Sardegna nel cuore

Grazia Deledda: novantesimo anniversario del premio Nobel

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Venerdì 17 ore 17, a Milano, per Grazia Deledda, e per giunta all’ex Fornace dell’alzaia naviglio Pavese, che il Comune concede per un pubblico non superiore a una sessantina di unità (sicurezza ovviamente), non ci verrà nessuno, dicevo tra me, e invece è stato un successo. Si è dovuto chiudere un occhio per quanto riguarda il numero dei presenti, forse anche due occhi ma tantè, il Circolo sardo che organizzava non se l’è sentita di mandare via gli ultimi arrivati. Paolo Pulina è di Ploaghe, vicepresidente della federazione delle associazioni sarde italiane, ha coi libri una frequentazione esistenziale, ne scrive di suoi, ne recensisce, se ne è occupato tutta la vita in qualità  di funzionario all’assessorato della provincia di Pavia, prima di conoscerlo pensavo di potermi ritenere un “lettore forte”, al suo cospetto sono solo un dilettante. Scommetto che della Deledda ha in casa l’opera omnia. Introducendo il filologo che si addentrerà nei dettagli dell’opera deleddiana, Gianbernardo Piroddi, tattarino, fa un’ampia panoramica delle iniziative che si sono svolte in Sardegna per questo novantesimo anniversario del premio Nobel, e già per l’ottantesimo furono ben trenta i circoli sardi che si mobilitarono.

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Dei circa sessanta, otto hanno scelto la scrittrice nuorese a nume tutelare delle loro sedi e di “Grazia Deledda” ce ne è in Argentina, Belgio, Brasile e Germania. Forse più amata che studiata, la prima tesi su di lei è del 1951 e si proponeva di dimostrare che il suo italiano non fosse di grande qualità. Nicola Tanda, il critico letterario e filologo di Sorso scomparso lo scorso anno, che si è dedicato in particolare alla filologia e letteratura sarda, le ha reso parziale giustizia, riconoscendo contemporaneamente che nei suoi scritti si ritrovano le caratteristiche della lingua sarda. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo. Alcune vecchie edizioni italiane anche con vistosi errori, Paolo ha trovato un “pinte di melograni” quando si doveva stampare “piante”: partita subito una letteraccia all’editore. Inevitabile comunque situare temporalmente questa scrittrice che ci ha lasciato 31 romanzi e più di trecento racconti, considerando che nel 1868, due anni prima che nascesse, i suoi concittadini, meglio compaesani, chè Nuoro arrivava a mala pena a seimila abitanti, avevano dato alle fiamme l’archivio del municipio: la sommossa popolare de “su connottu”, la protesta contro l’Editto delle Chiudende del ’21 quando i Savoia diedero facoltà ai grandi proprietari terrieri di scippare le terre comuni che pastori e piccoli contadini avevano utilizzato per secoli. “Tancas serradas a muru/ fattas a s’afferra afferra/ si su chelu fid in terra/ l’haiant serradu puru”. Scriveva il cantore cieco di Macomer Melchiorre Murenu, se il cielo fosse stato in terra avrebbero recintato pure quello.

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La Sardegna subisce intanto un’opera di disboscamento selvaggio (leggi “Paese d’ombre” di Giuseppe Dessì), e memorabile oggi: “Colpi di scure e sensi di colpa. Storia del disboscamento della Sardegna dalle origini ad oggi” di Fiorenzo Caterini, lodigiano di nascita ma di madre sarda, Carlo Delfino editore. Lombroso e Niceforo scrivono “scientificamente” del “banditismo sardo”, in particolare il nuorese è definito dallo studioso siciliano “zona delinquente da cui partono numerosi bacteri patogeni a portare nelle altre regioni sarde il sangue e la strage”. La famiglia di Grazia è ricca, sono sette figli, lei è la quinta, il babbo è un agiato possidente, imprenditore e commerciante, si interessava di poesia e lui stesso componeva rime in sardo, la mamma è una Cambosu, vestita sempre in abiti tradizionali, un padre stravagante che si era ritirato sui monti a fare statuine di creta, in un contesto di analfabetismo che sfiorava il novanta per cento dei sardi, mandare la figliola scuola fino alla mitica quarta elementare era considerato “cosa da ricchi”. Fortunatamente lo zio materno, il canonico Salvatore Cambosu possiede una ricca biblioteca, e Grazietta legge di tutto: da Balzac a Scott e Gogol e Tolstoj e Dostoevskij. E Manzoni e Verga e D’Annunzio e Fogazzaro, Capuana e Negri. La Bibbia. Si legge in “Cosima” che fu pubblicato postumo ed è il suo più autobiografico: “… non solo le zie inacidite e i benpensanti del paese, e le donne che non sapevano leggere e consideravano i suoi romanzi come libri proibiti: tutti si rivoltarono contro la fanciulla: fu un rogo di malignità, di supposizioni scandalose, di profezie libertine…Essi erano tutti imbevuti del pregiudizio che ella non potesse, con quella sua passione dei libri, diventare una buona moglie”. Il padre fortunatamente si accorge della genialità di codesta figliola e la incoraggia, la sua morte avvenuta nel 1892 fu una doppia tragedia. Inizia con le novelle che manda a “L’ultima moda”, una rivista romana, nella lettera di auto-presentazione del 1892 dice  di sé: “…Ho vent’anni e sono bruna e un tantino anche…brutta, non tanto però come sembro nell’orribile ritratto in prima pagina di “Fior di Sardegna”. Sono una modestissima signorina di provincia che ha molta volontà e coraggio in arte, ma che nella sua vita, solitaria e silenziosa, è la più timida ragazza del mondo”. E in un’altra al grande editore Emilio Treves: “…le dirò che sono una fanciulla, posso dire un’artista sarda, piena di molto buona volontà, e di molta fede e coraggio. Sono anche assai giovane, e forse perciò ho grandi sogni: anzi un sogno solo, grande, ed è illustrare un paese sconosciuto che amo immensamente, la mia Sardegna”.

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Ma è ora che parli Gianbernardo Piroddi, giornalista, insegnante, al suo terzo libro: “La Deledda mandava “pezzi” in cui illustrava tradizioni sarde a un pubblico d’oltremare. La sua una lingua madre che nulla aveva a che fare con quella italiana. Doveva fare un vero e proprio procedimento di traduzione. Delle sue novelle sono usciti sei volumi, e non tutte sono state recuperate dalle riviste a cui le mandava. Io vengo da una scuola filologica (Nicola Tanda e Nino Manca) che studia un autore nella sua evoluzione. Allora non era facile scrivere e farsi pubblicare dei romanzi. Lei collaborava con un mucchio di riviste, le più disparate. Si imbatte così in Angelo De Gubernatis, uno studioso di tradizioni popolari che la coinvolgerà in una grande ricerca sul folclore sardo. Impara comunque in maniera mirabile ad usare la sintesi, cosa che la faciliterà molto quando nel 1909 inizia la sua collaborazione al “Corriere della sera”, di gran lunga il massimo giornale italiano, tirava ottocentomila copie. Era già abbastanza affermata, quando uscì “Edera” vendette 9.000 copie in poche settimane. La “timida fanciulla” intrattiene per anni rapporti epistolari con Luigi Albertini, mitico direttore del “Corriere”e con quelli che lo seguirono nel ventennio fascista. Ebbe contrasti vivaci con Ojetti che le rimproverava di dimenticarsi dell’esclusiva che aveva dato al giornale milanese, ma naturalmente dopo il Nobel i toni si stemperano ed è riaccolta a braccia spalancate nel regno della “terza pagina” del quotidiano più letto d’Italia. Si può ben dire che l’immaginario sardo è stato “inventato” da Grazia Deledda. E’ la mamma narrativa di ogni scrittore sardo contemporaneo”. In un video passano i paesaggi d’autore daleddiani, la casa sarda così ben descritta in “Cosima”, Oliena dell’”Elias Portolu”, la Galtellì di “Canne al vento”, i mestieri sardi dell’ ”Incendio nell’uliveto”. E la gastronomia, la cottura del pane. Sullo sfondo rimangono ragazze dalle povere vesti, “sa marighedda in conca”e, vestita di nero, fazzoletto scuro in testa, le mani che tormentano la coroncina di un rosario, fa la sua apparizione Valentina Sulas, recita una sua “piece”: “La madre del prete”, tratta da “La madre” della Deledda. Questo suo figlio Paolo, prete del paese, che si innamora carnalmente di Agnese, andando a trovarla di notte, e passando non dalla porta principale ma da una porticina dell’orto, che si chiude dietro di lui e non cede alla spinta della madre, che vorrebbe sapere. Che fa giurare il figlio che non metterà più piede in quella casa, anche se lei sa che chi giura è pronto a rompere il giuramento. Lei, Valentina, fa parlare mamma e figlio. Si trasforma in Agnese, scollata e senza il velo, le spalle nude. Minaccia, Agnese, di tutto rivelare in chiesa dinanzi ai paesani. Per la madre troppa è l’angoscia, ne morirà, in chiesa. L’attrice cagliaritana ha portato questo spettacolo al festival internazionale di Edimburgo, recitando in inglese, e con grande successo di critica e pubblico. Qui a Milano strappa un applauso convinto e commosso. Il testo si rivela più attuale di quello che ci si poteva attendere e Valentina Sulas lo impreziosisce con una gestualità misurata e drammatica nello stesso tempo, fisso il volto della madre, a volte terreo. Dal libro di Gianbernardo Piroddi: “ Grazia Deledda e il Corriere della Sera” EDES ediz., rubo uno scorcio da Cosima- Grazia: “Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne, ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo, ho mille e mille volte appoggiata la testa sui tronchi degli alberi, alle rocce, per ascoltare la voce delle foglie, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.”

Sergio Portas

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