STORIA DI CASA NOSTRA

Gonnosfanadiga, 17 Febbraio 1943: tanto sangue innocente

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di Francesco Zurru

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Il Bollettino di Guerra n° 999 del Comando Supremo delle Forze Armate Italiane, diffuso dalla radio il 18 febbraio 1943, recitava in modo schematico: “Bombardieri americani hanno lanciato bombe dirompenti e incendiarie su Cagliari, Quartu Sant’Elena, Gonnosfanadiga, causando gravi danni ad abitazioni civili e vittime tra la popolazione”. ”I 9 bombardieri americani “spezzonarono” e mitragliarono il paese in due diverse linee, seguendo in direzione delle strade principali: via Porru Bonelli e via Marconi-via Cagliari.

Monsignor Severino Tomasi, allora parroco della chiesa del Sacro Cuore, nel suo diario personale descrisse dettagliatamente le fasi della sanguinosa incursione area anglo americana.  Fu un pomeriggio terrificante: la morte colpì il cuore di Gonnosfanadiga e falciò decine di vite umane senza distinzione di età e di sesso. I micidiali ordigni, proiettili esplodenti, devastarono le case, sfondando i tetti, fracassando mobili e porte, si abbatterono come una violentissima pioggia di migliaia di schegge metalliche su molte persone inermi e indifese, uccidendole o mutilandole gravemente, e crivellarono gli intonaci dei muri, le lamine di ferro dei cancelli e quant’altro si trovava nel loro percorso. Corpi martoriati e ridotti a brandelli formavano uno spettacolo impressionante; urla strazianti, pianti e invocazioni d’aiuto si levarono da tutti i punti del paese dove i cittadini erano stati sorpresi dall’improvvisa incursione degli aerei.

Caterina Uccheddu

«A un certo punto», ricorda Caterina Uccheddu, «si udì un frastuono assordante e si videro aerei che sbucavano da dietro le nostre montagne. Sentì la vicina di casa, Antonietta, contare gli aerei, contò fino a nove e immediatamente urlò rivolgendosi a mia madre: “Porti subito le bambine dentro casa perché questi non sono nostri”. Mia madre ci prese per mano e ci spinse dentro casa, e chiuse la porta. Contemporaneamente tutti i vetri degli infissi della nostra abitazione andarono in frantumi. Noi bambine pensammo che quel disastro fosse il risultato della forza usata da mamma nel chiudere la porta. Per proteggerci ci portò nel sottoscala».  La sua famiglia si salvò.

Sbigottiti, sgomenti e increduli, i superstiti non si davano pace, non trovavano spiegazioni. C’era una ragione per tanti morti e sangue versato? Nei tre giorni che seguirono, il 18, il 19 e il 20 febbraio, nel Cimitero si svolsero le esequie dei caduti; ai riti mesti e silenziosi partecipò, commossa e piangente, tutta la popolazione, profondamente segnata da quella tragedia. I 120 caduti e i 350 feriti per mano anglo americana sono considerati “eroi semplici” dalla popolazione che unita nel dolore, riconosce che la comunità ha pagato un prezzo troppo alto per gli orrori della seconda guerra mondiale. Fra tutti i paesi d’Italia, Gonnosfanadiga, ha dovuto subire il più alto numero di vittime in rapporto al numero degli abitanti (neanche cinquemila).

Gonnosfanadiga pagò ancora con il sangue le conseguenze dei bombardamenti. Il 3 agosto 1945, nella località marina di “S’acqua Durci”, nella costa di Arbus, a causa dell’esplosione di una mina vagante, persero la vita undici gonnesi e cinque guspinesi. Sangue innocente che si aggiunse a quello dei 111 morti l sacrificio del 17 febbraio 1943. La tragedia di S’acqua Durci avvenne quando la gente con grandi speranze cercava di lasciarsi alle spalle i tormenti e le sofferenze di un lungo periodo di guerra.

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