Cultura

Giulio Fanari poeta guspinese, uno dei più importanti autori di poesia in limba del primo novecento sardo

Giulio Fanari
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di Maurizio Onidi
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Giulio Fanari

Della poesia di Giulio Fanari, poeta guspinese in “limba” scomparso nel 1938 ad appena sessantun’anni, purtroppo non rimane molto. Della sua vastissima produzione in versi incidentalmente bruciata qualche giorno dopo la sua morte restano opere scritte dal 1913 al 1917, qualche postumo recuperato, e un centinaio di Ottave ritrovate in una copia fatta da qualche appassionato locale che ne ricopiò parte, sulla Storia Romana, immenso poema in 4.000 ottave scritte in Logudorese. Ma è quanto basta per apprezzare l’elevata caratura stilistica, la potenza dei versi e la pungente ironia di un poeta “a tavolino”, come sogliono essere definiti i poeti colti. Grazie all’impegno e alle certosine ricerche del Prof. Cannella, pittore e scrittore con una lunga carriera di docente di Biologia negli istituti superiori, figlio di Urania,ultimogenita dei sette figli del poeta, che ha ritrovato, raccolto e curato criticamente un’edizione antologica dei suoi quaderni giovanili, intitolandola “Opere Ritrovate di Giulio Fanari”.

Andiamo a conoscere il poeta di Guspini, cui l’amministrazione comunale ha dedicato un Convegno di Studi nel 1996 e la piazza all’incrocio tra la Via Dante e la Via Garibaldi.

Nino Cannella

Come si immagina Giulio Fanari, suo nonno e poeta sulla base delle sue conoscenze familiari e delle informazioni trasmessele dai tanti poeti che lo conobbero?
«Decisamente un aristocratico della cultura poetica sarda, e un uomo di gran vigore intellettuale. Amico personale di Sebastiano Moretti da Tresnuraghes, che lo iniziò alla scrittura in logudorese, invitandolo a trattare insieme a lui un poema a due mani “Destino e Volontà” nel 1913, e tanti altri suoi seguiti, posseggo un ritratto ideale di lui che giustamente onora la mia genealogia. E ritengo anche d’aver consegnato alla cultura sarda e alla storia locale un poeta di classe. E dico questo non per campanilismo familiare. Io sono il nipote di Giulio Fanari, padre di mia madre, ma sono soprattutto il curatore del libro della sua opera, e in tal senso ho agito in modo culturalmente professionale. Se non lo avessi ritenuto un grande della poesia, non mi sarei disturbato a ricercare ciò che invece ritengo essere quanto di meglio possa far parte della poesia vernacolare colta».

Da lettore, lei preferisce la “verve” poetica che imprime nella produzione campidanese o Logudorese?
«Sono di alta valenza entrambe. Le ho già riferito che i poeti sardi si esprimevano e si confrontavano prevalentemente in Logudorese, che andava per la maggiore nel periodo classico della poesia sarda, e così farà anche Giulio Fanari, che però nella formalità della sua produzione in Campidanese eleva a rango coltissimo una poetizzazione che – con pochissime altre eccezioni – era tenuta fino ad allora a livello di “battorinas” popolaneggianti e senza alcun barlume poetico. La scrittura in versi di Giulio Fanari è esemplare per chiunque abbia conoscenze specifiche in materia».

Quale delle poesie in Opere Ritrovate preferisce o consiglierebbe per un primo approccio al poeta?
Le “Ballate Campidanesi”, strofe dodecasillabe con rima alternata anche nel mezzo dei versi finali di ciascuna strofa. Musicalità e capacità di verso non si discutono. Leggere per credere! Le opere logudoresi hanno una classicità e una pulizia di verso non comune, specie se si considera che il poeta doveva fare poesia in una lingua che per natura non era la sua, ma con la quale sapeva bene intendersi. E questo è detto sulla base della mia personale responsabilità. Ho tenuto appositi recitals in tanti luoghi di Sardegna, anche ascoltati da orecchie logudoresi, per poter confermare quel che ho dichiarato.

Nel poeta si denota sapiente fluidità di verso e magistrale ironia, Si vede bene che affronta qualsiasi argomento senza rinunciare alla sua “dura manus poetica” o alla sua “vis comica”, come nelle Undighinas indirizzate a Pietro Mameli da Bono e a Sebastiano Moretti da Tresnraghes.
«Capolavori che rientrerebbero di diritto in un’antologia della poesia dialettale nazionale, per chi è in grado di riconoscerne la qualità. Lei sa che qui da noi c’è gente che parla da una vita in sardo, ma non sa leggere neanche tre righe di una poesia… Durante il tempo della mia ricerca ho conosciuto tutta l’opera del Belli, di Carlo Porta e di tanti altri classici della poesia dialettale nazionale, per poterlo dire».

L’estro di suo nonno può aver influenzato la sua produzione artistica?
«Non c’è alcun raffronto possibile. S tratta di universi totalmente diversi».

Quale futuro si attende per “Opere Ritrovate di Giulio Fanari”
«Una seconda edizione ampliata per quasi il 50%, già pronta da venticinque anni, emendata dei tanti refusi presenti nella precedente. Mi attenderei anche che qualche laureando in Lettere moderne e linguistica sarda facesse qualche tesi di laurea sulla sua opera, e che i guspinesi decidessero di leggerlo col rispetto che il libro merita».

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