione della sua visita in Sardegna.

Il Monte Arci è un massiccio di formazione vulcanica. Sembra uno scudo allungato, largo e basso, che si estende per 150kmq, con il suo punto più elevato situato a 812 mt in località Trebina Longa, nel comune di Morgongiori. Sa Trebina Longa, insieme a Sa Trebina Lada (mt 703) e a Su Corongiu de Sizoa (mt 463), sono le tre cime visibili al centro del massiccio la cui disposizione ricorda quella di un treppiede, da cui il termine Trebini. Si tratta di speroni rocciosi, generati dalla lava dei condotti di alimentazione vulcanica, raffreddati, consolidatisi e portati alla luce a seguito dell’erosione del materiale più tenero depositatosi intorno. Questa attività vulcanica ha dato origine all’ossidiana, un vetro naturale di colore scuro. Solitamente è nera, in sardo la chiamiamo sa pedra crobina – la roccia corvina, nera come un corvo. Non mancano, però, altre tonalità, grigie, verdi, blu o rosse. In Sardegna si è formata circa 3,25 milioni di anni fa per il raffreddamento delle colate di lava acida, formata da silice e alcali. Questo composto chimico è alla base delle caratteristiche principali dell’ossidiana: omogeneità e vetrosità. Scheggiata, l’ossidiana ha enormi capacità e precisione di taglio, oltre che una discreta resistenza.

Sul Monte Arci esistono numerose aree di affioramento, dove si trovano molte varietà di ossidiana, diverse per composizione chimica, aspetto esteriore e colore. Gli studiosi hanno individuato quattro aree sorgente, che hanno una rilevanza archeologica e che sono catalogate e indicate con delle sigle codificate: SA, per l’area sorgente di Masullas, corrispondente alla cava di Conca ‘e Cannas; SB1, per la sorgente interna al massiccio, in territorio di Marrubiu; SB2, quella affiorante sul versante occidentale, tra Marrubiu e Morgongiori; SC, infine, che identifica gli affioramenti del territorio di Pau.

L’utilizzo dell’ossidiana del Monte Arci risale all’epoca della prima colonizzazione neolitica della Sardegna, nel VI millennio a.C. Rispetto agli insediamenti mesolitici, dove non si trovano manufatti di questa materia prima, nei primi abitati neolitici l’ossidiana è sempre documentata (molto meno, però, rispetto ad altri materiali disponibili nel territorio). Dal Neolitico medio (V millennio a. C.) l’ossidiana sarda è anche esportata in Corsica, in Italia centrale e settentrionale, e nella Francia meridionale, in Provenza. La larga distribuzione dell’ossidiana e la scarsità dei giacimenti, fanno pensare che questo materiale fosse utilizzato anche come un indicatore dell’elevato status sociale dei suoi possessori.

I primi centri di lavorazione apparvero nel Monte Arci verso la fine del Neolitico, intorno al V millennio a. C. I centri di lavorazione – detti anche atelier – sono quelle aree in prossimità degli affioramenti di ossidiana, dove il ritrovamento di resti archeologici testimonia l’attività di riduzione dei grandi blocchi in pezzi più piccoli. Lavorata, l’ossidiana veniva poi trasportata e distribuita. I reperti che permettono agli archeologi di identificare gli atelier sono gli scarti di lavorazione, schegge di ossidiana e pezzi più grandi – chiamati nuclei – abbandonati dagli scheggiatori. I più importanti, per la loro estensione e per l’imponenza degli accumuli dei prodotti di scarto, sono quelli della grande officina di Conca ‘e Cannas, a Masullas, e di Sennixeddu, Fustiolau e Su Campu Serrau, a Pau. In tutta quest’area, la produzione – i primi indizi dello sfruttamento sistematico della risorsa risalgono al Neolitico recente (seconda metà del V millennio a. C.), nella fase caratterizzata dal fiorire delle comunità della cosiddetta facies di San Ciriaco di Terralba – sembra essersi protratta per oltre tremila anni, fino alla piena Età del bronzo, intervallata da fasi di abbandono. Durante quest’epoca, si osserva per la prima volta la presenza di gruppi di scheggiatori specialisti insediati vicino ai più importanti depositi primari di ossidiana. Sembra essersi trattato di un rapido cambiamento, favorito da un nuovo sistema di trasformazione della materia prima e capace di aumentare la produzione di ossidiana lavorata. La scelta di stabilire la produzione presso gli affioramenti primari, dove la materia prima è migliore e quantitativamente più abbondante, può essere quindi stata la risposta ad un aumento della domanda e degli scambi.

Nell’atelier di Sennixeddu, si possono osservare una grande quantità di blocchi e nuclei di ossidiana, che indicano che il vetro vulcanico è stato staccato dalle sue sorgenti nei rilievi soprastanti, la giacitura primaria. I principali prodotti documentati sono i nuclei, i blocchi di pietra da cui si ricavavano schegge di varia forma e dimensione. Le schegge venivano ottenute tramite la percussione, diretta o indiretta. Diretta, quando il blocco di ossidiana viene percosso direttamente con un’altra pietra, un osso o un pezzo di legno; indiretta, quando un percussore colpisce il blocco interponendo un altro elemento, come uno scalpello in osso o in corno. I pezzi ottenuti venivano poi ritoccati per essere infine trasformati in frecce, raschiatoi e lame.

Esempio di tutto questo, e molto di più, si trova oggi esposto e raccontato al Museo dell’ossidiana di Pau, uno dei paesi più piccoli della Sardegna, con meno di 300 abitanti. Il Museo, fortemente voluto dall’amministrazione comunale di Pau e oggi diretto dal prof. Carlo Lugliè, compirà 12 anni prossimamente – l’esposizione fu inaugurata il 10 marzo del 2010. L’ente gestore che ne cura le attività culturali, didattiche e promozionali dal 2011, l’associazione culturale Menabó, di cui è presidente la dott.ssa Giulia Balzano, ha ben in mente il proprio obiettivo: “far conoscere la collezione del Museo, e dunque la storia dell’ossidiana, e farlo nella maniera più coinvolgente possibile per ogni persona in visita, nessuno escluso”. Un Museo che vuole essere “inclusivo, accessibile, che si pone in ascolto delle esigenze del proprio pubblico, a partire dal territorio”, e, che “a partire dalla sua ricca collezione permanente genera iniziative di più ampio respiro che si concretizzano con la realizzazione di mostre, concerti e attività più ampiamente di tipo culturale, ospitate nelle sale del Museo o negli spazi del Parco dell’ossidiana nei boschi del Monte Arci e ancora nei numerosi spazi comunali”.

“Siamo una realtà giovane che però ha già fatto tanta buona strada. Il Museo dell’Ossidiana rappresenta una sfida, una scommessa della comunità locale, e si propone come un luogo generatore di buone pratiche, attorno al quale far nascere ulteriori esperienze produttive ed economiche per lo sviluppo del territorio”, spiega Maria Cristina Ciccone, responsabile dei servizi educativi del Museo. È stata proprio la dott.ssa Ciccone, lo scorso 2 gennaio, a guidare la giornata dedicata al turismo esperienziale, con l’iniziativa “Ossidiana sveste il nero. Percorso esperienziale tra i colori dell’ossidiana”: gli ospiti in visita a Pau hanno potuto attraversare le sale del Museo e percorrere Sa Scaba Crobina, fino a Sennixeddu, in maniera del tutto nuova e particolarmente suggestiva. L’esperienza della visita è diventata un momento personale di conoscenza, arricchito dalle emozioni del poter toccare i materiali, odorare le essenze del territorio, ascoltare sonorità immersive appositamente elaborate e create per l’occasione. Guidati dall’appassionato e appassionate racconto di Maria Cristina, i visitatori hanno potuto sperimentare la straordinaria capacità di taglio dell’ossidiana sulla pelle grezza, servendosi di una scheggia di pedra crobina. La sala 3 del museo è stata interamente dedicata a Lei, l’ossidiana che, svestito il colore nero, si è infine mostrata ai visitatori lucente e affilata come mai l’abbiamo vista. Manuela, la guida del Museo, ha descritto i minerali, gli ossidi e le piccole bolle di gas che, con la collaborazione della luce, si sono mostrati ai visitatori in forme e colori straordinari e inattesi. La sala 2 ha infine accolto una bellissima collezione privata, con esemplari di ossidiana di diverse tonalità di rosso, verde, argento e blu, che disegnano cerchi e forme, in cui i colori si alternano e si compongono in maniera affascinante e suggestiva.

Il Museo dell’Ossidiana rappresenta un interessante e virtuoso tentativo di promuovere l’ossidiana come risorsa locale. Non esiste, tuttavia, a livello regionale una normativa per la tutela e la valorizzazione dell’ossidiana, così il Comune di Pau ha dovuto emettere un’ordinanza per vietarne la raccolta in tutto il territorio comunale con lo scopo di tutelare il bene geologico e archeologico. Una seconda ordinanza vieta l’accesso a mezzi cingolati, moto e bici nel sentiero de Sa Scaba Crobina, percorribile oggi soltanto a piedi. Troppo poco per l’ossidiana, questa pietra nera tagliente, che – proprio per le sue peculiarità, la sua specificità e scarsa diffusione – ha enormi potenzialità per la crescita e lo sviluppo sostenibile del territorio.

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