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Guspini, l’ultimo libro di Elio Dessì, “Sa Kuspidesa Uno dei coltelli che salvarono l’Italia”

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di  Antonio Crecchia* 

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Affrontare la lettura di un volume di 230 pagine, quante ne conta il libro di Elio Dessì,  sotto il titolo “Sa KuspidesaUno dei coltelli che salvarono l’Italia” nella prima Guerra mondiale, non è sempre agevole, anche perché comporta interruzioni e riprese in tempi diversificati; in questo caso, però, trattandosi di un’opera che fa il punto su un evento di dimensioni mondiali e sulle sue conseguenze, riportando accuratamente fatti, luoghi, tempi, date, personaggi, umori, illusioni, delusioni, speranze, vittorie e sconfitte,  e quanto altro può scaturire da una guerra ferocemente combattuta, senza risparmio di mezzi materiali e propagandistici, di strumenti di distruzione e vite umane, credo sia un’occasione per arricchire le nostre cognizioni storiche su una delle epoche più travagliate della storia che, nel mentre cerca di liberarsi da vistose miserie e tristi retaggi del passato, crea i presupposti per  futuri sconvolgimenti planetari che, a ben vedere, non trovano ancora, e forse non troveranno mai, una giusta e condivisibile soluzione finale.

L’opera è il frutto di una lunga e appassionata ricerca, documentata da una bibliografia che riporta le fonti e documenti dell’indagine storica e le varie pubblicazioni cui l’autore ha attinto per dare ai lettore un quadro il più ampio possibile del quotidiano travaglio dei nostri avi sui campi di battaglia e lontano da essi, ove si registravano i nominativi dei morti e si moltiplicavano le manifestazioni di lutto, dolore e sofferenza, individuali e collettive.

Sa Kuspidesa, un coltello a serramanico diffusissimo tra gli abitanti del Guspinese, in questo libro di Elio Dessì, la troviamo citata non meno di cinquanta  volte, sempre rigorosamente scritta con l’iniziale maiuscola e in lingua dialettale; non meno citata la sua cittadina natale, “Kuspini”, a significare l’appartenenza totale ad una realtà isolana con le sue peculiarità ancestrali, antiche inveterate da solide tradizioni, che non tarderanno a risentire anch’esse della tremenda scossa di terremoto scatenata dalla Prima guerra mondiale.

Una guerra narrata da un soldato reduce, che ha vissuto il lungo periodo bellico quasi sempre in trincea, e quindi osservatore diretto di situazioni e battaglie estremamente tragiche; una guerra non scritta da uno storico che si avvale esclusivamente dei documenti d’archivio, di pubblicazioni specifiche editate in precedenza, diari di guerra che narrano esperienze di ufficiali che hanno osservato da lontano, con il binocolo, l’assalto o la difesa degli obiettivi affidati ai propri soldati. In Sa Kuspidesa, accanto alle notizie, ai dati e alle statistiche ufficiali, c’è la “memoria”, lucida e sorprendente di un combattente di prima linea, un Ardito della Brigata Sassari, la quale, con i suoi quasi 13 mila caduti, ha scritto col sangue le più suggestive ed esaltanti pagine che narrano le alterne vicende belliche sul fronte italiano nella Prima guerra mondiale.

Lo storico, generalmente descrive, narra con una predisposizione all’obiettività, quando non è mosso da scopi di parte; il soldato Luigi Dessì, sopravvissuto a tanti cruenti fatti d’armi, rivive la temporalità della sua vita in grigioverde, la narra con il corredo delle sue opinioni, convinzioni, giudizi e considerazioni, che non sono soltanto sue,  ma ampiamente diffusi tra i tanti giovani in divisa, strappati alla loro terra, al loro lavoro, alla famiglia per essere improvvisamente e brutalmente gettati  in una fornace rovente, da cui le speranze di uscirne indenni  erano pochissime.  Da questo punto di vista, umano, basilare, emergono in una sequenza impressionante le categorie emotive maggiormente diffuse tra i soldati in guerra.  Si va dal senso di spaesamento alla nostalgia dei luoghi e degli affetti lasciati; dal senso d’incomprensione a quello di “oppressione” da parte delle gerarchie militari; dall’ansia, al tremore; dalla paura all’angoscia, dalla nausea per i diffusi fetori di morte all’orrore delle spaventevoli carneficine provocate da strumenti bellici distruttivi, dalla rabbia alla disperazione; dallo schock da combattimento alla pazzia. Eppure, in mezzo a tante sensazioni, psicologicamente negative, sconvolgenti, l’esercizio della guerra affina anche disposizioni d’animo che temperano il soldato all’accettazione del suo ruolo di combattente, la sua empatia per i compagni con cui divide la quotidianità, le opinioni, gli umori, le privazioni, gli stenti e i sacrifici cui essi sono obbligati.  In questo clima di solidarietà, di comunanza di vita sia nella buona che nella cattiva sorte, si realizza e si fortifica lo “spirito di corpo”, di cui, nella Grande Guerra, hanno dato prova varie unità militari, come la Brigata Sassari, che faceva leva su tradizioni etiche e storiche di origini antichissime, che l’autore di Sa kuspidesa fa risalire agli Shardana, probabili abitatori del territorio dei popoli Neapolitani, Con Nabi come porto e centro pulsante del Guspinese nel II millennio avanti Cristo.

Le eroiche e ammirevoli imprese di questa brigata, sul fronte del Carso nel primo anno di guerra,  su quello del Trentino  (altopiano di Asiago), nel 1916/17, la ritirata oltre il fiume Piave, a copertura del Regio Esercito in rotta, con il sacrificio di 1112 soldati lasciati per strada; le cruente battaglie  del gennaio 1918 per la riconquista dei Tre Monti (col del Rosso, Col d’Echele e Monte Valbella); la strenua difesa dell’ansa di Gonfo e del caposaldo di Losson, sulla linea del Piave nel corso della Battaglia del Solstizio (15-22 giugno 1918; lo scontro finale con il passaggio del Piave e l’inseguimento del nemico fino Conegliano Veneto, sono ben note a tutti coloro che qui, in Sardegna, hanno il culto della Storia, della loro storia, che, in qualche modo si sublima e s’innalza con quella della Brigata Sassari. Quindi, credo sia sufficiente la sintesi appena fatta.

Soldati guspinesi al fronte

Non meno arditi e combattivi furono di Granatieri di Sardegna, “che versarono il proprio sangue con centinaia e centinaia di giovani caduti per la difesa della patria in cui credevano senza riserve” (pag. 157). Di questi intrepidi ed eroici combattenti vanno almeno ricordati la strenua difesa, fino alla morte, del Monte Cengio, il 3 giugno 1916, e la loro partecipazione all’impresa di Fiume nel settembre 1919, capeggiata da Gabriele D’Annunzio. Impresa generosamente descritta con rilevante competenza storica ed esaltata da Elio nella pagine finali del suo libro.

“Sa Kuspidesa” va letta, intesa e interpretata come celebrazione della dimensione memoriale, da cui risalta una tragica esperienza di guerra vissuta e sperimentata, direttamente o indirettamente, da milioni di persone. Un affresco d’epoca con i colori densi e cupi della tragedia.  Dentro questa tragedia si inserisce la leggenda della Brigata Sassari, sempre presente laddove la minaccia dell’avversario si mostra maggiormente pressante e prepotente, sempre in azione con le sue bandiere spiegate laddove il successo tattico si commisura con l’ardimento, il senso del dovere e lo spirito di sacrificio.

Elio Dessì associa queste indiscutibili caratteristiche del popolo sardo alla tradizione popolare che esalta lequalità dei “balenti”, di coloro che acquistano considerazione, riguardo, rispetto e riverenza attraverso prove di comportamenti solidali, altruistici e protettivi nei riguardi della famiglia, dell’amico, del prossimo in senso lato. Luigi Dessì, che si riconosce a pieno titolo tra i “balenti”,  li definisce “uomini straordinari”,  solitamente “contadini, pastori ribelli, patrioti, che da secoli erano “allevati a nascondere le emozioni, i sentimenti, le manifestazione d’affetto, per essere sempre pronti al peggio”, addestrati allo sprezzo del pericolo, sempre in agguato, “in una terra spesso ingrata dove la vita per i pastori e i contadini era dura e precaria”, resa ancor più difficile dalla presenza oppressiva di apparati pubblici e privati “che si abbarbicavano agli antichi privilegi e rendevano  ancora odiosa la loro tirannide”, stando alla confessione di nonno Luigi Dessì,  nelle cui memorie raccolte da Elio vengono esaltate e trasmesse la “balentia” e le virtù guerriere ed eroiche del popolo sardo, ampiamente dimostrate e messe in pratica dalla Brigata Sassari, il cui 151° Reggimento di fanteria fu costituito proprio qui, a Sinnai, il 1° marzo 1914, in previsione dello scoppio della guerra contro l’Impero austro-ungarico, che nella concezione degli interventisti doveva portare a compimento l’opera del Risorgimento, con la conquista delle terre ancora irredente, ossia le aree  provinciali italiane rimaste sotto il dominio straniero:  il Trentino, il Friuli Venezia Giulia, la Dalmazia e la città di Fiume.

Ho letto da qualche parte che assieme ai suoi sassarini partecipava ai colpi di mano tra le linee nemiche armato di kuspidesa e il sigaro acceso dentro la bocca per non essere individuato nel buio della notte e poter dare fuoco alle micce degli esplosivi, cortissime, in modo da sorprendere il nemico.  Mi pare l’occasione propizia, oltre che doverosa fare un vigoroso applauso a quest’eroe che, insieme a Emilio Lussu e tanti altri isolani, si è guadagnato onori e promozioni, fino ad arrivare al grado di Generale di corpo d’Armata.

*Scrittore, critico letterario, poeta, docente di Lettere e Filosofia                                      

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