STORIA DI CASA NOSTRA

Guspini, la storia dei forni e la produzione della calce

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di Mauro Serra

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La conoscenza della storia del territorio è fatta anche di ricordi tramandati che in alcuni casi rischiano di essere dimenticati come quelli delle famiglie che in passato erano dedite alla produzione della calce attraverso i “Forni a fuoco continuo” e oggi, grazie agli eredi di queste famiglie e dagli scritti di autori locali, si può approfondire il contesto con riscontri oggettivi.
Ripercorrendo la storia di questo fondamentale e antico materiale utilizzato nelle costruzioni e abbondantemente prodotta nel guspinese vediamo come nel 1600 venisse utilizzato anche come forma di tributo, da parte degli abitanti che avevano l’obbligo di rifornire di calce i governanti del momento e le autorità ecclesiastiche, per la costruzione di caserme, torri costiere e di edifici pubblici come evince dalla lettura dei “Pregoni spagnoli” e altri “Statuti” elaborati successivamente. Il fatto poi che l’obbligo di rifornire di calce i castelli della zona fosse esteso a ‘tutti gli uomini’, induce importanti considerazioni circa la struttura della produzione, certo fortemente parcellizzata ed ampiamente diffusa. Questa tesi trova conferma anche nei numerosi resti di forni, ancora riconoscibili, che ebbero a caratterizzare l’intero paese di Guspini.
La popolazione si dedicava essenzialmente all’agricoltura e allevamento e in minima parte alla pesca. La produzione di calce in quel periodo produceva scarso reddito, eseguita in determinate stagioni, quando l’attività agricola lo permetteva. Sarà forse proprio la scarsa redditività a determinare nei due secoli successivi l’immobilità di questo sistema produttivo, le cui potenzialità si manifesteranno solo nel momento in cui l’attività estrattiva da forma di tributo si trasformerà in attività libera generatrice di reddito, per specializzarsi sempre più e concentrarsi nelle mani di pochi, intraprendenti imprenditori benestanti. Tuttavia già all’epoca emergevano con prepotenza quei caratteri specifici destinati a legare indissolubilmente alla produzione della calce, il taglio e il trasporto del legname nei dintorni, per l’attivazione dei forni.
In paese, il rettore Giovanni Carta cercò di convincere la popolazione sulla “convenienza che si poteva avere” nell’utilizzo di questa ricchezza locale unitamente ad alcune importanti considerazioni, si incontrano nelle ‘Discussioni Economiche’ del Rettore Giovanni Carta che non manca di citare l’incremento di attività delle “fabbriche di terre’, e le fornaci di calce esistenti in Guspini. In sostanza il Carta sembra trarre l’impressione di un territorio molto attivo, dove lo spirito “di speculazione e di iniziativa” aveva saputo trovare buone occasioni di guadagno, cangiando “la terra e le pietre in pane”.
Alberto La Marmora, (militare-geologo del regno di Piemonte dal 1820 al 1850) nei suoi itinerari dell’isola della Sardegna parla dei paesi, in particolare di Guspini e scrive: “Le rocce calcaree danno buona calcina e si cuociono in venti fornaci con molto lucro vendendosi a reale e mezzo lo starello …”.
L’ingegno e le capacità in campo artigianale dei guspinesi erano conosciute e apprezzate in vari settori fino agli anni sessanta del secolo scorso. Tra queste, come più volte accennato, ebbe un ruolo importante nell’economia del paese, la produzione assai diffusa della calce. Madri di famiglia con al seguito i figli in tenera età si inoltravano lungo i sentieri, in particolare sulle colline di argilla di Cuccureba, alla ricerca delle pietre bianche per venderle ai proprietari delle fornaci o calcinaie.
Sono diverse le famiglie che hanno creato aziende nel settore che occuparono decine di operai, dando lustro e ricchezza al paese. Tra queste si ricordano le famiglie Spano, Caria, Cadeddu-Pilloni, Massa e Sessini.
I forni venivano costruiti dove era facile reperire le materie prime necessarie: legna, acqua e pietre bianche, che assieme alla conoscenza dei segreti della lavorazione, erano alla base della produzione della calce. La struttura del forno e lo spessore delle murature trovano giustificazione nel metodo di caricamento che si effettuava disponendo le pietre da “cuocere in volta così da lasciare al di sotto una camera di combustione. Una simile disposizione delle pietre, tale da esercitare forti spinte verso l’esterno, doveva necessariamente essere sostenuta da strutture ben solide, che avevano anche il compito di opporsi alle pressioni interne esercitate a causa delle alte temperature raggiunte. A cottura ultimata veniva fatta crollare la volta e il prodotto si estraeva dalla bocca inferiore.
In tali fornaci, che il Dizionario Industriale di Arti e Mestieri indica come “fornaci di campagna”, si adoperava combustibile vegetale, cioè fascine di legna giovane di cui la zona era molto ricca. Materiali prodotti in questi forni venivano utilizzati anche nelle costruzioni della costa dove sono ben riconoscibili nella torre di Torre dei Corsari e nel villaggio di Tunaria.
Guspini, date le caratteristiche geo-morfologiche, disponendo di grandi quantità di argilla (le pietre bianche si trovano in mezzo all’argilla), diede avvio alla costruzione di forni che si discostano in parte dai modelli sinora descritti, in particolare nella struttura. La camera di combustione risulta infatti in tutto o in parte fuori terra, con la porzione a monte interrata e quella esterna necessariamente isolata da uno spesso muraglione composito, ciò a evitare l’accumularsi di umidità e il conseguente maggior dispendio di combustibile. Il caricamento del forno era la più faticosa, poiché si provvedeva alla raccolta e al trasporto, per lo più a spalla, della materia prima e del legnatico. Per portare a compimento il processo di cottura di una sola “infornata”, era indispensabile la manodopera di almeno una decina di operai che si alternavano, due alla volta per un intero mese, sia di giorno che di notte per far si che il fuoco non si spegnesse, vanificando tutto il lavoro fatto.
Le tecniche per la cottura e la conoscenza dei materiali si tramandavano di padre in figlio, nelle famiglie dedite a questa attività ma data la complessità non tutte erano in grado di eseguirla in modo perfetto.
«Fare il fuoco e regolare la temperatura era la vera arte dei maestri fornaciai» racconta Luciano Spano, l’ultimo maestro fornaciaio «Occorreva regolare l’introduzione della legna nelle bocche di fuoco alternando la legna secca con la fresca affinché circolasse un fummo particolarmente denso e caldo idoneo alla cottura delle pietre. La brace non poteva assolutamente entrare in contatto con le pietre che altrimenti si sarebbero annerite diventando inservibili».
La calce così prodotta. Veniva usata, mescolata alla sabbia, come materiale per la costruzione delle case, per l’intonaco e l’imbiancatura dei locali, date le sue proprietà disinfettanti, così come in agricoltura.

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