Il Personaggio

Guspini: Elio Dessì, un’icona dell’arte marziale

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Elio Dessì, ginnasta, judoka, maestro d’arti marziali, esperto di sport equestri, giornalista, scrittore e tanto altro ancora. Riavvolgiamo il nastro e ripercorriamo insieme i vari momenti della sua carriera.

Cosa lo ha convinto ad abbracciare la filosofia del sol levante?
«Come recitano le tradizioni orientali, il karma degli esseri umani non si esaurisce in una vita, ma rinasce molteplici volte per terminare la missione che lo spirito divino ha donato a ogni essere vivente, animali e natura vegetale compresi, sino a quando il ciclo della materia, attraverso varie rinascite si purifica totalmente e ritorna all’essenza: non più dualismo e polarizzazione degli estremi, ma luce, spirito divino, l’Uno… Dio. Ho accennato a questa mia radicata posizione filosofica prima di dire che nel Dna di ogni essere vi è qualcosa di atavico che appartiene al vissuto in altre vite precedenti e che magari viene trasmesso di generazione in generazione. Nel mio caso ho con certezza la storia documentata, avventurosa, ribelle e patriottica del mio bisnonno, di nonno e di mio padre, tutti combattenti per una giusta causa,  spiriti indomiti, fieri soldati, guerrieri che sicuramente hanno trasmesso queste qualità anche a me che,  sin da piccolo, mi distinguevo sia a scuola  nelle inevitabili rivalità e scaramucce, ma assai di più tra le bande dei vari quartieri storici  di Guspini dove, all’epoca, ancora regnava la secolare scuola della vita formativa. Quella della strada, per intenderci, che si acquisiva fuori dalla protezione famigliare e dalle mura domestiche. Questa, palestra senza fini sportivi, socialmente formava e addestrava con quel poco che rimaneva delle virtù legate al mondo agro pastorale e al pastore guerriero, come l’abilità nella lotta millenaria tramandata dai popoli sardi, “Sa strumpa” l’uso della fionda, del bastone “Sa mazzocca” e l’abilità nel lanciare sassi con precisione a lunga distanza, il nuoto al famigerato “Carropeddu” sul fiume Terramaistus, tutte dinamiche che servivano per essere “Balenti”. Il destino, anzi, il Karma è già scritto e quindi, all’arrivo trionfale, nei primi anni 60, delle affascinanti arti marziali giapponesi, lasciai la pratica della ginnastica artistica e della scherma occidentale che praticavo a Cagliari al dopolavoro ferroviario e al Centro Sportivo Universitario, per abbracciare con anima e corpo il Judo, la straordinaria arte della cedevolezza. Dopo varie vicissitudini e diverse gare, riuscì ad entrare nel tempio europeo che forgiava i Maestri, vale a dire l’Accademia Nazionale Italiana Judo di Roma, riconosciuta in tutto il mondo.  In questa Accademia, dopo tre duri anni riuscì a diplomarmi e incominciai a insegnare e trasmettere questa disciplina, con i suoi straordinari valori educativi e sociali, ottenendo grandi risultati con gli allievi di Guspini, Arbus, Gonnosfanadiga, Villacidro, Terralba e Cagliari, nella mia storica palestra del Montegranatico a Guspini, che funzionò ininterrottamente dal 1964 al 1990».

Fra i tanti successi sportivi ottenuti, quale le è rimasto particolarmente impresso nella memoria?
«Nel corso delle mie frequentazioni nel mondo sportivo, nel 1973 ebbi la fortuna e l’onore di conoscere un grande maestro giapponese finito in ospedale a Bologna, come me, per un infortunio in gara, e lì, finalmente, si aprirono i cieli oscurati dalle nuvole del tempo, il maestro Kenzo Nhishinoara era un grande spadaccino, un Samurai, discendente di una grande e nobile famiglia giapponese con il quale nacque subito un filing straordinario al punto che mi adottò come un figlio. Accolse il mio invito e fu mio ospite per lunghi mesi a Guspini, dove in palestra tirò fuori dal mio animo la vera attitudine e abilità, “lo spadaccino”, preparandomi negli anni per le gare internazionali e mondiali di Kendo, dove i risultati conseguiti ottenuti sono facilmente verificabili.  Questa pratica cambiò radicalmente tutto il mio modo di essere e di vivere.
La spada, la “Via del guerriero”, la scherma dei mitici Samurai, non era una semplice pratica sportiva, come molti pensano, ma una vera disciplina interiore legata allo Zen, alla meditazione profonda che sviluppa la concentrazione che passa attraverso diversi stati alterati di coscienza. Ringrazio Dio per tutto quanto mi ha consentito in campo sportivo Internazionale e Mondiale, ma il vero evento rimasto impresso e indelebile riguarda il duello sostenuto a Selva Del Fasano, con il grande campione Coreano Jon Lee. Come capita spesso nel mondo degli sport di combattimento, una fazione sosteneva me e un’altra il mio avversario, che per motivi politici non era stato ammesso ai campionati del mondo di Rio De Janeiro. Dinamica per la quale era molto risentito contro i Giapponesi e di riflesso nei miei confronti poiché, secondo lui, ero il prediletto di alcuni maestri che rappresentavo con la loro grande scuola di scherma. Ci inseguivamo da due anni. La tanto agognata attesa venne soddisfatta nel corso di una selezione per il Master Mondiale che si svolse in uno scenario di una straordinaria bellezza, a pochi passi dai famosi trulli di Albero Bello, all’alba di uno splendido mattino del mese di maggio del 1981, alla presenza di un folto pubblico, delle massime autorità sportive della specialità ma anche di comuni atleti, tra i quali una decina di guspinesi e arburesi, venuti per assistere alla sfida. Con il mio avversario accettammo di batterci con lo storico Ken Jutzu, un combattimento antico senza regole e senza la possibilità di interventi da parte di esterni.  Nessuna pausa, solo la cavalleresca e tacita approvazione di acquisire un’altra shinnai (spada di bambù) nel caso di rottura della propria. Cosa che avvenne per ben tre volte durante il terribile scontro durato tre ore fino a quando riuscì a sopraffare l’ostico Jon Lee che apprezzò molto il mio gesto cavalleresco quando gli tesi la mano per aiutarlo a sollevarsi. Ancora una volta erano emersi l’ardore e lo spirito combattivo dei mitici avi Shardana e dei sardi. Siamo diventati e siamo tutt’ora amici e ricordo con piacere quando andai a Seul come si prodigò per ospitarmi a casa sua, dimostrandosi un caro amico e colto cicerone in quella fantastica metropoli che mai e poi mai avrei potuto visitare se non avessi conquistato sul campo il valore che imponeva stima, rispetto e ammirazione in quella nazione, dove chi pratica queste arti “guerriere” viene tenuto in grande considerazione».

L’amore per la musica?

Elio Dessì alla batteria

«L’amore per la musica e in particolare per la batteria ha origini remote e rocambolesche. Nasce in contemporanea con l’acrobatica e lo spettacolo,  già dalla tenera età di nove anni,  quando,  vicino alla casa dei miei nonni materni, Pusceddu e Uras, nel periodo di ferragosto, stazionavano il circo Zanfretta, Ibba e Bufalo Bil che certamente i “diversamente giovani” ricordano benissimo, quando alzavano i tendoni nel cortile della famiglia Serru, di fronte alle scuole Grazia Deledda, un altro in via Roma,  dove attualmente  sorge  un palazzo con al piano terra un negozio di ferramenta e ancora nel cortile del cinema all’aperto della famiglia Floris. Una delle copie più note e capaci erano Benito Urgu e Mariolino Mazzuzzi. Questi, come tutti i veri artisti rivestivano più ruoli, dal ridanciano pagliaccio,  agli acrobatici salti mortali, o quello spettacolare di volare sopra tre o quattro cavalli dopo la rincorsa e la  battuta in pedana per atterrare qualche volta per terra quando colui che  doveva sostenere il compagno dal  volo, volutamente si voltava verso il pubblico per ricevere il meritato applauso, lasciando che il compagno finisse “rovinosamente per terra” (per fare questo erano necessarie doti acrobatiche e agilità sorprendenti), che si misuravano poi al trapezio volante dove Mariolino e la moglie erano autentici campioni, i quali subito dopo e con altri costumi passavano a suonare la batteria e altri strumenti nell’orchestrina che accompagnava chi cantava.  Innamorarmi di questo mondo fu per me una cosa straordinaria, e grazie a Mariolino che mi regalò la batteria cominciai ad acquisire i primi rudimenti sia musicali che dei salti mortali. Il tempo passava veloce e con il mio amico del cuore Bruno Senis, che successivamente diventerà mio cognato, sposando una delle mie sorelle, donammo vita al “complessino” nel magazzino del negozio di generi alimentari del padre Enzo Senis, sotto il ponte di via Gramsci, dove ancora oggi, a distanza di ben cinquantacinque anni, suonano i miei nipoti. Il complessino durò qualche anno, poi le gare e il mio girare per il mondo ebbero il primo posto, ma la batteria, rimase sempre nel mio cuore e nelle mie mani e ancora oggi è viva e vegeta e operativa nella mia modesta abitazione. Rientrato a Guspini,  dopo il volontario e sentimentale esilio in quel di Sassari,  ho allestito una sala dove troneggiano ben tre batterie moderne, due pianoforti, un organo, bassi, chitarre acustiche e congas e dove la sera, con alcuni cari amici,  facciamo tanta buona musica,  dai Pink Floyd, ai Dire Straits e altri celebri gruppi che cantano la pace e propongono sentimenti in armonia con la mia scuola di meditazione Zen acquisita per anni in Giappone e che  insegno ancora oggi dove vengo chiamato per conferenze e dimostrazioni».

Programmi futuri?
«Se Dio mi concede ancora del tempo devo pubblicare l’ultimo libro per il quale ho impiegato diversi anni di ricerche con viaggi in Palestina, Siria ed Egitto. Il libro, “La fine degli Shardana”, sarà presentato a Gerusalemme, a cura di un mio grande amico archeologo, un vecchio atleta della nazionale Israeliana, Samuel Anzakourt, vicepresidente del comitato mondiale per la pace nel mondo. Il libro descrive la storia delle ataviche origini di Guspini e del suo territorio nel 1100 a. C., quando nell’area che i greci e i romani chiamavano Neapoli, operavano e guerreggiavano i mitici Shardana, i Phelest e gli altri alleati Thursha che facevano parte della grande coalizione dei popoli del mare e che avevano Nabui, come centro propulsore delle loro attività di commercianti e mercenari. Nei miei progetti c’è la riproposizione di quello che ho sempre fatto a Sassari: teatro, musica, arti marziali, presentazioni di libri, conferenze e un “memorial” per Licia intitolato “Il giardino di Licia”, da proporre ogni anno con la mostra dei suoi celebri capolavori che possiedo, il tutto accompagnato dalla lettura e recitazione di poesie e interventi musicali di grandi musicisti. Conto di realizzarlo per il periodo estivo, nel mio giardino per un ristretto pubblico, dove da anni ho già realizzato un palco per le esibizioni».

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