CULTURA. EDITORIA

Guspini, Marino Melis con il libro  “In nome del popolo basso” racconta la sommossa guspinese del 1848

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di Antonio Obinu
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È uscito in questi giorni a distanza di due anni dal primo libro sui soprannomi di Guspini, il secondo lavoro di Marino Melis, appassionato cultore di storia e cultura sarda e guspinese in particolare.

Il libro è intitolato “In nome del popolo basso”, quale il significato e l’origine del titolo?
«L’ho ricavato dagli interrogatori di alcune persone implicate nella rivolta, che definiscono popolo basso tutto il popolo dei poveri, per distinguerlo dalla classe alta che indicava tutti i proprietari e benestanti».

Il sottotitolo “fatti e antefatti della rivoluzione guspinese del 1848” specifica l’argomento trattato, ci racconta in breve la vicenda?
«Attraverso un lungo, dettagliato e documentato excursus storico ho ricostruito gli eventi sociali, politici, religiosi ed economici che portarono a quella che fu una delle più tragiche giornate mai vissute dalla comunità di Guspini. Improvvide e intempestive riforme e leggi dello stato sabaudo, uno stato di miseria acuito da diverse annate agrarie sfavorevoli, unite al sorgere di una classe di accaparratori senza scrupoli costituita da printzipalis e sacerdoti, aveva portato alla disperazione giornalieri, contadini, pastori e artigiani, che sfociarono in una vera e propria rivoluzione il 9 aprile 1848. La giornata ebbe culmine con l’assassinio del notaio Serpi segretario comunale, e l’instaurazione di una “repubblica guspinese” che ebbe vita cinque giorni».

La sommossa nota come la rivolta contro il sistema metrico decimale. Come influì questa riforma sulle vicende guspinesi?
«Fu la classica goccia che fece traboccare il vaso, perché similmente alle grandi riforme dell’epoca (ricordiamo tra tutte la legge delle Chiudende, l’abolizione del Sistema Feudale, e la Fusione Perfetta col Piemonte), andavano ad infrangere un sistema atavico e secolare noto come su acostumau o su connotu, spaccando la società sarda in ricchi e poveri, in meris e tzeracus, in chi si arrogava tutti i diritti e chi non aveva che obblighi. Il sistema metrico decimale era incomprensibile per i poveri contadini illetterati, e finì per essere uno strumento in mano ai pochi che sapevano leggere per frodare sul peso i generi di prima necessità. Il rifiuto di tale sistema è giunto fino a pochi decenni orsono, quando ancora si utilizzavano comunemente le misure sarde come quarras, mesuras, mois».

Da quali fonti ha attinto le notizie per la ricostruzione degli avvenimenti?
«Negli ultimi due anni ho setacciato gli archivi locali come quello del comune di Guspini e della parrocchia di San Nicolò, l’archivio diocesano di Ales, con puntate anche negli archivi diocesani di Oristano e Alghero, e soprattutto l’Archivio di Stato di Cagliari dove in un fascicolo di quasi 300 pagine intitolato Emozione popolare è raccontata tutta la vicenda con pagine di altissima drammaticità. Anche le fonti orali sono state molto importanti, come quella della signora Giulia Demontis una arzilla e lucida novantenne diretta discendente del notaio Serpi».

Il 1848 fu un anno di rivolte e sommosse in tutta Europa, quella di Guspini ebbe un qualche contatto con quelle del continente?
«No assolutamente. In Europa e in Italia si protestava e si lottava per le libertà democratiche, costituzionali e l’indipendenza dei popoli, a Guspini e in Sardegna si manifestava contro la fame, la miseria e l’arroganza dei ricchi sfruttatori. Tutta la Sardegna fu pervasa dalle sommosse, e in particolare a Gonnosfanadiga una rivolta avvenne una settimana prima di quella di Guspini che però non ebbe esiti nefasti. Alla giornata di Gonnos ho dedicato un capitolo del libro».

Quali altri importanti vicende sono narrate nel libro?
«Accanto a vicende nazionali e internazionali come le guerre napoleoniche, ho ricostruito la storia spesso sofferta e contrastata dei rapporti tra le comunità vicine a Guspini come quelle di Arbus, Gonnos, Pabillonis. Terralba, Arcidano, ma molti accenni si riferiscono anche a San Gavino, Villacidro, Sardara, Mogoro, Forru. Un intero capitolo l’ho poi dedicato alle vicende del rettore Carta, sacerdote che amò il popolo di Guspini subendo accuse grette e infamanti, e che insegnò ai guspinesi l’amore per la giustizia e la dignità umana, e per le quali lottare e difenderle strenuamente».

Il libro ha una dedica particolare?
«Ho voluto dedicarlo a tutti i guspinesi perché in questi momenti così tristi e difficili conoscano e amino la loro pur minima storia e ritrovino quel senso di comunità e di appartenenza che da troppo tempo si è smarrito».

Dove lo si può trovare?
«Non potendolo presentare pubblicamente per le note vicende, mi riprometto di farlo non appena possibile; intanto lo si potrà trovare nelle edicole e librerie di Guspini e dei paesi vicini o rivolgendosi direttamente all’autore».

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