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Gabriele Cristiano: la carriera di un pallavolista di successo

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La pallavolo è fra quelle discipline in cui l’Italia ha raccolto a livello internazionale una marea di trofei. La
Sardegna, nel suo piccolo, si è distinta per aver sfornato buoni giocatori di volley e fra questi ve n’è uno può vantare una carriera di buon livello, distinguendosi senza dubbio come uno dei pallavolisti del Medio Campidano arrivati più in alto. Il suo nome è Gabriele Cristiano, ha 34 anni ed è di Lunamatrona; un ragazzo umile, caparbio e sincero.
Come nasce la sua passione per la pallavolo?
In maniera molto casuale, mi ha aiutato certamente la mia statura. Quando avevo 14 anni la pediatra di mia sorella Beatrice, vista la mia altezza decisamente superiore alla media, 1 metro e 98 cm (oggi 2 metri e 5 cm ndr), mi propose di provare a giocare a pallavolo nella società di un suo amico. Sino ad allora non mi ero mai cimentato nel volley. Non ero più un bambino: a quell’età non è più semplicissimo apprendere i movimenti e la coordinazione che questo sport richiede. Ci ho messo un bel po’ di anni prima di perfezionarmi. Ho fatto una stagione nell’under 14 a Sanluri e da lì è iniziato tutto.
La sua sinora è stata una carriera di tutto rispetto. Dopo l’inizio a Sanluri com’è poi proseguita?
L’anno dopo sono stato inserito nelle giovanili dell’Olimpia Sant’Antioco. Di solito chi ha un’altezza come la mia finisce per giocare nel ruolo di centrale ed io non sono sfuggito a questa regola. Il centrale è quel giocatore che in campo difende pochissimo e va a muro instancabilmente in ogni azione di difesa, mentre quando si attacca esegue il cosiddetto “primo tempo”, un tipo di schiacciata che richiede una sincronizzazione eccellente fra alzatore e chi la esegue in quanto ha dei tempi rapidissimi. Ho poi proseguito nella pallavolo Cagliari. All’epoca ero molto giovane e giocavo da riserva in prima squadra, tuttavia ho avuto l’onore di fare qualche scampolo di partita. Erano gli anni dell’A2, giocavano con gente del calibro di Scilì, Cabras, Maxia, Rinoldo e Corvetta. Un onore aver fatto parte di quel gruppo.
Quella squadra arrivò sino alla Serie A1, lei,però decise di andar via.
Ero giovane, scalpitavo per giocare, era evidente che con quei mostri sacri lì davanti non avrei avuto grandi possibilità. Decisi quindi di scendere sino alla B2 nel Guspini, esperienza bellissima per le tante amicizie createsi che tuttora durano. Dalla B2 sono tornato a Cagliari per altri due anni in A2, poi Olbia in B1, quindi emigrato in Sicilia sempre in B1, di nuovo Olbia e rientro a Cagliari in A2.
Da quel momento in poi solo Cagliari.
Sì. Di lì a poco siamo retrocessi in B1 e per sette anni abbiamo tentato la risalita cogliendo sempre posizioni importanti, ma non riuscendo mai a centrare la promozione. Quest’anno ho deciso di prendermi un anno sabbatico perché l’ultima stagione è stata travagliata dal punto di vista societario e questo mi ha tolto non pochi stimoli. Solo da qualche giorno ho ripreso per puro hobby ad allenarmi con una squadra di amici in Serie C.
Quanta soddisfazione c’è per quanto fatto nella sua carriera sinora?
Tanta. Ho avuto la fortuna di diventare un giocatore professionista: è molto gratificante avere una passione che allo stesso tempo ti sostiene economicamente. Ho avuto inoltre il piacere di giocare contro alcuni mostri della pallavolo mondiale: Cantagalli per esempio o Batez, oro olimpico con il Brasile. Tutto ciò è stato possibile anche grazie al sostegno della mia famiglia: mio padre Giovanni e mia madre Silvana. Mi hanno sempre seguito e appoggiato nelle mie scelte facendomi tenere sempre i piedi ben saldi a terra. Oggi osservo come tanti genitori siano esageratamente protettivi nei confronti dei loro figli e, pur di sostenerli, sparano a zero contro società, allenatori e arbitri. Sono atteggiamenti che non mi piacciono. I miei da questo punto di vista sono stati esemplari: mi hanno sempre appoggiato, ma quando è stato necessario mi hanno mosso anche critiche costruttive. Li ringrazio tanto perché credo che la crescita professionale di una persona debba andare di pari passo con il crescere della propria maturità.
Rimpianti?
A parlare con il senno di poi, si sa, siamo tutti bravi, però qualche rimpianto in fondo ce l’ho. Uno è quello di non aver fatto più esperienze fuori dalla Sardegna, un altro è quello di non aver giocato la Serie A1 col Cagliari. Avrei voluto poi vincere qualche titolo in più: forse sono io che sono capitato sempre nel posto sbagliato nel momento sbagliato (sorride ndr).
Progetti futuri?
Da tre anni lavoro in un’agenzia assicurativa. Ho trentaquattro anni, non sono giovanissimo, tuttavia se ti mantieni fisicamente puoi permetterti di giocare a pallavolo a discreti livelli sino a 40 anni. Dopo che dirò definitivamente stop mi piacerebbe restare nel giro della pallavolo, ma non certamente come allenatore; mi ci vedo più in un ruolo dirigenziale. La Sardegna, dopo gli anni d’oro dei primi del 2.000, deve rilanciarsi in questo sport: spero di poter dare una mano anch’io nel mio piccolo affinché questo avvenga.

Simone Muscas

05fo- Un momento di una delle tante partite - foto Sara Petagna -

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