Economia & Lavoro

Guspini, la ceramista Patrizia Cara: “L’Arte rende tangibile la materia di cui sono fatti i sogni”

Patrizia Cara
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di Maurizio Onidi

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Patrizia Cara

La zona del guspinese oltre che per le miniere è famosa da sempre anche per le cave d’argilla, fonte di ricchezza per diversi paesi dell’interland che negli ultimi decenni ha avuto una costante flessione. Ne consegue che la lavorazione di questa materia prima ha sempre avuto la sua valenza nello scenario produttivo industriale e artigianale, nel quale vede un consistente ritorno di interesse da parte delle nuove generazioni dal quale neanche i giovani artigiani guspinesi, senza distinzione di sesso, si sono voluti sottrarre.

Patrizia Cara è una di queste. Ceramista, 49 anni, sposata con una figlia, ci accoglie nella sua bottega di via Gramsci 17 a Guspini e mentre è intenta a lavorare una sua “creatura” le rivolgiamo alcune domande.

Come nasce e quando questa passione?

«Credo che certe predisposizioni siano nel dna di ciascuno di noi. Penso ai talenti naturali nel campo dello sport, dell’arte e via discorrendo. Nel mio caso, per quanto attiene la manualità ritengo d’aver preso da mio nonno paterno, artigiano falegname molto apprezzato che pur non avendo avuto la fortuna di conoscerlo, mi piace pensare che un po’ di questa sua creatività riviva in me. Già da bambina alle elementari emergeva in me questa passione per rafforzarsi ancora di più alle medie grazie all’incoraggiamento dei professori. Avrei tanto voluto proseguire, frequentando istituti specifici ma forse i tempi non erano maturi per cui dovetti ripiegare mio malgrado su altri corsi di studio, al termine dei quali avrei tanto voluto frequentare le scuole per ceramisti a Faenza, da sempre riconosciuta come capitale della ceramica. Per amore decisi di rinunciare a trasferirmi a Faenza ma non all’idea di realizzare questo mio desiderio per il quale decido di continuare a documentarmi e studiare da autodidatta. Intanto maturo esperienze in ambito commerciale e dopo sette anni, con l’appoggio della famiglia, decido di entrare nel mondo della ceramica. Frequento dei laboratori e nel 2004 seguo un corso regionale per ceramisti, conseguendo la qualifica. Grazie a questo corso dal 2005 al 2007 vengo chiamata a insegnare modellazione e decorazione agli allievi di un istituto professionale regionale. Il 2009 si rivela l’anno della svolta con la partecipazione a uno dei primi bandi per il microcredito, grazie al quale il 3 gennaio 2011 inizio la mia attività.   Mi vengono ancora i brividi ripensando a quando andai a iscrivermi alla camera di commercio. Quest’anno festeggio i primi dieci anni di attività, non mi sembra vero».

Come è stata la fase iniziale?

«Come sempre in tutte le cose le fasi iniziali sono sempre le più difficili e molto complesse con tanti imprevisti L’importante è non perdere mai la forza e il coraggio d’andare avanti. Inizialmente non avevo ben chiaro che tipo di produzione avrei fatto per cui ero aperta a tutte le proposte fin tanto che stabilì una mia linea e da quale giorno perseguo quel programma che il tempo mi ha dato ragione e tante soddisfazioni. La fase più difficile è certamente quella in cui devi farti conoscere e apprezzare per quello che sai fare».

Come si caratterizza la sua produzione?

«La mia produzione si identifica principalmente in artigianato artistico che ha come obiettivo l’oggettistica per l’arredo, i complementi per l’illuminazione della casa e il design con una particolare attenzione alla rivisitazione di oggetti che ci riportano alla storia e al mondo animale della nostra isola quali cervi, pecore, agnelli, fenicotteri per citarne alcuni».

Osservare le sue mani che plasmano l’argilla al tornio rende l’idea di quanta esperienza sia necessaria per produrre un oggetto

«In effetti i gesti che si compiono nella lavorazione dell’argilla, in linea generale sono ancora quelli che compivano gli esperti maestri del Medioevo e prima ancora in età romanica. Le influenze delle mode, delle tecniche e delle complessità cromatiche hanno fatto sì che ogni oggetto sia un pezzo unico, originale e di fatto diventi una piccola opera d’arte, che racconta con esattezza quanta pazienza e tecnica ci sia dietro».

 

 

Consiglierebbe questa attività a un giovane?

«Dare dei consigli è sempre molto difficile, se proprio dovessi farlo mi sentirei di suggerire a chi volesse intraprendere questa attività, come tutte del resto, di farlo solo ed esclusivamente se si è convinti, determinati e disposti a fare tanti sacrifici. Avere una propria attività significa lavorare senza guardare le lancette dell’orologio che girano. La giornata di un imprenditore, piccolo o grande che sia non si limita alle fatidiche otto ore ma spesso e volentieri vanno ben oltre. I risultati prima o poi arrivano perché il lavoro alla lunga paga sempre».

Progetti futuri?

«Di poter tenere aperta la bottega. Questa situazione epidemica ci ha costretto a rivedere tante cose ma in particolare ha messo a nudo le nostre fragilità togliendoci quelle che noi ritenevamo della certezze, per non parlare del danno economico per recuperare il quale ci vorrà del tempo. Bisogna tenere i nervi saldi e sperare che quanto prima si possa riprendere la nostra quotidianità di cui sentiamo tanto la mancanza»

Un sogno nel cassetto?

«Poter avere un locale tutto mio nel quale ricavare il laboratorio dove lavorare e anche insegnare questa straordinaria arte come ho già fatto qualche tempo fa».

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