STORIA DI CASA NOSTRA

Gonnosfanadiga, 17 Febbraio 1943: il dramma di un pomeriggio di sole

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di Vincenzo Muntoni

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Uscito da casa furtivamente Marco s’avvide che Tore giocherellava distrattamente  nel cortile. Si avvicinò in silenzio e lo chiamò: “Tore, andiamo a giocare a pilastra vicino alla siepe? Chiamiamo anche Antonio e Paolo.

Era un bel pomeriggio, quel mercoledì di febbraio. Il sole aveva fugato le nuvole del mattino e regalava agli abitanti del paese ai piedi del Linas un insolito tepore. Alcuni  contadini sulla soglia della propria casa, in attesa di recarsi di nuovo in campagna per proseguire il lavoro avviato, coglievano piacevolmente quei tiepidi raggi; le donne in parte  accudivano alle attività della vita quotidiana, altre si erano recate al fiume per lavare i panni mentre i ragazzini riempivano le strade di gioiosi schiamazzi. Tutto sembrava essere in armonia con quello squarcio di sole che l’incerto febbraio aveva voluto regalare.

Via Porru Bonelli

Da lontano, improvviso,  dietro il profilo delle montagne, si senti sopraggiungere un sinistro rimbombo. Il timore si diffuse tra coloro che già conoscevano quei sordi rumori che si avvicinavano sempre più: “Fuggite, fuggite, scappate!” urlavano. Ma l’avvertimento si perse nelle deflagrazione delle bombe.

Due formazioni di bombardieri americani sganciarono una spropositata quantità di ordigni micidiali; grappoli di bombe a frammentazione caddero dal cielo sull’inerme cittadina, indifesa, impreparata e intenta alle attività quotidiane. Incredula,  attonita, spaventata, ammutolì! Il piccolo centro era sconvolto, incapace di reagire. Colpirono il cuore del paese: la via centrale e le strade adiacenti, il rio Piras, dove le donne erano intente al bucato, le campagne circostanti. Il sangue tinse di rosso la via Porru Bonelli e i cortili delle case; l’acqua del fiume portò lontano il sangue di tante vittime innocenti. Domande senza risposta corsero di bocca in bocca: “Che succede? Ma cosa abbiamo fatto? Perché queste bombe?”

Scene di panico e di orrore si susseguirono senza soluzione di continuità. I lamenti strazianti e il pianto dei superstiti sostituì il fragore delle esplosioni e il rombo degli aerei. Anche dalla siepe di fichi d’india si levò triste e sconsolato il pianto di quei ragazzini assorbiti dal loro gioco: uno spezzone portò via un braccio ad Antonio mentre Paolo lasciò per sempre i suoi giochi accanto a quella siepe. Arrivarono le ambulanze e altri mezzi di soccorso per trasportare i feriti nella scuola elementare o a Cagliari, mentre gli abitanti scampati all’eccidio  ricomponevano pietosamente i corpi straziati dei cadaveri. Nella campagna circostante Agostino Sogus, un pastorello di 15 anni intento ad accudire il suo piccolo gregge, festante, sventolava la sua giacca in segno di saluto verso gli aerei che in quel momento solcavano il cielo; la sua giacca si adagiò nell’erba e la sua anima candida volò in cielo.

Seguirono giorni di tristezza e di lutto e la Comunità fu segnata per sempre da quel tragico evento del 17 febbraio del 1943. 77 anni fa! Si contarono i caduti, 83 in un primo momento ma ne seguirono successivamente tanti altri fra quelli feriti gravemente. I segni di quella tragica incursione sono ancora oggi evidenti nei muri di molte abitazioni di Via Marconi. Sarebbe opportuno che almeno una targa ricordasse ai  passanti l’orrore di quel tragico giorno a futura memoria!

Il ricordo di quell’eccidio è affidato alle cronache del tempo ma soprattutto alla memoria di noi gonnesi: NON DIMENTICHIAMO!

Le testimonianze raccolte in occasione delle annuali celebrazioni ci lasciano pieni di rabbia e stupore: perché tanta furia gratuita contro una popolazione civile inerme e con scarsa o nulla importanza militare?

Fu un tragico errore o un’azione premeditata?

Via Marconi (foto Andrea Meloni)

Una leggenda metropolitana (una diceria piena di cattiveria) attribuì, nei giorni subito dopo la tragedia quando si cercavano risposte a domande inquietanti,  la responsabilità a un tale del paese che, costretto ad emigrare negli USA, volendosi vendicare dei suoi paesani si sarebbe arruolato nell’aviazione americana e avrebbe organizzato questo raid terroristico nel suo paese dove, tra l’altro, viveva pure sua madre. La voce circolò per poco; non reggeva; e si sciolse come neve al sole.

È invece documentato che il comando americano aveva pianificato una missione nella Sardegna per il 17 febbraio. Obiettivi militari: Cagliari-Elmas e aerodromo di Villacidro, ma anche come deterrente, per scoraggiare le popolazioni civili a sostenere i tedeschi.

La domanda ancora oggi non ha una risposta certa: ma rimane il fatto che i piloti, dopo aver sganciato il loro carico mortale, si resero conto di quanto avevano combinato e cercarono di camuffare la cosa. Ma una verità certa difficilmente potrà essere raggiunta. Il tempo cancella molte tracce; inoltre un incendio anni fa distrusse molte carte dell’archivio dove venivano conservati i rapporti di quelle missioni.

 

Molti eventi ricordano quel fatto drammatico: eventi commemorativi e culturali, strumenti di comunicazione efficace attraverso cui si mantiene viva la MEMORIA STORICA di una comunità trasmettendola di generazione in generazione. Poco importa se arrivano riconoscimenti, attestati o medaglie di rappresentanti delle Istituzioni: ben vengano. Ma l’importante è non permettere alla nebbia del tempo di nascondere quegli eventi. Tratti indelebili della nostra identità.

L’olocausto di Gonnosfanadiga, i morti e i feriti dell’operoso villaggio dove si è scatenata la furia malvagia. Il sacrificio di tante vite umane non si cancellerà dalla memoria del Popolo Sardo”. Così titolava l’Unione sarda il 24 febbraio 1943.

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