RUBRICA STORIA DI CASA NOSTRA

Gonnosfanadiga 17 febbraio 1943: non dimentichiamo!

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di  Vincenzo Muntoni

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Mon Dimentichiamo! È il messaggio che ritorna forte e chiaro in ogni commemorazione nella ricorrenza di quel tragico 17 febbraio.

Le immagini diventano sempre più sfocate, erose dal tempo, ma le parole hanno il potere di evocare il senso e la dimensione di un dramma che in quel lontano mercoledì colpì violentemente una pacifica comunità.

Cosa fu in realtà?

Non capivamo dove eravamo finiti. La coltre di nubi ci lasciava intravedere solo un campo. Le carte non erano chiare, non conoscevamo bene quella rotta. Secondo i calcoli era quello il campo di aviazione nemico. Non c’era visibilità, ma dai dati in nostro possesso non poteva che essere quello il luogo.”

Le ragioni di una sporca guerra, che distruggono i valori umani, si abbattono su chi quotidianamente e pacificamente conduce la propria esistenza.

“Avete sganciato le bombe senza vedere, senza saper dove vi trovavate? Abbiamo fatto quello che ci era stato ordinato. E quello sembrava un campo di aviazione.”

Che succede? Ma cosa abbiamo fatto? Perché queste bombe? Domande disperate e angosciose passavano in silenzio nella mente di tanti cittadini, attoniti di fronte ai primi orrori. Subirono un eccidio, senza colpe, senza ragione.

“Tenente, lei sa che quel pomeriggio uccideste un centinaio di civili? Donne e bambini soprattutto?”

Due formazioni di bombardieri americani sganciarono un quantità spropositata di ordigni micidiali; bombe a frammentazione caddero dal cielo sull’inerme comunità. Colpirono il cuore del paese: la via centrale e le strade adiacenti; il momento di riposo degli adulti dalle fatiche mattutine; il lavoro delle donne nei cortili e nel fiume; i giochi dei bambini.  Una estesa macchia rossa tinse la via centrale e l’acqua del fiume portò lontano il sangue degli innocenti.

“Dopo la vostra incursione, i camion militari italiani percorsero tutte le vie del paese per raccogliere i morti. Succede in guerra! Erano necessarie quelle bombe a frammentazione e quell’azione di mitragliamento? Strumenti per uccidere esseri umani?”

 Al rumore forte e cupo delle fortezze volanti seguirono scene di panico e di orrore. I lamenti strazianti e il pianto dei superstiti sostituirono il fragore delle esplosioni e si levarono supplichevoli verso l’alto. Poi sopraggiunse un silenzio acuto, irreale, da fine del mondo.

“È stato bombardato un autodromo e alcuni aerei parcheggiati. Non vi era contraerea, non sono stati avvistati caccia. Tempo dell’operazione: dalle 13.10 alle 16,15. Bombe imbarcate: grappoli da 100 libbre a frammentazione. Bombe sganciate: 288. Forse.

Una potenza di fuoco impensabile. Sotto quelle nubi c’erano vecchi, donne e bambini, impreparati a morire quel pomeriggio. Quelle bombe hanno lasciato la loro firma di morte nei muri di alcune case, ancora oggi evidenti, e hanno segnato profondamente il cuore e l’animo dell’intera cittadinanza.

“Io non vidi tutto ciò. Fu solo un tragico errore? Sicuro. Ma non fu una buona missione.”

Noi che siamo rimasti cresceremo con gli anni ricordando gli affanni, il dolore, le lacrime di quel terribile evento, sperando e pregando che non più l’uomo si degradi a simile orrore e vergogna verso i suoi fratelli. Alle giovani generazioni il compito di ascoltare, di sapere quanto avvenne in quel funesto mercoledì. Alla Comunità tutta e ai suoi rappresentanti il compito di mantenere vivo il ricordo di quell’evento perché rimanga indelebile nella memoria di ognuno di noi.

Il prezzo che fu pagato dovremmo sempre ricordarlo, ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni ora, non solo nelle commemorazioni.

Ma l’importante è non permettere alla nebbia del tempo di nascondere quegli eventi. Tratti indelebili della nostra identità.

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